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I manifestanti iraniani hanno inventato un nuovo coro per augurare la morte all’Ayatollah Khamenei Un coro abbastanza esplicito, anche: si parla dell'anno nuovo, di sangue e di cosa si meriterebbe il capo della Repubblica islamica.
La tuta indossata da Maduro mentre veniva sequestrato dagli americani è diventata uno dei capi più desiderati del momento Lo certificano i meme, ma anche Google Trend, che nel weekend ha riscontrato un’impennata di ricerche collegate al completo di Nike Tech.
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.
Il carcere di New York in cui è rinchiuso Maduro è lo stesso in cui si trovano tutti i detenuti più famosi del mondo Il Metropolitan Detention Center di Brooklyn è noto per aver accolto politici, boss e celebrità, ma anche per il pessimo stato in cui versa.
Stephen Miller, il più fidato e potente consigliere di Trump, ha detto che gli Usa possono prendersi la Groenlandia con la forza «Il mondo è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», ha spiegato Miller, minacciando per l'ennesima volta la Groenlandia.
Mickey Rourke è indietro con l’affitto della sua villa di Los Angeles e la sua agente ha lanciato una colletta per evitare che venga sfrattato A quanto pare, l'attore deve al suo padrone di casa ben 59 mila dollari di affitti arretrati. Per sua fortuna, la raccolta fondi sta andando bene.
Uscirà una nuovo giocattolo simile al Tamagotchi ma “potenziato” dall’intelligenza artificiale Si chiama Sweekar, può diventare immortale (più o meno), ricordare la voce del padrone e anche rievocare momenti vissuti insieme.
Il Cern ha annunciato che il Large Hadron Collider, il più grande acceleratore di particelle del mondo, resterà spento per cinque anni a causa di lavori di manutenzione Lo stop durerà almeno fino al 2030 e servirà a potenziare il LHC, in modo da usarlo in futuro per esperimenti ancora più ambiziosi.

L’importanza di Teodosio Losito

Lo sceneggiatore morto a 53 anni è stato l'inventore di un genere.

09 Gennaio 2019

Nella prima puntata (o era la seconda?) del Peccato e la vergogna, Gabriel Garko fa fuori quasi tutta la famiglia protagonista, vale a dire i Fontamara, ricconi romani mezzi ebrei anni Trenta vittime dalla sera alla mattina dei gerarchelli locali. Allo stile di Teodosio Losito, sceneggiatore ma sarebbe meglio dire showrunner delle gloriose fiction Mediaset come questa, eravamo già abituati: i personaggi che credevi fondamentali spesso uscivano di scena così, presto e tragicamente. Una scelta spericolata, nel panorama della televisione generalista in cui la morte è sempre stata un tabù: l’altro giorno ho visto, dopo vent’anni, due scene di Un posto al sole, i volti storici c’erano ancora tutti. Negli sceneggiati di Losito la gente invece moriva subito, e tu sapevi che la storia in qualche modo sarebbe andata avanti, anzi l’avrebbe fatto in un modo diverso, non convenzionale, pieno d’audacia e d’invenzione. In fondo, c’era comunque da guadagnarci: morta una Marisa Berenson, entrava in scena un’Eva Grimaldi. Vuoi mettere?

Teodosio Losito è uscito di scena così pure lui, presto e tragicamente, si è ammazzato a cinquantatré anni (tanti ne dichiarava, ma come per le dive non è dato sapere l’età precisa) e però stavolta la storia è finita davvero. Basta fiction, basta Peccato e la vergogna, e L’onore e il rispetto, e tutti gli altri immortali titoli. La storia è finita davvero perché nessun altro potrà governare quell’universo di trame, citazioni, attori cani ma bravissimi, è finita davvero forse pure perché gli spettatori l’avevano già abbandonata, gli ascolti ultimamente erano più bassi, il pubblico di massa s’era ormai smaliziato, o magari la fiction created by Losito aveva fatto così tanti giri da diventare una roba solo di nicchia per davvero.

Di Losito leggerete, in queste ore, le solite (pochissime) note biografiche. Emigrato con la famiglia dal Meridione a Milano come un qualsiasi Rocco e i suoi fratelli, anche lui bello di quel genere biondo Delon, mille lavori e poi il modello, una partecipazione al Festival di Sanremo (stage name Teo, nel brano Ma che bella storia… cantava il ritornello stracult «Ma chi gatto me l’ha fatto fare»), quindi l’incontro con il produttore Alberto Tarallo, il riscatto economico e culturale, fino alla fondazione della Ares Film, casa di produzione con un nome che profuma di Ventennio, il cinema dei telefoni bianchi e i feuilleton di Raffaello Matarazzo. Infatti va così, si comincia con la leggerezza (ma il dramma è dietro l’angolo) del Bello delle donne, e poi Caterina e le sue figlie, e appunto L’onore e il rispetto, Il peccato e la vergogna, e Viso d’angelo, Baciamo le mani: Palermo-New York 1958, Furore: il vento della speranza, e tantissimi film tv, Il morso del serpente, Io non dimentico, Io ti assolvo, Caldo criminale, favolosi titoli da melodramma anni Cinquanta, e infatti lo sfondo era quello, ma con tutte le cose che si potevano dire oggi. Come Todd Haynes quindici anni fa con Lontano dal paradiso aveva rifatto il mélo di Douglas Sirk ma raccontando finalmente che il marito (Dennis Quaid) della solita casalinga insoddisfatta (Julianne Moore) se la faceva con gli uomini, e che in più la solita casalinga insoddisfatta era segretamente innamorata del giardiniere nero (Dennis Haysbert); ecco, allo stesso modo Losito prendeva le storie strappacuore di Matarazzo e faceva affiorare tutto ciò che allora era vietato, il sesso ma stavolta smodato (erano tutti sempre biotti), il camp finalmente dichiarato, la mafia sempre seducente: persino l’integerrima giudice Alessandra Martines non poteva resistere al fascino del picciotto Gabriel Garko!

Le protagoniste della prima stagione de Il bello delle donne, andato in onda su Canale 5 a partire dal 7 marzo 2001

Si diceva showrunner perché Losito è stato il nostro Ryan Murphy prima (o quasi) che Ryan Murphy espugnasse definitivamente Hollywood, entrambi coi loro universi chiusi e autosufficienti, con le stesse trame ripetute all’infinito, le stesse impennate scopertamente queer-kitsch, e pure gli stessi attori. Nelle serie di Murphy c’è sempre Jessica Lange, a noi toccava Giuliana De Sio: qual è la differenza? E poi – a parità di posizionamento nello stardom, perché alla Ares Film ha sempre funzionato così – Virna Lisi e Laura Torrisi, Giancarlo Giannini e Massimiliano Morra, Stefania Sandrelli e Cosima Coppola, Ben Gazzara e Francesco Testi, Ángela Molina e Adua Del Vesco, e poi Valeria Milillo che abbiamo imparato a valutare come migliore supporting actress di sempre (tallonata da Elena Russo), e Sabrina Ferilli, Vincent Spano, Iva Zanicchi, fino alle guest star che solo lui poteva ingaggiare, Anita Ekberg, Eric Roberts, Bo Derek, Burt Young.

E poi loro, loro soltanto, Gabriel e Manuela, praticamente due personaggi di Cartoonia, lui un Amedeo Nazzari ma versione campagna Dolce&Gabbana, lei Yvonne Sanson con momenti da Anna Magnani (rivedetela in Pupetta: il coraggio e la passione: che enorme prova d’attrice!), iconici per davvero e non come si decreta oggi abusando dell’aggettivo, segretissimi nel privato come si conviene alle stelle del cinema, Garko e Arcuri inarrivabili, Garko e Arcuri così seriosamente calati nella parte che se li vedi in borghese paiono Greta Garbo che ride, Garko e Arcuri sogno di tutte le casalinghe, massimamente rispettate da Losito, ma anche delle bolle colte, tutti insieme uniti nel culto. Solo per un attimo, il nostro Paese privo di star-system ha avuto dei divi veri.

Se volete piangere Losito come si deve, ricuperate il magnifico Sangue caldo, sceneggiato in sei parti tra il poliziottesco e l’erotico anni Settanta con una scatenatissima Asia Argento (e Garko, Arcuri, Testi, Spano, Rossi, Milillo, Molina). E So che ritornerai, il più pazzo dei tv movie, storia di fantasmi con una donna (Arcuri) alle prese con un revenant che pare scritta da Shirley Jackson. Una delle scrittrici sul comodino di Teodosio, ne sono certo.

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