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LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

Taylor Swift, reginetta del ballo

Con il suo ultimo disco Lover (che sta andando benissimo), Swift racconta l'America che la circonda, sempre la stessa.

27 Agosto 2019

Ci siamo cascati cinque anni fa, ci caschiamo ancora oggi. È appena uscito il nuovo album di Taylor Swift, Lover, e l’America non parla d’altro. Perché è la venerata Marianna nazionale, la sweetheart che piace a tutti, il baluardo wasp che nessuna appropriazione culturale potrà turbare. Ci caschiamo perché scrive ritornelli che ti si appiccicano in testa. Perché ha inventato una nuova egemonia nella scrittura delle canzonette pop: oggi suonano tutte come le sue. Perché è il mainstream in purezza, e contro il mainstream c’è poco da fare. Abbiamo però imparato la lezione ingenuamente sottovalutata nel passaggio dal country al pop che l’ha resa potenza discografica globale mezzo decennio fa, e cioè: Taylor Swift è la più grande bulla in circolazione, un concentrato di passivo-aggressivismo che è riflesso preciso del tempo che viviamo, e di vittimismo culturale, di opportunismo politico. Starebbe bene nel governo che qua abbiamo appena congedato, e probabilmente pure in quello che verrà.

Taylor Swift ha cambiato la musica degli ultimi anni: in bene? In male? Non è questo il punto. Soprattutto, ha cambiato il modo di raccontarla, di utilizzarla, di condizionarla allo storytelling personale. È la regina dei pizzini musicati. Prima contro gli ex fidanzati: ventuno sarebbero le canzoni finora dedicate agli amori finiti male, ha conteggiato Teen Vogue, da “We Are Never Getting Back Together” su Jake Gyllenhaal a “Style” su Harry Styles. Oggi che è sovrana assoluta, contro chi non le va a genio: “I Forgot That You Existed” varrebbe come dispaccio all’eterno nemico Kanye West, scritto con lo stesso stile di chi fa sfoggio d’indifferenza verso il trash televisivo e però ci tiene a postare indignato sui social «io non guardo Temptation Island».

Taylor Swift è un’ottima cantautrice e una media cantante, ma soprattutto un’abilissima narratrice. Ha cercato, giustamente, di tutelare e regolamentare i guadagni dei musicisti nel nuovo Far West dello streaming, forse perdendo la partita (prima il no a Spotify, quindi l’esclusiva con Apple, ora il ritorno dagli svedesi), ma facendo della sua battaglia più privata che collettiva un precedente pressoché unico tra i pezzi grossi. Ha incassato le accuse di chi la tacciava di qualunquismo, mentre gli States si mobilitavano contro il nuovo trucissimo presidente, per poi politicizzarsi ma sempre per convenienza, diventando paladina femminista, icona LGBTQ (nel recente video ultracamp di “You Need to Calm Down”), ma sempre senza esporsi più del dovuto, senza fare i nomi. Aggiustamenti, variazioni, pizzini. Il metodo è sempre lo stesso, che si tratti di primi appuntamenti o elezioni di Midterm.

Taylor Swift fa uscire ora un album che funziona a dovere e stravende (si prevede poco meno di un milione di copie nella prima settimana, di questi tempi uno sproposito) per rimarcare il suo status di perfetta ragazza d’America, esempio di un Paese che scopre l’indignazione sociale e civica ma che sostanzialmente resta sempre uguale a sé stesso, perbene e perbenista, contemporaneo epperò conservatore, ombelicale anzi eccezionalista. C’è un pezzo che lo segnala meglio degli altri, s’intitola “Miss Americana & the Heartbreak Prince” e in quell’Americana, inteso come genere letterario, c’è tutto il mondo di Swift. Ovvero, a quasi trent’anni, un racconto fatto ancora di prom night, band del liceo, reginette di provincia, piccole cittadine dove non succede mai nulla, ci sono giusto il solito diner, la squadra di football, l’annuario scolastico, la biondina coi dentoni che si riscatta. Come lei.

È il mondo uguale e contrario a quello di Lana Del Rey, l’“Americana” di quest’altra è corrotta e maledetta, con quella malizia californiana assente nel Midwest bacchettone di Taylor Swfit. Lana Del Rey è viali del tramonto, tattoo, David Lynch, palme, Hollywood Babilonia, motociclette, droghe pur sempre light e potabili per il grande pubblico. Taylor Swift è un’infinita stagione di Tredici, un romanzo di John Green e una discussa serie tv Netflix, una puntata di The Bachelorette. L’ironia è che il loro produttore oggi è lo stesso, cioè Jack Antonoff, già fidanzato con Lena Dunham, al momento corteggiatissimo da star e starlette, furbo sintetizzatore di universi che tutti abbiamo già in mente, bisogna solo decidere se si preferisce la luce o il buio, il lato che brilla o quello nell’ombra.

Taylor Swift, che sarebbe luce e brillantini e colori pastello, ha finalmente rivelato il suo dark side: è la Daenerys della musica. Ha smascherato la faccia dell’invidiosa, della secchiona, dell’eterna revanscista che vuole il posto che (secondo lei) le spetta. Cioè, nonostante i miliardi fatti col country, il circuito della musica cool che conta, e allora adesso se li compra tutti perché collaborino con lei, nel fortunato 1989 c’era l’avanguardista Imogen Heap, in questo nuovo lavoro salta sulla giostra St. Vincent. Le amiche a cui s’accompagna sono le ultra-indie Haim, la mainstream-ma-non-troppo Lorde, i tempi disneyani appresso a Selena Gomez sembrano ormai lontani, forse dimenticati. Swift è come una grillina che, partita dal popolo, ha scoperto le élite: ora che sente di farne parte, non le molla più.

C’è di buono che, nella sua narrazione sovranista, Taylor Swift continua a mettere al centro la musica. Mentre le colleghe, per continuare a pagarsi i mutui, aprono linee di trucchi e capsule collection (si dice così) di tute da palestra, lei si limita a sfornare il discone da classifica, ci sono solo lei e Adele a fare le cantanti, di questi tempi. Al massimo vedremo Swift nell’adattamento per il cinema di Cats, che arriverà quest’inverno, il trailer con gli antropogatti è terrificante ma resta pur sempre uno dei più amati musical di Andrew Lloyd Webber, fa curriculum, posizionamento culturale. La ragazza di provincia nel successo di Broadway, la zia è contenta. Taylor si fidanza (ora con l’attorino Joe Alwyn, uno degli imparruccati de La Favorita di Lanthimos), Taylor litiga con Tizia (è quasi sempre Kim Kardashian), Taylor fa la pace con Caia (l’ultima è Katy Perry, anche lei salita, dopo anni di bisticci, sul carro della vincitrice). Taylor con la faccia pulita e l’Instagram pieno di gattini, Taylor senza vizi, senza scandali. L’America attorno a lei è la stessa, e lei continuerà a raccontarla. Cambiano i dibattiti, i presidenti, le battaglie, ma ci sarà sempre una reginetta del ballo su cui contare.

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