Cultura | Tv

Cosa dobbiamo aspettarci da The New Pope

Tra comparse e ricostruzioni, la nuova serie sequel di The Young Pope di Sorrentino è come una Game of Thrones italiana.

di Gianmaria Tammaro

Set di "The New Pope", Paolo Sorrentino, dal 10 gennaio su Sky Atlantic. Foto di Gianni Fiorito

Il cinema di Paolo Sorrentino è sempre stato un cinema sontuoso, bellissimo, molto attento all’immagine e alla sua composizione, ai colori, alla fotografia (grazie, maestro Bigazzi) e ai costumi, e poi alle location, alla posizione dei corpi, all’immaginazione che si fa realtà e alla realtà che, così fellinianamente, si fa sogno. The Young Pope, che è stata la prima (e che sicuramente non sarà l’ultima) serie tv che Sorrentino ha diretto, ha dovuto sintetizzare alcune necessità e ne ha potute approfondire altre. Non potendo girare nel Vaticano, molti set sono stati ricostruiti: la Cappella Sistina, la facciata di San Pietro, i giardini vaticani, gli uffici del papa esistono e non esistono, sospesi in una dimensione metafisica di teatri di posa e studi. Circondato dai collaboratori di sempre, Sorrentino ha messo in piedi una bottega enorme, infinita, che l’ha accompagnato dalla prima all’ultima scena. La stessa cosa, anche se in maniera ridotta, perché certi elementi già c’erano ed altri non servivano più, è successa con The New Pope, dal 10 gennaio su Sky Atlantic.

L’artigianalità del mestiere, per Sorrentino, è sempre stata fondamentale. Non avrebbe avuto senso raccontare la storia di un papa senza poterlo vestire come si deve, senza poter evocare, chiaramente e visivamente, la potenza della chiesa. «I costumi e la scenografia sono un simbolo di quello che la chiesa sta cercando di fare, e quindi stare in quegli ambienti ricostruiti, vestire quegli abiti, non è stata solo una questione di accuratezza, ma – ha detto Jude Law, che interpreta Pio XIII – è stato anche un aiuto dal punto di vista della recitazione. Perché mi ha permesso di capire il teatro che c’è nella chiesa». E quindi il cinema che viene costretto nella dimensione del piccolo schermo, che non perde (che non vuole perdere, anzi) niente della sua magnificenza, e che per tenere tutti i pezzi insieme si trasforma in qualcos’altro: qualcosa che, con le dovute proporzioni, si può avvicinare alla messa in scena teatrale.

In The Young Pope e in The New Pope una tunica non è solo una tunica: è una seconda pelle per gli attori, è una maschera, è parte integrante del personaggio. E la stessa cosa, in un certo senso, si potrebbe dire anche dei luoghi. Nella prima serie, la Cappella Sistina che vediamo non è quella vera. È un insieme di impalcature, tappeti stampati, rifiniture a mano, e di fondali blu. In The Young Pope: a tale of filmmaking di Fabio Mollo (disponibile su NowTv e Sky on demand), Ludovica Ferrario, production designer, spiega che «è stato molto delicato il lavoro di ricerca storica e progettuale iniziale. Il momento più importante è senz’altro quando si elaborano i campioni. E con campioni intendo gli esempi di come dovrà poi venire il pavimento, di come dovrà essere un finto marmo, di come si lavorerà alla stuccatura, di come si lavorerà in pittura per ottenere una credibilità di un affresco».

Dal set di “The New Pope”, Paolo Sorrentino. 10/04/2019. Foto di Gianni Fiorito

Quello che l’occhio vede è quello che la mano ha ricostruito; c’è – chiaramente – l’artificio del cinema, la sua magia, la capacità di rendere credibile l’incredibile, e così via. Ma c’è anche una base da cui partire: ed è una base di cose, di fatti; una base palpabile e concreta. Sorrentino parte da lì per costruire il suo mondo. Parte da un dettaglio (come si fa nel cinema), e poi allarga il quadro. Nella serialità, ha la possibilità di approfondire: la storia, la sceneggiatura, i protagonisti e anche – forse soprattutto, anzi – quello che gli sta attorno. E a questo proposito: «I grandi attori – dice Sorrentino – riescono a definire un personaggio attraverso il modo di camminare prima ancora che attraverso le battute». L’apparenza, il movimento, la forma che dà consistenza al contenuto. Il riferimento è a Jude Law e al suo lavoro stupendo come Lenny Belardo, e anche al film Era mio padre di Sam Mendes, che gli ha fatto capire che era perfetto per la parte. Continua Sorrentino: «Volevo raccontare gli uomini, non le gesta». E in questa visione così profondamente terrena, il lavoro dei vari reparti – costumi, scenografia, trucco – acquista un altro spessore. Jude Law non viene ritoccato: ha il viso perfetto per fare il papa americano, l’enfant prodige della fede, piacione e carismatico. Ma è ancora troppo giovane. E quindi gli vengono tinti i capelli di grigio, gli vengono lisciati e messi in ordine in una fila di lato: austero, ma affascinante. E, dice Aldo Signoretti, responsabile delle acconciature, «saggio».

Dietro ogni scelta visiva, c’è un ragionamento preciso. Quando Lorenzo Mieli di The Apartment-Wildside, casa che ha prodotto lo show, ha proposto a Sorrentino di girare una serie, gli aveva parlato di Padre Pio: «C’è il Padre Pio della Rai e c’è il Padre Pio di Mediaset; forse, a Sky serviva il suo Padre Pio». Dopo qualche giorno, però, Sorrentino è tornato da lui e gli ha fatto una proposta diversa: «Raccontiamo il papa». Ed è un papa fatto di sfumature, di misticismo, di curiosità.

Dal set di “The New Pope”, Paolo Sorrentino. 19/12/2018 sc.210- ep 2 in foto Silvio Orlando, Cécile De France, Javier Camara, Maurizio Lombardi e Ramon Garcia. Di Gianni Fiorito

Per The New Pope, le location sono cambiate. Ci sono state alcune aggiunte, come la campagna inglese dove incontriamo, per la prima volta, il personaggio di John Malkovich, il futuro papa, e il palazzo veneziano dove Jude Law viene accolto. Le riprese, recita il comunicato ufficiale, sono durate 22 settimane, quindi più di cinque mesi. Sono stati coinvolti 103 attori, circa 9.000 comparse, una troupe di 140 persone e, dice sempre il comunicato, sono stati consumati più di 27.000 pasti. Un esercito. E ancora: sono stati preparati oltre 4.500 costumi, 1.100 paia di scarpe, 300 croci preziose per cardinali e vescovi, 200 per suore, frati e vari ordini religiosi. Gli anelli sono stati 350, le papaline e i capelli 450.

Solo i due guardaroba per i due papi, per Jude Law e per John Malkovich, contano decine e decine di abiti, gioielli, accessori. Per costruire l’interno e l’esterno di San Pietro, quasi 60 persone hanno lavorato per un totale di 8 mesi, tra progettazione, laboratorio, stampa e costruzione. In The New Pope, scrive Ludovica Ferrario nelle sue note di scenografia, «la volontà è stata dipingere un mondo sì opulento, ma che si distinguesse visivamente dalla monumentalità degli ambienti vaticani». Sono state ricostruire la biblioteca papale, gli interni della Basilica di San Pietro (con tanto di Pietà di Michelangelo), e – ancora una volta – la Cappella Sistina. E molte di queste ricostruzioni sono state fatte nel Teatro 5 di Cinecittà.

Con il passaggio da una serie – più che stagione – all’altra, i personaggi sono cresciuti. E questa trasformazione – talvolta lieve, talvolta profonda – andava in qualche modo rappresentata, per mettere anche visivamente un punto. E quindi gli abiti sono stati modificati, Lenny Belardo non indossa più solo mantelli ricchi e pesanti, ma anche tuniche più semplici e più pulite. Sir John Brannox, interpretato da Malkovich, continua a vestirsi come un aristocratico inglese, anche una volta che è stato eletto papa. «I suoi abiti – scrivono Carlo Poggioli e Luca Canfora nelle note dei costumi – fanno parte della sua storia, del suo passato, […] persistono nel suo presente».

Set e comparse per “The New Pope”, 27/02/2019 sc. 725 – ep 7. Foto di Gianni Fiorito

In The Young Pope prima e in The New Pope dopo, ogni cosa, ogni dettaglio, partecipa alla costruzione di un mondo – di più: un universo, come quello della Marvel – narrativo; e aiuta non solo il lavoro degli attori, ma anche quello di Sorrentino. Raccontare la storia di un dandy fuori tempo massimo, figlio dell’Inghilterra più ricca, sir, poi cardinale (cardinale cattolico, in un paese prevalentemente non cattolico), è molto più facile se si hanno una faccia come quella di Malkovich, un palazzo in cui farlo abitare, abiti dal taglio ricercato con cui vestirlo. E poi trucco per gli occhi, divani raffinati su cui farlo stendere, oggettistica appariscente, importante, con cui circondarlo.

Anche il cardinale Voiello interpretato da Silvio Orlando, tifosissimo del Napoli calcio, fedele della Trinità dell’attacco, vive, in parte, negli abiti che indossa, nei giornali che legge (memorabile la prima pagina del Corriere dello Sport che recita “Pronti per la Juve”, e che lui stringe serissimo tra le mani), nelle custodie dei suoi cellulari. Nel cinema di Sorrentino, e così nella sua televisione, la forma va a braccetto con il contenuto; talvolta, anzi, è la forma stessa a definirlo, e la forma passa anche dalla materia più semplice, dal trucco, dal costume, dall’ambiente. Prima ancora de L’amica geniale, che ha portato una rivoluzione nell’idea di fisicità dei luoghi e degli spazi nella serialità italiana, The Young Pope ha mostrato la via per una televisione più competitiva, più mastodontica, più costosa. Sicuramente, ecco, più curata. Non ci sono draghi o castelli, per carità, ma produttivamente la serie di Sorrentino è la nostra Game of Thrones.

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