La nuova campagna di Valentino si chiama Interferenze ed è scattata in un ex centrale elettrica romana convertita in museo
La campagna è stata scattata da Glen Luchford nella Centrale Montemartini di Roma, ex centrale elettrica convertita in museo nel 1997.
Costruita nei primi anni del Novecento e situata sulla riva sinistra del Tevere nel quartiere Ostiense, la Centrale Montemartini di Roma fu di fatto primo impianto pubblico romano per la produzione di energia elettrica. Poi successivamente dismessa, venne convertita nel 1997, in sede museale dislocata dei Musei Capitolini. Ed è qui che si ambienta la campagna Autunno/Inverno 2026 di Valentino, Interferenze, nata dalla visione del direttore creativo Alessandro Michele, scattata da Glen Luchford.
La natura del luogo, intrinsecamente ibrida – poiché al classico delle statue viene accostato il profano dell’archeologia industriale – rappresenta il principio generativo del progetto, ribadito dai modelli, le cui pose imitano di fatto la posizione delle statue. Sulle note di Waltz tratto dalla Masquerade Suite di Aram Khachaturian, va così in scena una delle classiche mise en abyme tipiche del lavoro di Michele.
Per interpretare teoricamente la campagna si deve infatti far riferimento però a due grandi fonti di ispirazione: Da un lato, l’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg, di cui la Centrale Montemartini incarna lo stesso identico principio del funzionamento: proprio come Warburg accostava foto rinascimentali, pubblicità moderne e reperti antichi sui suoi pannelli neri, la Centrale Montemartini affianca i marmi greci e romani ai motori d’acciaio della modernità. Dall’altro invece la teoria del montaggio di Sergej Ėjzenštejn, secondo cui il significato non nasce dalla semplice somma degli elementi ma dalla loro collisione, ovvero dalla scontro tra ordini simbolici differenti.
Come sottolineato nel manifesto firmato da Alessandro Michele, «La Centrale Montemartini è, infatti, un luogo metafisico, una terra di mezzo in cui l’età degli dei e quella delle macchine, il mito e il progresso, la memoria e l’invenzione cessano di appartenere a temporalità separate. Qui la bellezza classica delle statue romane dialoga con l’imponente monumentalità di turbine e caldaie che hanno alimentato la modernità industriale. Frammenti di un’eternità pagana affiorano tra le cattedrali della tecnica, in uno spazio che sfugge a ogni classificazione. […] L’antico, sottratto al dispositivo cronologico del museo, smette di appartenere soltanto al passato; la macchina, privata della propria funzione, cessa di essere un semplice residuo della modernità. Nella loro giustapposizione, entrambi sfuggono alla linearità della storia per ricomporsi in una nuova costellazione di senso. In questa prospettiva, la Centrale Montemartini ricorda l’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg: non tanto un archivio della memoria, quanto un dispositivo di montaggio, nel quale immagini provenienti da contesti differenti, proprio attraverso il loro accostamento, generano risonanze e inedite possibilità di lettura. La dea Fortuna, la musa Polimnia e la regina Cleopatra si stagliano tra i giganteschi motori diesel, gli alternatori, i grandi volani e i carri ponte della sala macchine. Nasce così un dialogo che trasforma reciprocamente tanto la percezione della statuaria antica quanto quella dell’archeologia industriale».