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I fan Stranger Things si sono convinti che sarebbe uscito un altro episodio della serie e l’hanno cercato su Netflix fino a far crashare la piattaforma Episodio che ovviamente non è mai esistito, nonostante un teoria nata tra Reddit e TikTok abbia convinto migliaia di persone del contrario.
Al funerale di Brigitte Bardot c’era anche Marine Le Pen La leader del Rassemblement National era tra i pochissimi politici invitati alla cerimonia, tenutasi mercoledì 7 gennaio a Saint-Tropez.
Durante un raid a Minneapolis gli agenti dell’Ice hanno ucciso una donna che stava scappando e il sindaco ha detto che è meglio per loro se ora «si tolgono dalle palle» «Sparite. Non vi vogliamo qui», ha detto Jacob Frey dopo l'omicidio della 37enne Renee Nicole Macklin Good.
I manifestanti iraniani hanno inventato un nuovo coro per augurare la morte all’Ayatollah Khamenei Un coro abbastanza esplicito, anche: si parla dell'anno nuovo, di sangue e di cosa si meriterebbe il capo della Repubblica islamica.
La tuta indossata da Maduro mentre veniva sequestrato dagli americani è diventata uno dei capi più desiderati del momento Lo certificano i meme, ma anche Google Trend, che nel weekend ha riscontrato un’impennata di ricerche collegate al completo di Nike Tech.
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.
Il carcere di New York in cui è rinchiuso Maduro è lo stesso in cui si trovano tutti i detenuti più famosi del mondo Il Metropolitan Detention Center di Brooklyn è noto per aver accolto politici, boss e celebrità, ma anche per il pessimo stato in cui versa.
Stephen Miller, il più fidato e potente consigliere di Trump, ha detto che gli Usa possono prendersi la Groenlandia con la forza «Il mondo è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», ha spiegato Miller, minacciando per l'ennesima volta la Groenlandia.

Voglio una vita spericolata, voglio una vita come Tom Cruise

Vita e opere dell'uomo diventato attore perché si annoiava a fare qualunque cosa e che in questi giorni è tornato al cinema nei panni di Maverick per il sequel di Top Gun.

26 Maggio 2022

Un uomo che a sessant’anni continua a fare le stesse cose di quando ne aveva venti può essere affascinante, imbarazzante oppure Tom Cruise. Vale a dire sia imbarazzante che affascinante, a seconda dei momenti e delle circostanze. In questi giorni l’attore è stato a Cannes per presentare Top Gun: Maverick, ennesimo e stupendo sequel di questi anni di poche idee e tanta nostalgia, «il blockbuster perfetto», come è stato definito. Nelle intenzioni di chi lo ha realizzato, Top Gun: Maverick sarebbe un film d’ensemble: da una parte una vecchia guardia – Cruise, Jennifer Connely, Val Kilmer – pronta a uscire e dall’altra una nuova – Miles Teller, Glen Powell – che scalpita per entrare. Ovviamente, il film finisce per essere esattamente la riduzione che se ne legge nel titolo: Maverick, cioè Tom Cruise, cioè un vecchio pilota che nella prima scena del film si fa quasi cacciare dall’aeronautica per aver spinto un prototipo di aereo da miliardi di dollari oltre la soglia del Mach 10, un sessantenne che fa le cose di quando aveva vent’anni. Forse ci sarebbe un discorso da fare sulla pervicacia di una certa generazione rispetto a tutte quelle successive, ma forse a spiegare tutto basta la risposta che diede Harrison Ford durante il panel dedicato a Blade Runner 2049 al Comi-Con di San Diego 2017. «Hai intenzione di essere nel reboot di tutti i franchise di cui sei stato protagonista?», gli chiese uno dei presenti tra il pubblico, tentando di fare il brillante. «Ci puoi scommettere il culo», rispose Ford.

Uno che “ci scommette il culo” su ogni film che fa è Tom Cruise. In più sensi, alcuni figurati, altri letterali. Top Gun: Maverick doveva uscire due anni fa. Nonostante la pandemia, rispettare i tempi inizialmente previsti sarebbe stato possibile, a costo di sacrificare l’uscita nelle sale e “accontentarsi” di una distribuzione sulle piattaforme streaming. «Non è mai stata una possibilità, non sarebbe mai successo», ha detto Cruise durante una “masterclass conversation” organizzata per lui (e non per il regista Joseph Kosinski, giusto per far capire a chi appartiene davvero Top Gun) durante i giorni della presentazione del film a Cannes. Lo hanno chiamato populista, luddista, reazionario, il solito americano convinto che “grande” e “migliore” siano sinonimi. «Non farò mai un film per le piattaforme streaming», ha risposto lui. «Io faccio i film per lo schermo grande e per il grande pubblico».

Ormai la sua spericolatezza, in parole e opere, non è una notizia. Lo sanno tutti che non ha più uno stuntman da anni e che in tutte le scene più pericolose dei suoi film quello che “ci scommette il culo” (qui il senso è letterale) è proprio lui. Daredevil, lo hanno ribattezzato. Di questa cosa non ne vuole più parlare nemmeno Cruise, in realtà. Negli anni ha messo a punto una risposta che ormai usa sempre quando incontra il giornalista convinto di essere il primo a chiedergli se non è assurdo che un uomo di sessant’anni resti appeso ad aerei che decollano, salti da un tetto all’altro fratturandosi le caviglie o si cimenti in evoluzioni aeree che noialtri non avremmo il coraggio di tentare nemmeno al simulatore di volo. «Ma avresti mai chiesto a Gene Kelly perché nei suoi film si ostinava a ballare lui invece di usare una controfigura?», risponde sempre Cruise. Che non per niente sono anni che prende lezioni di canto e di ballo: dovessero proporgli un musical, vuole farlo come lo avrebbe fatto Gene Kelly.

I riferimenti ai miti fondativi del cinema sono una costante nella comunicazione di Cruise. Racconta sempre di quando sul set di Taps (1981, il suo secondo film dopo Amore senza fine di Franco Zeffirelli) si mise ad assillare George C. Scott per farsi raccontare com’era lavorare con Preminger, Kubrick, Schaffner. Per tenerlo buono e concedere a Scott un momento di pace, Harold Becker, regista di Taps, prendeva Cruise e gli faceva vedere come funzionava il posizionamento delle cineprese, la sistemazione delle luci, la regolazione dei microfoni. E Cruise trovava interessantissimo pure quello, cominciava a fargli domande, non la smetteva più e alla fine Becker lo rimandava da Scott. «Volevo capire come tutto questo alla fine diventasse cinema, mi piaceva vederli lavorare». Il fatto che il suo interesse non cambiasse passando dalle sottigliezze dell’interpretazione attoriale ai dettagli performativi della strumentazione cinematografica, Cruise non se lo è mai spiegato davvero. Forse ha a che vedere con certi problemi della gioventù che in età adulta sono diventati pregi: «Da ragazzo ero il migliore a fare qualsiasi cosa. Per due settimane, poi mi annoiavo», ha detto. Ha fatto il gelataio, per un periodo ha studiato da frate francescano, tutto perché perdeva interesse per qualsiasi cosa non appena smetteva di essere nuova. Poi la scoperta del cinema, che per definizione è una cosa nuova ogni volta: a ogni film si ricomincia tutto da capo e si imparano cose diverse, da pilotare aerei da combattimento a brandire una katana giapponese. È così che Cruise ha trovato la sua ossessione e l’ha trasformata in vocazione, dando una forma a quell’eccesso di vitalità che faceva preoccupare i suoi genitori e che poi è diventato un tratto caratteristico dei suoi personaggi.

L’eccesso di vitalità è stato anche la causa di diversi problemi nella carriera di Cruise, momenti surreali e imbarazzanti e incredibili che spesso hanno fatto pensare che il «bankable kook», come lo definì una volta il Guardian, presto o tardi sarebbe finito nel cimitero degli elefanti di Hollywood. Gli episodi “eccessivi” sono troppi ma soprattutto troppo noti per farne un elenco esaustivo. Si è messo a saltare sul divano di Oprah e poi si è fatto da solo la caricatura da Jay Leno. In un’intervista a Matt Lauer definì la psichiatria una «pseudo-scienza» e sconsigliò l’uso di antidepressivi ai depressi. La Chiesa di Scientology lo premiò con la Freedom Medal of Valour for Achievement in the Field of Excellence e lui fece tutto un discorso di accettazione (poi diffuso online) rivolgendosi a un ritratto di L. Ron Hubbard. L’ultima in ordine cronologico è il cazziatone riservato alla troupe di Mission: Impossible 7 per non aver rispettato il distanziamento durante le riprese («Stiamo creando migliaia di posti di lavoro, figli di puttana. Non voglio mai più vedere una cosa del genere. MAI! Se vi vedo farlo un’altra volta, siete fuori, cazzo».). Eppure, niente di tutto questo è bastato per mandare il «bankable kook» al cimitero degli elefanti di Hollywood.

In molti si sono chiesti come Cruise ci sia riuscito, a sopravvivere così a lungo e nonostante tutto. C’è chi crede la spiegazione stia nel suo intuito popolare e populista, chiaramente visibile seguendo la traiettoria della sua carriera: da attore drammatico a action hero, anche perché sapeva che a un certo punto, dopo certi inciampi, nessuno lo avrebbe più preso sul serio. Altri pensano ci sia riuscito perché, alla fine, non è mai diventato quel «grown man» di cui parlava Cameron Crowe in una bellissima intervista del 1986 su Interview Magazine («Still becoming a man!», gli rispondeva Cruise), e alla fine come si può voler male a un ragazzino. Altri ancora pensano che Cruise alla fine sia diventato noioso e che quindi nessuno avesse più interesse a “punirlo”: “Tom Cruise is being boring at Cannes”, diceva un pezzo di Vulture di qualche giorno fa. C’è, infine, chi sa che Cruise è più astuto di quanto non consenta agli altri di capire. Dopo essere diventato la barzelletta di Hollywood a causa di tutte quelle interviste imbarazzanti, ha cominciato a registrarle tutte e a rivederle nei momenti liberi. Per smettere di sbagliare. Per imparare a essere noioso (e quindi tranquillo). Per scoprire un’altra cosa nuova, altrimenti è lui quello che si annoia.

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