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Polymarket è stata costretta a chiudere la pagina in cui faceva scommettere sull’imminente apocalisse nucleare Si poteva fare una di due scelte: la bomba esploderà entro la fine di marzo? Oppure entro giugno dell'anno prossimo?
Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".

Possiamo fare a meno degli album?

Dancehall di The Blaze è una delusione rispetto ai singoli che ci avevano invece esaltato. E non è l'unico caso.

28 Settembre 2018

Un po’ come Liberato, i misteriosi The Blaze si sono fatti conoscere grazie a un paio di video, apparsi con un lungo intervallo di tempo tra l’uno e l’altro (un po’ come se tra “9 maggio” e “Tu t’e scurdat’ ‘e me” fosse passato un anno). “Virile” compare su Youtube a gennaio del 2016, “Territory” viene pubblicato a febbraio del 2017. Come sottolinea Aimee Cilff in un ritratto-intervista pubblicato su The Fader (a differenza di Liberato, a un certo punto i The Blaze hanno rivelato la loro identità: sono due cugini francesi, Guillaume e Jonathan Alric) entrambi i video, diretti da loro stessi, raccontano momenti di intimità tra uomini. Sono permeati, aggiungo io, di quello che potremmo chiamare “romanticismo contemporaneo”: abbondano di immagini di persone sole davanti a vasti paesaggi urbani (scintillanti nella notte o dorati dalla luce dell’alba/del tramonto). E poi scene di gruppo sapientemente architettate, e una sofisticata combinazione tra musica e immagini, che raggiunge l’apice nella scena di “Territory” in cui i pugni scagliati del ragazzo coincidono perfettamente con la linea del synth.

“Virile” potrebbe essere una storia di “bromance” o il racconto della nascita di un amore gay (all’inizio compare una frase di Nat King Cole: «You call it madness but I call it love»). In un appartamento della banlieu parigina, due ragazzi si fanno una canna, ballano, ridono, lottano. Capire che tipo di rapporto lega i  protagonisti non è poi così importante: quello che conta è la tensione sprigionata dalla loro connessione. Il video di “Territory”, ulteriormente cinematografico, potrebbe benissimo essere un trailer: è la storia del ritorno ad Algeri di un ragazzo che, si intuisce, ormai vive in Francia da diversi anni. Per girarlo ci sono voluti 6 mesi e basta guardarlo per capire perché: è impeccabile in ogni suo dettaglio, praticamente un mini-film.

Una scena di “Territory”, The Blaze

A questi due singoli è seguito un ep, poi un altro singolo, “Heaven“, con un video bellissimo ma meno potente (forse perché avevamo già visto gli altri due, ma anche perché quell’estetica da “periferia patinata”, luci crepuscolari, neon e scene di gruppo – amici che fumano, ballano, cazzeggiano – introdotta dai The Blaze si è poi diffusa anche in Italia, soprattutto tra i video diretti da Francesco Lettieri per Liberato, compresi “Gaiola portafortuna”, “Me staje appennenn’ amò” e gli ultimi due) e “Queens“, il più recente (4 settembre), una specie di “Virile” al femminile, decisamente più drammatico e violento.

Il 7 settembre è arrivato Dancehall, il loro primo, attesissimo disco. C’è un problema: è un album molto più debole di quanto ci saremmo aspettati. Riassumendo il concetto espresso da Pitchfork nella recensione (negativa) del loro primo ep, i cugini mostrano tutta la loro potenza nei cortometraggi, in cui la musica, unita alle immagini, conduce i protagonisti – così come lo spettatore/ascoltatore – verso una catarsi profonda. Ma senza l’aiuto dei video, la loro musica perde una parte importante delle sue sfumature. Ecco, questo discorso vale ancora di più per il loro nuovo album, valutato con lo scarso punteggio di 5,7. Qui potete leggere la recensione di Pitchfork, ed è vero, le tracce dell’album sono piatte e ripetitive.

Viene voglia di chiedersi se anche un disco di Liberato, se mai dovesse vedere la luce, risulterebbe deludente. Ma il punto è proprio quello: forse il nostro sarà così intelligente da evitare la trappola dell’album, continuando a sfornare video che valgono in sé stessi e non necessitano di essere raggruppati o accompagnati da brani “minori”. Se pensiamo al modo fluido e potenzialmente illimitato in cui ci siamo abituati ad ascoltare la musica oggi (non abbiamo più bisogno di scegliere “fisicamente” un disco, una cassetta, un cd) il concetto dell’album risulta superfluo. Certo, quando le tracce, tutte insieme, sono in grado di creare un’atmosfera e una narrazione efficace, siamo ancora contenti. Ma il successo dei visual album (da Kanye West a Beyoncé, fino al meno convincente Dirty Computer di Janelle Monae) e dei video-singoli di musicisti come The Blaze e Liberato, in cui non vi è quasi soluzione di continuità tra musica e immagini, dimostrano che sarebbe interessante, per certi artisti, iniziare a trovare dei modi per liberarsi dalle costrizioni del disco e affidarsi soltanto ai nuovi formati.

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