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10:27 venerdì 11 settembre 2026
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.
Il crossover tra A24 e Dior sembra strano ma in realtà ha perfettamente senso sia per A24 che per Dior Per i prossimi due anni il brand diverrà main partner del Cherry Lane Theatre di New York, istituzione centenaria acquisita da A24 nel 2023
Il nuovo corto di Maison Margiela sembra il trailer di un film di Dario Argento Si chiama Anonymity e ricorda molto Suspiria, sia per alcune scene che per la colonna sonora che cita le musiche dei Goblin.
Mamdani ha reso pubbliche 170 mila pagine di report, dichiarazioni e indagini sulla qualità dell’aria dopo l’attentato alle Torri Gemelle Quattro amministrazioni comunali diverse hanno tenuto quelle carte fuori dalla portata del pubblico, del Congresso e del consiglio comunale, mentre i funzionari continuavano a definire l'aria sicura e accettabile. Ora sono consultabili online.
Per la prima volta un’AI ha progettato virus mai esistiti in natura e perfettamente replicabili in laboratorio Una scoperta potenzialmente molto utile per la medicina ma con dei lati inquietanti, per via delle possibili applicazioni dei virus come armi biologiche.
Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.
Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.

J.R.R. Tolkien, prigioniero politico della destra italiana

La mostra alla Gnam di Roma dedicata all'autore del Signore degli Anelli è l'ennesima prova di una distorsione politica dei significati di questa opera che in Italia prosegue oramai da 60 anni.

17 Novembre 2023

Per parlare della mostra su Tolkien, inaugurata a Roma qualche giorno fa, bisogna parlare di Zeitgeist. L’opera del grande scrittore inglese ha infatti accompagnato la riscossa dell’underdog Giorgia Meloni, dal merchandising di Fratelli d’Italia all’ultimo comizio prima delle elezioni del 2022, quando l’allora candidata premier ingaggiò l’amico Pino Insegno, voce italiana di Aragorn nella trilogia di Peter Jackson, per arringare il suo esercito di fedelissimi e trascinarli nell’imminente battaglia alle urne.

Se per appropriazione culturale s’intende l’appropriamento di un certo fenomeno, spesso minoritario, da parte della cultura dominante, la passione per gli Hobbit dei neofascisti italiani degli anni ’70 può essere considerato in qualche modo il suo opposto: una destra extraparlamentare e marginalizzata, che si nutriva di letture esoteriste e poesie di Julius Evola, nonché di quella mitologia vagamente nordeuropea tanto cara al Terzo Reich, vide nell’opera di Tolkien una sorta di paese dei balocchi di simboli para-fascisti, o comunque di quei topoi che la destra tipicamente adora, come la guerra e gli eroi, una società organizzata per caste, una patria eternamente minacciata, certi valori militaristi quali lo spirito di sacrificio, il senso del dovere, il rispetto della propria stirpe.

Ma cosa fare di questo patrimonio di simboli una volta venuto meno il collante, anch’esso fortemente identitario, dello status di grandi esclusi dell’arco parlamentare? L’eccezionalità del posizionamento di questo governo nella storia del nostro Paese ha portato con sé l’istanza di un rinnovamento del paradigma culturale, attingendo proprio a quell’immaginario da cui l’attuale classe politica proviene e ricercando la sua legittimità intellettuale in quei simboli ritenuti così fortemente identitari. La strada per costruire la nuova cultura di destra è un compito arduo e inevitabilmente costellato di scivoloni interpretativi (come quando il ministro Sangiuliano disse che Dante era l’iniziatore del pensiero di destra), non sappiamo se col preciso fine della rilettura ideologica o con una sorta di candore interpretativo derivato da uno studio forse superficiale degli autori di culto di questo piccolo rinascimento postmoderno.

Nella storia occidentale l’interpretazione appare per la prima volta quando la cultura “scientifica” classica si pose il problema dell’utilizzo dei miti. Fu allora che si ricorse all’interpretazione, per conciliare i simboli religiosi, di per sé profondamente identitari, con la nuova temperie culturale scientifica: di fatto uno svuotamento del valore, per così dire, letterario, del mito per asservirlo all’utilizzo ideologico, o comunque circostanziato, della nuova temperie culturale. È presto quindi svelata la metafora del mito tolkeniano nell’interpretazione degli intellettuali tricolori: Giorgia Meloni novella Gandalf, forza maieutica della salvezza della Terra di Mezzo, la squadra di governo come i coraggiosi Re degli uomini che vanno incontro alla morte per affrontare le orde terrificanti degli invasori e i complotti orditi dalle lobby internazionaliste; la Contea non altro che la nostra bella verdeggiante Italia, Paese tradizionalmente rurale, di buon cibo e brava gente; un tocco di eroismo spicciolo (leggi: Salvini che difende le nostre coste) e un approssimativo senso di solennità (forse, l’abuso del termine patriota) completano il quadro di una sommaria rilettura post-ideologica dell’universo di Arda operata dalla nostra classe politica e intellettuale.

Non a caso Sangiuliano, invitato a visitare la mostra in anteprima insieme alle più alte cariche del governo, ha sottolineato che «si vuole sminuire [Tolkien] a una polemicuzza politica», proprio a rivendicare ancora una volta una cultura minoritaria rispetto a quella “imposta” (che il culto di Tolkien sia considerato minoritario è una peculiarità tutta italiana: ovunque nel mondo Tolkien è il geniale padre del fantasy, non il padrino dei nostalgici del Ventennio). La lettura di Tolkien in chiave così smaccatamente politica è segno, purtroppo, di una mistificazione della sua opera. Il Professore, anche ammesso che volesse muovere una critica sociale e politica al suo tempo, dall’atrocità della guerra all’avanzare minaccioso della sempre maggiore industrializzazione (Il signore degli anelli fu scritto a cavallo della Seconda guerra mondiale), la volse piuttosto alle mistificazioni del potere in generale e alla debolezza che genera negli uomini che lo possiedono.

In quasi tutti gli esempi moderni, l’interpretazione è un rifiuto di lasciare in pace l’opera d’arte, addomesticandola e cercando di ridurla unicamente al suo contenuto e lavorare su questo con mezzi che trascendono i legittimi strumenti della filologia. «L’interpretazione rende l’arte docile e accomodante», dice Susan Sotang in un saggio famoso intitolato appunto Contro l’interpretazione. In questo caso specifico, il tema dell’interpretazione, per così dire, peregrina, dell’opera di Tolkien è stato affrontato dettagliatamente da Lucio Del Corso e Paolo Pecere in un libro che racconta le traversie del Signore degli anelli in Italia tra mistificazione e strumentalizzazione politica (L’anello che non tiene: Tolkien fra letteratura e mistificazione, Minimun Fax 2003).

Se quindi è possibile attribuire qualche merito alle vicissitudini di Tolkien in Italia, di certo è una riflessione seria sull’anacronismo di qualsiasi lettura ideologica e, per contro, sul valore più alto che esiste nell’arte, cioè la sua scomodità. Una parola che insieme a resilienza e a complessità, rientra tra quelle di cui siamo abituati ad abusare, o ad usare con un sorriso di compiacimento intellettuale. Come dice Walter Siti in un breve e fondamentale saggio intitolato Contro l’impegno (Rizzoli, 2021), lo scopo dell’arte non è quella di essere terapeutica o consolatoria, ma di costringerci a indossare il punto di vista altrui, tanto meglio se inconciliabile con il nostro.

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