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LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

I giganti della tecnologia stanno comprando i giornali, ma possono salvarli?

Il Washington Post, l'Atlantic, e ora anche Time. Analisi di una tendenza che ha le sue luci ma anche qualche ombra.

25 Settembre 2018

Ormai si può parlare di un trend. L’ultimo capitolo è quello di Marc Benioff, fondatore e amministratore delegato di Salesforce, il gigante del cloud, che la scorsa settimana ha acquistato la rivista Time: 190 milioni di dollari pagati sull’unghia. L’anno scorso era stata la volta di Lauren Powell Jobs, la vedova di Steve Jobs, che attraverso la sua organizzazione Emerson Collective aveva comperato le quote di maggioranza dell’Atlantic. Il caso più emblematico, probabilmente, è quello di Jeff Bezos, il proprietario e fondatore di Amazon, nonché uomo più ricco del mondo, che ha acquistato il Washington Post nel 2013. Più recentemente Patrick Soon-Shiong, il tycoon delle biotecnologie, ha acquisito le quote di maggioranza del Los Angeles Times, di cui era già socio di minoranza. Abbondano i magnati del tech, un settore che in questi anni sta andando particolarmente bene, che si comprano giornali, un settore che invece se la passa piuttosto male.

Manca solo Mark Zuckerberg, verrebbe da dire, anche se lo strapotere di Facebook sull’informazione è tale che, per dire, un New York Times in mano a Zuckerberg sarebbe estremamente inquietante, e questo lui lo sa. C’è stato però il caso di un altro co-fondatore dl Facebook, Chris Hughes, che una testata se l’era comprata: nel 2012 Hughes aveva rilevato The New Republic, rivista prestigiosa ma in difficoltà. L’esperimento durò poco e infatti finì – male – nel 2016. L’implosione di TNR è stato uno dei casi editoriali di questi anni e infatti nessuno s’è sorpreso quando lo storico, seppure relativamente giovane, direttore della testata, Franklin Foer, ha pubblicato un libro contro la Silicon Valley. Il titolo è tutto un programma: World Without Mind: The Existential Threat of Big Tech, uscito proprio in questi giorni in italiano come I nuovi poteri forti. Come Google, Apple, Facebook e Amazon pensano per noi (Longanesi).

I miliardari della tecnologia, si diceva, si stanno comprando i giornali. E la cosa solleva due domande. Primo: perché? E, secondo: è una buona cosa? Insomma, davvero la Silicon Valley può salvare l’editoria in crisi, visto che la rivoluzione tecnologica ha contribuito a mettere in crisi l’editoria? A queste due domande, e a qualche altra, ha dedicato un editoriale interessante Kara Swisher sul New York Times. Più che offrire risposte aiuta a inquadrare meglio la questione (un’ammissione personale: scrivo, retribuita, su due dei sopracitati giornali americani comprati da tech-magnati, dunque non ho la pretesa di essere un osservatore imparziale).  Come per il libro di Foer, anche qui titolo la dice lunga: «Can people who almost brought down the news business save it?».

Perché i signori della Silicon Valley si stanno comprando i giornali? Su questo Swisher in principio è brutale: «Questa abbuffata di acquisti editoriali può essere spiegata con due parole: perché possono. E, volendo, con altre cinque parole: perché i media costano poco». Poi però la commentatrice avanza altre ipotesi: «Perché una rivista e non una squadra di calcio, visto che l’editoria è un campo più caotico e incerto? Forse perché offre una miscela inebriante di altruismo, potere ed ego». Sul «potere» forse ci sarebbe da ridire: se sei l’uomo più ricco del mondo, se sei entrato nelle case di tutti i consumatori del globo e hai database sterminati, non hai bisogno di una testata per avere potere. Sull’«ego» e sull’«altruismo» (e solo gli ingenui possono credere che siano principi antitetici), l’editorialista però coglie il segno.

Il punto non è che avere un giornale fa figo, il punto è che possedere un giornale permette di presentarti, e pensare a te stesso, come un salvatore dell’informazione libera, in una fase storica in cui l’informazione libera è in crisi, per questioni di modelli economici ma anche socio-culturali (l’effetto bolla, le fake news, la polarizzazione, l’overdose di contenuti, eccetera). Anche se è ancora presto per giudicare il loro operato, scrive Swisher, sia Benioff che la signora Jobs sostengono che il loro interesse è semplicemente sostenere il quarto potere. Quanto a Bezos, «Trump lo accusa spesso di avere comprato il Washington Post per avere una maggiore influenza, ma per il momento sembra che semplicemente gli piaccia possedere un giornale che sta andando a gonfie vele». Del Washington Post, Bezos non ha parlato molto nell’intervista a Forbes, che lo ha messo nella sua ultima copertina. Però ne aveva parlato all’Economic Club di Washington: ha deciso di immischiarsi nelle sorti del giornale perché era convinto che il Post avesse «un ruolo incredibilmente importante da svolgere in questa democrazia».

Nell’era Trump, sia il Post sia l’Atlantic stanno facendo un gran lavoro, anche grazie ai soldi immessi dai loro nuovi proprietari. In tutto questo, c’è però «un’ironia terribile: coloro che ci hanno quasi uccisi ci stanno rendendo più forti», scrive Swisher. Che prosegue, parlando a nome della categoria dei giornalisti: «Ci dà la nausea trovarci a dipendere dalla generosità di persone la cui ricchezza è il risultato diretto della stessa era digitale che ha messo in difficoltà i media, un tempo potenti». Allora, chi ha quasi distrutto il business del giornalismo può davvero salvarlo? Questa domanda però ne solleva un’altra, forse un po’ meno ideologica ma più scomoda: se la salvezza dei giornali dipende dalla generosità della Silicon Valley, chi vigila sulla Silicon Valley? Non è una questione da poco, in un periodo in cui il rapporto tra tecnologia e democrazia è sempre più delicato. Tra le più grandi storie di quest’anno, segnaliamo il caso Cambridge Analytica e la mega-inchiesta su Facebook. Lo scoop su Cambridge Analytica l’hanno fatto il New York Times e il Guardian, mentre la mega-inchiesta su Facebook è di Wired. Nessuna di queste tre testate appartiene a un miliardario della Silicon Valley.

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