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Un attivista irlandese ha pubblicato su internet l’identità di migliaia di agenti dell’ICE Lo ha fatto su un sito che si chiama ICE List, al momento ci si trovano 4500 nomi, indirizzi email e numeri di telefono di agenti dell'anti immigrazione.
In Iran i morti potrebbero essere 30mila in due giorni, la strage più efferata dalla Seconda guerra mondiale L'unico precedente paragonabile sarebbe l'eccidio di Babyn Yar dove, tra il 29 e il 30 settembre del 1941, i nazisti uccisero 33 mila ebrei ucraini.
Mentre a Minneapolis si scatenava il caos, Trump era alla Casa Bianca a vedere in anteprima il documentario sulla moglie Melania Una proiezione esclusiva, con contenitori di popcorn brandizzati, tra gli invitati il Ceo di Apple e, per qualche ragione, anche Mike Tyson.
Kim Jong-un che fissa le persone mentre fanno il bagno alle terme è già il miglior meme del 2026 Il leader supremo della Corea della Nord ha festeggiato l'inaugurazione di un nuovo Centro vacanze fissando le persone che facevano il bagno e la sauna.
Un giornale portoghese ha scambiato Dario Ballantini, l’imitatore di Valentino, per il vero Valentino Lo ha fatto Jornal Expresso, che ha poi rimosso il post, anche se lo stesso Ballantini ha ammesso che «la nostra somiglianza in passato ha confuso pure Calvin Klein».
Il trasferimento del Leoncavallo in via San Dionigi è saltato e adesso non si sa che ne sarà del centro sociale A cinque mesi dallo sgombero di via Watteau, l'ipotesi via San Dionigi è definitivamente tramontata e ora non si sa come procedere.
Oltre 800 artisti hanno lanciato un appello per chiedere che la repressione delle proteste in Iran sia trattata come un crimine contro l’umanità Tra i firmatari ci sono anche Shirin Neshat, Jafar Panahi Juliette Binoche, Marion Cotillard e Yorgos Lanthimos.
Arctic Monkeys, Pulp, Blur, Fontaines D.C., Depeche Mode, Cameron Winter, King Krule, Wet Leg, Anna Calvi: l’album Help 2 è il sogno realizzato degli amanti dell’indie E questi sono solo alcuni degli artisti e delle band riuniti dalla War Child Records per questo album di beneficenza che uscirà il 6 marzo.

Il Texas raccontato da Lawrence Wright

Nel suo libro appena uscito in Italia, il giornalista del New Yorker, sceneggiatore e premio Pulitzer, viaggia nello Stato più simbolicamente americano.

17 Ottobre 2019

In una recente copertina del luglio scorso l’Economist aveva messo a confronto i due più importanti Stati d’America, il Texas e la California, individuando, al di là di una serie di differenze secolari che caratterizzano due mondi politicamente e culturalmente agli antipodi, anche da un punto di vista dell’immaginario, alcuni indicatori che mostrerebbero come su alcune questioni centrali le distanze si stiano lentamente ridimensionando. Al punto che il titolo del servizio, Texafornia dreaming, evocativamente un po’ sinistro, lasciava presagire, in prospettiva futura, un mix ideale dei due Stati, un luogo simbolicamente americano in grado di coniugare un’ottima istruzione e libertà individuali, battaglie per l’ambiente, efficaci politiche abitative e grandi opportunità lavorative.

Ma se della California più di qualcosa sappiamo, per conoscenza diretta o per via della mole di informazioni (seppur filtrate) che arrivano puntuali a destinazione, del Texas probabilmente la maggior parte di noi si ferma agli scritti di Joe Lansdale e di Cormac McCarthy o a una serie di luoghi comuni, ma non per questo necessariamente falsi, che associano il Lone Star State all’individualismo da cowboy, al liberismo sfrenato, all’esaltazione del machismo (le squadre sportive si chiamano Cowboys, Rangers e Maverick) e a un patriottismo da avanspettacolo che si scontra contro il disprezzo, quello sì reale, verso tutto ciò che profuma di autorità. In sintesi, una rappresentazione hollywoodiana alla John Wayne dove a prevalere è la leggenda della frontiera e il mito di “un West senza briglie”. Eppure, scrive Lawrence Wright, giornalista del New Yorker, sceneggiatore e premio Pulitzer per il libro The Looming Tower, «la figura che più incarna i valori che le persone associano al Texas è un miliardario narcisista di Manhattan che attualmente sta seduto sullo studio ovale». Un paradosso, apparentemente. Così, anche per rovesciare questa impostazione culturale, marcatamente liberal, e provare a raccontare dall’interno le diverse sfumature di uno Stato che possiede un Pil superiore a quello del Canada, Wright ha scritto Dio salvi il Texas. Viaggio nel futuro dell’America, un libro a metà tra reportage e memoir, pubblicato lo scorso anno in America e uscito proprio in questi giorni in Italia per NR Edizioni nella traduzione di Paola Peduzzi, giornalista e responsabile esteri del quotidiano Il Foglio.

Liberal, ma amico della famiglia Bush, cresciuto con il ritratto in camera da letto del generale Robert E. Lee, il celebre comandante delle Forze Confederali durante la Guerra Civile Americana, consapevole del suo essere texano, ma al tempo stesso indispettito dalla presupponenza East Coast di chi sproloquia senza aver mai messo piede a Houston, Lawrence ci porta con la sua ironia disincantata e le invidiabili doti di narratore “nell’intera gamma del Texas in tutta la sua vergogna e gloria”, come ha scritto il New York Times, muovendosi con disinvoltura tra racconti sul business del fracking, rievocazioni dell’omicidio Kennedy, storie di serpenti e lungimiranti aneddoti di politica statale, talvolta involontariamente comici, talvolta pericolosamente cinici. Che a volte, e sono i più divertenti, rivelano anche un inaspettato lato burlesque; come nel caso di Ted Cruz, che nel bel mezzo della campagna presidenziale 2016, pensando di mostrare il suo volto più umano,  postò un video su YouTube intitolato Machine gun bacon, nel quale si vedeva il senatore avvolgere una fetta di bacon intorno alla canna di un AR-15, ricoprirla con la carta stagnola e premere il grilletto.

Idiozie elettorali a parte, Wright ha il merito di far emergere con chiarezza un paradosso centrale, tra i tanti: quello di uno Stato che da un lato si sta spostando ulteriormente verso destra, con il rischio di trascinare con sé l’intero Paese – gli esempi descritti nel libro sono diversi, la politica sempre più permissiva a favore dell’utilizzo delle armi, la battaglia retrograda sul bathroom bill, l’ossessione antiabortista, l’idiosincrasia verso ogni forma di intervento federale – ma che dall’altro mostra evidenti segnali di cambiamento del suo corpo elettorale, grazie al ruolo sempre più incisivo giocato dalle minoranze ispaniche, al punto da ipotizzare, in un futuro non cosi lontano, una riscossa democratica. D’altronde i margini di vittoria dei repubblicani si sono ridotti nel tempo (Romney sconfisse Obama di oltre 15 punti, Trump vinse con Clinton di 9), piccole macchioline blu sono comparse nella cartina geografica dominata dal “pianeta rosso” e i trend demografici non fanno altro che confermare questa tendenza. I numeri indicano che il Texas sta diventando uno Stato sempre più giovane e urbano, ma anche che nelle elezioni del 2016 il tasso giovanile (tra i 18 e i 24 anni) di persone che andarono a votare fu la metà rispetto a quello della fascia demografica compresa tra i 60-75 anni. Come dice nel libro Wendy Davis, divenuta famosa per aver cercato di opporsi alla legge per limitare il diritto all’aborto, «il Texas non è uno Stato rosso, è uno Stato blu di gente che non vota». Se gli ispanici votassero in Texas al ritmo in cui votano in California, aggiunge Wright, lo Stato sarebbe già democratico.

Ma quali sono i luoghi dove è più visibile questo cambiamento? Quando si discute delle città del Texas, sopratutto se si vive al di fuori dello Stato, spesso si finisce col il nominare Austin, descritta come una sorta di avamposto liberal e creativo finito quasi per sbaglio all’interno di confini geografici dominati da mandrie di selvaggi. Forbes l’ha definita il miglior posto dove vivere in America. Eppure, anche in questo caso, il giudizio di Wright, che ad Austin ci vive, è un po’ diverso. È diventata talmente cool, scrive, che le famiglie nere e ispaniche sono state battute fuori, e oggi è di fatto una delle città con la più alta segregazione economica del Paese, con affitti altissimi che impediscono quella diversità per cui diventò famosa negli anni Ottanta. Wright non lo dice apertamente ma si intuisce che la città che meglio incarna le sfide future è Houston. Un’anonima cittadina che per anni ha avuto un’unica industria e un solo business, quella del petrolio, mentre oggi vanta una scena teatrale da far invida a New York, il secondo porto per traffico del Paese, il più grande complesso medico al mondo (tutto in Texas è più grande) e, dice il Washington Post, la quinta città americana nella classifica dei miglior ristoranti. Ma soprattutto rappresenta «l’area metropolitana più etnicamente diversificata del Paese», dove un abitante su quattro è nato all’estero e quasi il 40% della popolazione ha meno di 24 anni. Servirebbe però, ed è qui la vera sfida, un massiccio investimento educativo per non rischiare di perdere queste potenzialità. Un’impresa non così semplice, racconta ancora Wright, in uno Stato dove «petrolio, cotone e bestiame erano le uniche fonti reali di ricchezza e l’istruzione non era fattore predittivo di successo». Chissà che non sia giunto il momento di cambiare. Come dice nel libro un’amica giornalista, Houston sembra appesa un bivio: «questo posto potrà diventare Londra o Lagos». A proposito di Texafornia, forse è qui che la California potrebbe tornare utile.

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