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21:41 giovedì 12 febbraio 2026
Anna Wintour e Chloe Malle hanno fatto la loro prima intervista insieme ed è talmente strana che non si capisce se fossero serie o scherzassero L'ha pubblicata il New York Times, per discutere del futuro di Vogue. Si è finiti a parlare di microespressioni e linguaggio del corpo.
Sembra proprio che la quarta stagione di Severance sarà anche l’ultima Le riprese della terza inizieranno quest'estate: dovremmo riuscire a vederla nel 2027.
Meta ha brevettato una AI che continua a postare per te sui social anche dopo la tua morte, per evitare che i follower sentano la tua mancanza Brevetto che, però, l'azienda ha detto che non ha intenzione di usare. Almeno per il momento.
Gli agenti dell’ICE si stanno lamentando su Reddit perché non gli arriva lo stipendio e non hanno l’assicurazione Il subreddit r/ICE_ERO è diventato uno sfogatoio per gli agenti dell'ICE, che a quanto pare hanno molto da dire su retribuzione e benefit.
Su YouTube si terrà una maratona dedicata a Umberto Eco, per festeggiare la fine dei 10 anni di silenzio su di lui chiesti dallo scrittore nel suo testamento L'evento si terrà in diretta streaming sui canali YouTube della Fondazione Umberto Eco e della Fondazione Bottega Finzioni Ets, con inizio alle 12 del 18 febbraio, ora italiana.
Pur di costringerle a usare la sua app di messaggistica, il governo russo ha improvvisamente impedito l’accesso a Whatsapp a 100 milioni di persone Tutto pur di costringere i russi a iscriversi a Max, una app molto simile a Whatsapp ma controllata dal governo stesso, ovviamente.
Google ha emesso un’obbligazione che gli investitori potranno incassare tra 100 anni, se saranno ancora vivi A quanto pare, era l'unica maniera di trovare tutti i soldi che l'azienda vuole investire nello sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Il Partito Liberale Democratico di Sanae Takaichi ha preso così tanti voti che non ha abbastanza deputati per occupare tutti i seggi vinti, quindi ne ha dovuti “regalare” un po’ agli altri partiti La vittoria è stata così larga che a un certo punto si sono accorti che non avevano più deputati da mandare alla Camera.

Tramonto a Venezia

Film che parlano di crisi, attori che recitano ruoli di crisi, e Venezia è in crisi davvero: vita e fiction, al Lido, si fondono in un crepuscolo amaro. I ristoranti sono vuoti, senza più file, i giornalisti stizziti, i grandi film disertano. Un reportage umorale dalla Biennale.

01 Settembre 2014

In Birdman di Alejandro González Iñárritu, film d’apertura, e in The Humbling di Barry Levinson, tratto da L’umiliazione di Philip Roth e presentato fuori concorso, c’è una scena identica. L’attore pronto a salire sul palcoscenico (nel primo Michael Keaton, nel secondo Al Pacino) resta inavvertitamente chiuso fuori dal teatro, è costretto a fare il giro dell’isolato e a rientrare dal foyer, con tanto di security che non lo riconosce (si evince che la security non guarda manco le locandine degli spettacoli in scena). A voler essere meta-qualcosa, si direbbe che è la vita a irrompere e interrompere la finzione.

A Venezia succede lo stesso, in fatto di giri dell’isolato. Si percorre infinite volte il perimetro del Casinò per passare da una sala all’altra, con l’aggiunta negli ultimi anni della voragine – qua detta Ground Zero – che è rimasta come souvenir degli scavi del nuovo Palazzo del Cinema, bloccati dall’amianto. C’è pure una piscina che pare naturale, lì nel mezzo del telone di plastica che copre il buco, forse ora abitata da orate.

Anche il film più divertente della Mostra (e il più divertente in assoluto da molto tempo a questa parte: così divertente che l’han messo fuori concorso, far ridere i critici è da sempre un peccato) indaga su vero e falso, scena e vita. È il delizioso She’s Funny That Way di Peter Bogdanovich, su una furbetta ex prostituta che romanza davanti a una giornalista assai stizzita il suo battesimo d’attrice a Broadway, tra produttori di buon cuore (e lauti assegni) e commediografi che confondono gli atti teatrali con atti d’altra natura.

Tornerà la Venezia dell’habitué George Clooney, col capanno sulla spiaggia sempre riconfermato per l’anno successivo?

I giornalisti, qui stizziti per deformazione lagunare, tendono ad accavallare i link, oltre alle proiezioni. E così ci si chiede se tutto questo riflettere su vero e falso, documentario e invenzione, realtà e fantasia non sia poi quel che sta accadendo per davvero a Venezia medesima. Insomma, vuoi forse dire che l’eterno Viale del Tramonto che vediamo sullo schermo non è altro che il Lungomare Marconi del Lido? Il momento è delicato, potrebbe essere cruciale. Tornerà la Venezia dell’habitué George Clooney, col capanno sulla spiaggia sempre riconfermato per l’anno successivo? (In epoca di spending review, accontentiamoci di James Franco, ormai immancabile come il prezzemolo sul baccalà mantecato.) Tornerà il festival che consacrava le Sofie Coppola e i Todd Haynes, che lanciava i Tom Ford registi per la gioia dei festaioli, che creava spazi di decompressione coi Diavoli che vestono Prada? E non parlo dell’era Taylor-Burton, tutte queste cose succedevano pochi anni fa.

Il giornalista è stizzito perché non ha più nessun brivido. In Sala Darsena (l’unica vera novità dell’edizione numero 71: le poltrone son finalmente comode!) si entra un minuto prima dell’inizio del film e si riesce a trovar posto nella fila in cui stendere le gambe. I primi a cui è successo han gridato al miracolo. Nei ristoranti post proiezione della mezza sera non si fa più la coda, «Un tavolo per quattro? Prego», addirittura nel dehors. Cose mai viste.

Meno star, meno lustrini, allora il festival è tornato a essere quel che dice l’etichetta: una Mostra d’Arte Cinematografica. Forse. Ma fino ad ora non è sembrato. Il titolo sulla carta più promettente, The Cut di Fatih Akin (il turco-tedesco de La sposa turca Soul Kitchen), regalava disperazioni e agnizioni tra poveri armeni esuli che parevano rubate a Il segreto di Canale 5. Gli italiani – Munzi, Costanzo, Martone passa stamane – son decisamente buoni: ma mancano gli inviati stranieri, c’era dunque bisogno della vetrina internazionale?

Il romanzo popolare che ha fatto tirare una boccata d’aria fresca è Olive Kitteridge, miniserie HBO tratta dal Pulitzer Elizabeth Strout, con Frances McDormand, Richard Jenkins e Bill Murray, tutti stupendi. La sala era inspiegabilmente deserta, ché al critico duro e puro l’aria fresca (e televisiva!) fa male come il venticello che vien su dalla Laguna.

La verità è che al giornalista stizzito basterebbe poco. Sempre in The Humbling, quel gigione di Pacino ricoverato all’ospedale finge dolori acutissimi e poi dice all’infermiera: «Non mi fa così male ma son stato convincente, vero?». Ecco, non importa che sia vero: basterebbe solo qualche trucco per rendere tutto un po’ più convincente. Tanto la crisi – l’alibi che va con tutto, come James Franco sul baccalà mantecato – ce la porteremo dietro ancora per parecchie stagioni e le grosse produzioni statunitensi continueranno a disertare il costosissimo Lido per i festival più chilometrozero di Toronto e New York (come biasimarle). Al giornalista stizzito basterebbe un’illusione. Un colpo d’ala. Forse, chi lo sa, arriverà nei prossimi giorni. Siamo solo a metà Festival, dopotutto. Quanto ai ristoranti vuoti, in fondo non fare la fila dopo ore davanti allo schermo fa solo piacere.

Nell’immagine (elaborata), acqua alta in piazza San Marco nel novembre 2013. Marco Secchi / Getty

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