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22:46 lunedì 17 agosto 2026
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David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
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È iniziata Succession 4 ed è tutto perfettamente sbagliato

Il 3 aprile è iniziata l'ultima stagione della serie meglio scritta e diretta dei nostri tempi: a brillare nei primi episodi sono Matthew Macfadyen e Sarah Snook (e Brian Cox, ovviamente) ma come sempre è tutto così orrendo che mentre guardi vorresti alzarti e applaudire.

04 Aprile 2023

Eccoci riuniti davanti allo schermo, già malinconici ancora prima di iniziare, perché sappiamo che questa stagione sarà l’ultima. Parte la sigla, sempre la stessa (ma non perfettamente identica: contiene una serie di piccoli indizi), aspettiamo in religioso silenzio il momento più godurioso e cioè (ho fatto un sondaggio: lo pensiamo tutti) quello in cui i bambini ciondolano in groppa all’elefante in modo perfettamente allineato alla musica. La prima puntata della quarta stagione di Succession, disponibile dal 3 aprile su Sky e Now, si chiama The Munsters, a dirigerla è Mark Mylod, regista di sei episodi di Game of Thrones e The Menù. Ma prima di guardarla ricordiamoci dov’eravamo rimasti: alla fine della terza stagione, Logan era pronto a vendere l’azienda al visionario del tech Alexander Skarsgård, tanto bono quanto antipatico. Una possibilità che aveva diviso la famiglia in due fazioni. Da una parte Logan, il finto tonto Tom, il suo scagnozzo cugino Greg (ora tutti li chiamano “the disgusting brothers”) e quell’imbecille di Connor e dall’altra i figli traditori (i mostri del titolo appunto, oppure, come li chiama Logan nella prima puntata, “rats”) Kendall, Shiv e Roman, che vogliono creare una nuova società, giovane e fresca come loro (mah) con sede a Los Angeles.

Così come Mad Men e tutte le altre serie-capolavoro, Succession è estremamente densa, si potrebbe analizzare all’infinito, in ogni suo dettaglio: dalle location alla fotografia (luci e composizioni che ti fanno venire voglia di urlare), dalla colonna sonora all’impeccabile casting di personaggi secondari, dai dialoghi ai look (che meritano un discorso a parte), ed è un po’ quello che ci apprestiamo a fare per i dieci episodi che verranno. Stiamo già collezionando battute perfette, ad esempio: «Marcia’s not here. She’s shopping in Milan. Forever» o le volgarità irripetibili che Roman dice al telefono alla robotica assistente Kerry (Zoe Winters), che tutti trattano come la nuova amante di Logan, o le considerazioni di Tom sulla «gargantuesca», «ridicolmente capiente» borsa Burberry avvistata sulla tinderina (“Bridget Randomfuck”, la chiama qualcuno) che il cugino Greg si porta alla festa. Una borsa pratica in cui mettere di tutto, «dalle scarpe comode per correre a prendere la metro alla schiscia per il pranzo», insomma, una borsa da poveri (o meglio, non da ricchissimi, visto che costa 2890 dollari, ma questo lo dico io, non Tom). Dopo che il primo episodio è andato in onda negli Usa, in tantissimi si sono messi a cercarla online: un perfetto esempio di pubblicità al contrario.

Non è la prima volta che Tom (Matthew Macfadyen) ci delizia con le sue teorie, come quando confidava di essere terrorizzato di andare in prigione perché lì non avrebbe potuto più bere vini pregiati. È sempre stato lui a fornirci le più lucide considerazioni sul modo in cui non sono tanto i soldi, ma i gusti e i consumi, a definire e rivelare l’appartenenza a uno status. Se la famiglia Roy è troppo immersa in quel mondo per rendersene conto, Tom è l’intruso che ha imparato le regole del gioco e le dispensa a quel rincoglionito di Greg, il suo degno successore, uno che, proprio come lui, sta sfruttando il fatto di sembrare tonto e buono per salire sempre più in alto.

Chi, come me, durante le stagioni precedenti era ossessionato da Kendall (al punto che sono arrivata a farmi stampare una T-shirt con la sua faccia) e dalla magnifica relazione perversa tra Roman e Gerri (non ho mai shippato una coppia con tanto ardore) soffrirà un pochino, perché nei primi due episodi questi personaggi passano totalmente in secondo piano: a brillare sono invece Tom e Shiv. Nella scena finale, in cui si incontrano a casa e parlano della loro separazione (o meglio, decidono di non farlo, in un’implosione controintuitiva che rende il tutto immensamente più insostenibile di un litigio), Matthew Macfadyen e Sarah Snook sono spettacolari. Lei si mostra finalmente vulnerabile, lui totalmente arreso, si tengono per mano sul letto in quello che è forse l’unico momento di dolcezza della loro relazione: è tragicamente perfetto che l’unico gesto d’amore scaturisca proprio adesso, quando si dicono che è tutto finito.

Con perfetta, elegantissima circolarità, il primo episodio dell’ultima stagione inizia con il compleanno di Logan Roy, proprio come iniziava la prima puntata della prima stagione (era il 2018). Logan appare sempre più solo. È cattivissimo, come sempre, ma inizia a fare tenerezza: comincia a sembrare proprio vecchietto (Brian Cox, 76 anni, è bravissimo a instillare nelle sue espressioni ombre di stanchezza e decadimento che ti sembra di cogliere perché tu sì che lo conosci bene, Logan Roy). Il passato e il futuro: la festa di compleanno è immersa in un’atmosfera cupa e polverosa completamente opposta all’aria tersa e pulita dove i tre chiattilli si ritrovano a parlare della nuova società. Nei loro brainstorming, però, sembrano completamente scemi e sconnessi, proprio come succede durante i veri brainstorming: il loro nuovo gioiellino mediatico si chiamerà The Hundred e, nelle loro parole, sarà «Substack che incontra MasterClass che incontra The Economist che incontra The New Yorker». Ooooook.

Kendall, cappellino e faccia da pirla, dice banalità che deve aver letto sul profilo di qualche motivatore influencer, Roman, lingua biforcuta, continua ad avere una grande paura del papi, Shiv fa la diplomatica sicura di sé ma, ecco, non è che dalla sua mente stiano sgorgando grandi idee. Funziona meglio, lei, quando si ritrova a contrattare con la signora Pierce per comprare la Pierce Global Media al posto di Logan (The Hundred è stato un attimo accantonato). Nan Pierce è un altro personaggio stupendo, soprattutto quando si dice disgustata dal parlare di soldi nel bel mezzo di un’asta in cui sta facendo il doppio gioco per sfruttare al massimo la lotta del padre contro i figli e spremere più miliardi possibili: «This money talk is disgusting», dice. E intanto ci gustiamo il nuovo look di Naomi Pierce, l’ex cocainomane vecchia fiamma di Kendall, più bona che mai.

Quindi, ricapitoliamo (perché gli ingredienti sono gli stessi delle altre stagioni): la festa deprimente c’è, la guerra di telefonate per chiudere un affare c’è, il brain storming stupido c’è, la scena che fa piangere anche (e quasi supera quella in cui Kendall, pippatissimo, in piena crisi isterica durante la sua festa, cercava nella montagna di regali quelli dei suoi figli, senza trovarli). Manca qualcosa? Ovvio: la scena surreal-demenziale, possibilmente molto volgare, come quando Roman, durante una riunione in ufficio, aveva mandato una dick pic a suo padre (era per Gerri, ovviamente). Il protagonista della figura di merda, stavolta, è Greg, c’entra la tinderina dalla borsa gigante, ma è tutto così assurdo e, come sempre, disgustoso, che spoilerare è un peccato. La scena è ricca di “wild line”, Jesse Armstrong ha questa incredibile capacità di mettere in bocca ai personaggi delle battute così oscene che non credi alle tue orecchie.

È incredibile come tutto possa essere così perfettamente sbagliato. Come quando, dentro a un diner buissimo, Logan si confida con uno di cui manco ci ricordavamo la faccia, il fedele Colin, definendolo il suo più caro amico (Colin è sgomento quanto noi) e facendogli domande tipo: «You think there’s anything after all this?» e «What are people?». Demenza senile o depressione? Chissà. È uno dei preziosi momenti di fragilità dei primi due episodi, in cui Logan sembra cercare di mostrarsi il bastardo di sempre, come quando per far capire a Tom che lo sta ammorbando con la sua inutile logorrea pronuncia la magnifica frase «If we’re good, we’re good» o quando chiede ai suoi adepti, uno per uno, di raccontagli una barzelletta, ed è come se stesse infliggendo loro una tortura. O, ancora, quando nel cuore della notte chiama qualcuno per lamentarsi che il presentatore del tg del suo canale sembra «uno scroto con un tupè» (risolverà mettendoci la sua assistente presunta amante). O quando decide di fare un dialogo motivazionale ai suoi dipendenti (e allora gli costruiscono un palchetto improvvisato di risme di carta da stampante), un monologo alla Shakespeare in cui urla cose tipo: «Sono un pirata». Il secondo episodio si chiude in un’altra location stupenda, una sala karaoke privata nella Koreatown di Manhattan, dove succedono delle cose che non possiamo dire, e l’interpretazione di Connor di “Famous Blue Raincoat” di Leonard Cohen è cringe quasi quanto il ripugnante pezzo rap che Kendall compose e cantò in onore del padre.

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