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Nemmeno un accordo da un miliardo di dollari con Disney è bastato a evitare la chiusura di Sora da parte di OpenAI La chiusura dell'app di generazione di video tramite AI è una notizia improvvisa ma non così imprevista: i problemi legali erano molti e grossi, tutti relativi al diritto d'autore.
Su internet sempre più maschi si rivolgono ai face rater, cioè tizi pagati per recensire le facce degli altri e decidere se sono belli o brutti Ci sono interi subreddit dedicati e server Discord appositi: basta pubblicare una foto della propria faccia e chiedere che venga recensita.
Il Ministro degli Esteri ungherese è stato accusato di parlare con il Ministro degli Esteri russo prima, durante e dopo le riunioni del Consiglio europeo, e lui ha detto che è assolutamente vero Péter Szijjártó ha detto che secondo lui parlare con Sergei Lavrov durante questi riservatissimi incontri rappresenta «l'essenza stessa della diplomazia, una prassi».
A Londra stanno organizzando un grande rave party a Trafalgar Square contro l’estrema destra L'appuntamento è per il 28 marzo con i più grossi nomi della scena elettronica. Lo slogan è: Reject, Revolt e Resist.
Il successo di Heated Rivalry ha convinto Don DeLillo a ristampare Amazons, un suo vecchio e introvabile romanzo erotico su una giocatrice di hockey femminile Romanzo che l'autore ha odiato e "nascosto" per decenni. Adesso però ha cambiato idea, pare grazie al successo della serie Hbo, e il 17 novembre tornerà in libreria.
Al primo concerto dei BTS dopo 4 anni di pausa si sono presentate “solo” 40 mila persone invece di 260 mila perché il concerto si poteva guardare anche su Netflix Per il grande ritorno della band era atteso un pubblico di almeno 260 mila persone. Evidentemente, anche il BTS Army, tra divano e stadio, sceglie il divano.
Il nuovo spot di Chanel è praticamente un film: è diretto da Michel Gondry, interpretato da Margot Robbie e “remake” di un famosissimo video di Kylie Minogue Il video in questione è quello di "Come Into My World", che nel 2001 fu diretto proprio da Gondry.

Voglio una vita spericolata, voglio una vita come Tom Cruise

Vita e opere dell'uomo diventato attore perché si annoiava a fare qualunque cosa e che in questi giorni è tornato al cinema nei panni di Maverick per il sequel di Top Gun.

26 Maggio 2022

Un uomo che a sessant’anni continua a fare le stesse cose di quando ne aveva venti può essere affascinante, imbarazzante oppure Tom Cruise. Vale a dire sia imbarazzante che affascinante, a seconda dei momenti e delle circostanze. In questi giorni l’attore è stato a Cannes per presentare Top Gun: Maverick, ennesimo e stupendo sequel di questi anni di poche idee e tanta nostalgia, «il blockbuster perfetto», come è stato definito. Nelle intenzioni di chi lo ha realizzato, Top Gun: Maverick sarebbe un film d’ensemble: da una parte una vecchia guardia – Cruise, Jennifer Connely, Val Kilmer – pronta a uscire e dall’altra una nuova – Miles Teller, Glen Powell – che scalpita per entrare. Ovviamente, il film finisce per essere esattamente la riduzione che se ne legge nel titolo: Maverick, cioè Tom Cruise, cioè un vecchio pilota che nella prima scena del film si fa quasi cacciare dall’aeronautica per aver spinto un prototipo di aereo da miliardi di dollari oltre la soglia del Mach 10, un sessantenne che fa le cose di quando aveva vent’anni. Forse ci sarebbe un discorso da fare sulla pervicacia di una certa generazione rispetto a tutte quelle successive, ma forse a spiegare tutto basta la risposta che diede Harrison Ford durante il panel dedicato a Blade Runner 2049 al Comi-Con di San Diego 2017. «Hai intenzione di essere nel reboot di tutti i franchise di cui sei stato protagonista?», gli chiese uno dei presenti tra il pubblico, tentando di fare il brillante. «Ci puoi scommettere il culo», rispose Ford.

Uno che “ci scommette il culo” su ogni film che fa è Tom Cruise. In più sensi, alcuni figurati, altri letterali. Top Gun: Maverick doveva uscire due anni fa. Nonostante la pandemia, rispettare i tempi inizialmente previsti sarebbe stato possibile, a costo di sacrificare l’uscita nelle sale e “accontentarsi” di una distribuzione sulle piattaforme streaming. «Non è mai stata una possibilità, non sarebbe mai successo», ha detto Cruise durante una “masterclass conversation” organizzata per lui (e non per il regista Joseph Kosinski, giusto per far capire a chi appartiene davvero Top Gun) durante i giorni della presentazione del film a Cannes. Lo hanno chiamato populista, luddista, reazionario, il solito americano convinto che “grande” e “migliore” siano sinonimi. «Non farò mai un film per le piattaforme streaming», ha risposto lui. «Io faccio i film per lo schermo grande e per il grande pubblico».

Ormai la sua spericolatezza, in parole e opere, non è una notizia. Lo sanno tutti che non ha più uno stuntman da anni e che in tutte le scene più pericolose dei suoi film quello che “ci scommette il culo” (qui il senso è letterale) è proprio lui. Daredevil, lo hanno ribattezzato. Di questa cosa non ne vuole più parlare nemmeno Cruise, in realtà. Negli anni ha messo a punto una risposta che ormai usa sempre quando incontra il giornalista convinto di essere il primo a chiedergli se non è assurdo che un uomo di sessant’anni resti appeso ad aerei che decollano, salti da un tetto all’altro fratturandosi le caviglie o si cimenti in evoluzioni aeree che noialtri non avremmo il coraggio di tentare nemmeno al simulatore di volo. «Ma avresti mai chiesto a Gene Kelly perché nei suoi film si ostinava a ballare lui invece di usare una controfigura?», risponde sempre Cruise. Che non per niente sono anni che prende lezioni di canto e di ballo: dovessero proporgli un musical, vuole farlo come lo avrebbe fatto Gene Kelly.

I riferimenti ai miti fondativi del cinema sono una costante nella comunicazione di Cruise. Racconta sempre di quando sul set di Taps (1981, il suo secondo film dopo Amore senza fine di Franco Zeffirelli) si mise ad assillare George C. Scott per farsi raccontare com’era lavorare con Preminger, Kubrick, Schaffner. Per tenerlo buono e concedere a Scott un momento di pace, Harold Becker, regista di Taps, prendeva Cruise e gli faceva vedere come funzionava il posizionamento delle cineprese, la sistemazione delle luci, la regolazione dei microfoni. E Cruise trovava interessantissimo pure quello, cominciava a fargli domande, non la smetteva più e alla fine Becker lo rimandava da Scott. «Volevo capire come tutto questo alla fine diventasse cinema, mi piaceva vederli lavorare». Il fatto che il suo interesse non cambiasse passando dalle sottigliezze dell’interpretazione attoriale ai dettagli performativi della strumentazione cinematografica, Cruise non se lo è mai spiegato davvero. Forse ha a che vedere con certi problemi della gioventù che in età adulta sono diventati pregi: «Da ragazzo ero il migliore a fare qualsiasi cosa. Per due settimane, poi mi annoiavo», ha detto. Ha fatto il gelataio, per un periodo ha studiato da frate francescano, tutto perché perdeva interesse per qualsiasi cosa non appena smetteva di essere nuova. Poi la scoperta del cinema, che per definizione è una cosa nuova ogni volta: a ogni film si ricomincia tutto da capo e si imparano cose diverse, da pilotare aerei da combattimento a brandire una katana giapponese. È così che Cruise ha trovato la sua ossessione e l’ha trasformata in vocazione, dando una forma a quell’eccesso di vitalità che faceva preoccupare i suoi genitori e che poi è diventato un tratto caratteristico dei suoi personaggi.

L’eccesso di vitalità è stato anche la causa di diversi problemi nella carriera di Cruise, momenti surreali e imbarazzanti e incredibili che spesso hanno fatto pensare che il «bankable kook», come lo definì una volta il Guardian, presto o tardi sarebbe finito nel cimitero degli elefanti di Hollywood. Gli episodi “eccessivi” sono troppi ma soprattutto troppo noti per farne un elenco esaustivo. Si è messo a saltare sul divano di Oprah e poi si è fatto da solo la caricatura da Jay Leno. In un’intervista a Matt Lauer definì la psichiatria una «pseudo-scienza» e sconsigliò l’uso di antidepressivi ai depressi. La Chiesa di Scientology lo premiò con la Freedom Medal of Valour for Achievement in the Field of Excellence e lui fece tutto un discorso di accettazione (poi diffuso online) rivolgendosi a un ritratto di L. Ron Hubbard. L’ultima in ordine cronologico è il cazziatone riservato alla troupe di Mission: Impossible 7 per non aver rispettato il distanziamento durante le riprese («Stiamo creando migliaia di posti di lavoro, figli di puttana. Non voglio mai più vedere una cosa del genere. MAI! Se vi vedo farlo un’altra volta, siete fuori, cazzo».). Eppure, niente di tutto questo è bastato per mandare il «bankable kook» al cimitero degli elefanti di Hollywood.

In molti si sono chiesti come Cruise ci sia riuscito, a sopravvivere così a lungo e nonostante tutto. C’è chi crede la spiegazione stia nel suo intuito popolare e populista, chiaramente visibile seguendo la traiettoria della sua carriera: da attore drammatico a action hero, anche perché sapeva che a un certo punto, dopo certi inciampi, nessuno lo avrebbe più preso sul serio. Altri pensano ci sia riuscito perché, alla fine, non è mai diventato quel «grown man» di cui parlava Cameron Crowe in una bellissima intervista del 1986 su Interview Magazine («Still becoming a man!», gli rispondeva Cruise), e alla fine come si può voler male a un ragazzino. Altri ancora pensano che Cruise alla fine sia diventato noioso e che quindi nessuno avesse più interesse a “punirlo”: “Tom Cruise is being boring at Cannes”, diceva un pezzo di Vulture di qualche giorno fa. C’è, infine, chi sa che Cruise è più astuto di quanto non consenta agli altri di capire. Dopo essere diventato la barzelletta di Hollywood a causa di tutte quelle interviste imbarazzanti, ha cominciato a registrarle tutte e a rivederle nei momenti liberi. Per smettere di sbagliare. Per imparare a essere noioso (e quindi tranquillo). Per scoprire un’altra cosa nuova, altrimenti è lui quello che si annoia.

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