Ad Alessandro Michele non interessa niente del quiet luxury

Nella sua ultima sfilata per Valentino, il designer ci ha ricordato che dobbiamo ancora fare i conti con il massimalismo degli Anni '80, e che non smetterà mai di essere un'"interferenza" nel sistema

16 Marzo 2026

Mentre scriviamo, il nostro Instagram si è trasformato in un Pinterest board di Carolyn Bessette Kennedy, complice la serie di Ryan Murphy: articoli su come ricreare lo stile della responsabile delle relazioni da Calvin Klein; meme e parodie sulla sua rappresentazione televisiva manichea, sempre impegnata a passarsi sensualmente la mano tra la bionda chioma; dichiarazioni di chi la conosceva bene, e conferma fosse perfetta come ce la immaginavamo (ma anche chi dice che no); rubriche intere dedicate al suo abito da sposa di Narciso Rodriguez; speciali su chi come lei lavorava nella New York degli Anni ’90, negli uffici di Calvin Klein, e ora consegna quegli stessi abiti alla prole con il sussiego di chi sta elargendo una dote degna di sposalizi reali.

Quando pensavamo insomma che il quiet luxury stesse per esalare l’ultimo respiro – in compagnia dello streetwear, altra piaga biblica che ha visto momenti assai migliori, e che adesso viene venduto nei supermercati a prezzi scontatissimi – la serie Love Story ha invece dato un colpo di coda a quella peculiare forma di stile che prescrive maglioni di cachemire e colori anemici come viatico per l’eleganza. Tutte cose di cui ad Alessandro Michele non interessa assolutamente nulla, a giudicare dall’ultimo show per l’autunno-inverno 2026-207, chiamato Interferenze, andato in scena la scorsa settimana a Roma, all’interno della cornice di Palazzo Barberini. Pellicce (eco) da indossare come abiti sulla pelle nuda; colori accesi che tingono gonne a matita e bluse dagli scolli profondi; monili che stringono il collo e orecchini chandelier che si adagiano su scialli di glitter; pantaloni a balze in seta e giacche di paillettes a motivi floreali; color block audaci che mischiano rosa confetto e vinaccia con il verde metallico delle mini dagli orli irregolari.

Quei maledetti Anni ’80 con i quali non abbiamo fatto ancora i conti

Vedere questa collezione sfilare all’interno del palazzo romano, sotto il monumentale affresco di Pietro da Cortona, il Trionfo della Divina Provvidenza, seguire i capi (e i modelli che li indossano) muoversi tra le scalinata del Bernini (geometrica, quasi razionalista) e quella del Borromini (elicoidale, curvilinea e seducente) rende giustizia a un universo che è tutt’altro che parallelo. In una stanza dedicata, in prima fila, ci sono tutte e tutti i Vic (very important client); li si riconosce per il fatto che sono totalmente rivestiti della precedente collezione della Maison, Fireflies; accanto a loro nobili signore locali che poi si ritroverà all’after party in una villa tra un affresco del Caravaggio (l’unico mai prodotto dall’artista) e uno del Guercino, mentre spiluccano aragoste da vassoi in argento, in una scena che sembra partorita da un film di Sorrentino, e che invece si scopre essere ambientata nella vita vera.

La collezione maschile, in questa sfilata co-ed, sembra particolarmente messa a fuoco, tra giacche dai volumi morbidi strette in vita da fusciacche in seta, e silhouette che disegnano pieghe e nodi sul retro di blazer e bluse, in un look d’insieme che appare contemporaneamente moderno e sontuoso come sarebbe piaciuto al fondatore, che alle sirene del minimalismo non ha mai ceduto, neanche negli Anni ’90 quando poi lo hanno fatto quasi tutti. Per rendersene conto basta andare da PM23, spazio culturale aperto lo scorso anno dallo stesso Valentino Garavani e dal socio di una vita Giancarlo Giammetti, dove i vestiti di Valentino dialogano di volta in volta con opere di artisti diversi (la mostra attualmente in cartellone, Venus, incarica di questo compito Joanna Vasconcelos). Raccontare un Valentino diverso, limitandone l’opera alla sua ultima emanazione – quella minimalista e d’impatto pensata da Pierpaolo Piccioli, che ne ha ampliato i significati possibili – vuol dire cancellare un passato con il quale non siamo ancora capaci di fare i conti. Gli Anni ’80, quelli che Michele cita con una filologia a volte sfacciata, sono stati gli anni nei quali Garavani non ha detto no (come non ha mai fatto nella sua carriera) ad eccessi di ricami e profluvi di sete. Anni nei quali, il suo unico obiettivo è sembrato creare un guardaroba per gente molto bella e molto ricca, che non si vergognava della prima cosa, e tantomeno della seconda.

Ad Alessandro Michele non interessa niente del quiet luxury

courtesy Valentino

Ad Alessandro Michele non interessa niente del quiet luxury

courtesy Valentino

Ad Alessandro Michele non interessa niente del quiet luxury

courtesy Valentino

Dei rischi di attribuire ai vestiti valori morali

Il problema, semplicemente è che negli ultimi anni l’appiattimento culturale e del gusto hanno iniziato ad attribuire agli abiti dei valori morali di cui gli abiti di per sé sono privi. Il minimalismo è un approccio alla progettazione più che una scelta di fede: la sua popolarità è stata caldamente sostenuta dalle capitali nord-europee. Si parla qui delle stesse capitali che poi hanno confuso la moda con il lusso (un errore storico, sono sempre state due cose diverse, basti pensare al lavoro di Martin Margiela con i materiali di scarto o di Vivienne Westwood) e che vedono nel riduzionismo un esercizio ascetico, calvinista. Diventa così evidente come tutto ciò si scontri con tradizioni decorative massimaliste, barocche, che vedono la bellezza nell’accumulo e nella stratificazione. In questo senso Alessandro Michele, così come Demna da Gucci, ha preso sulle sue spalle un compito doveroso, pure se ingrato: essere lui stesso interferenza, spia del motore di un sistema che sta morendo per come lo conosciamo, travolto non solo dalle scelte finanziarie che sacrificano il valore artistico sull’altare della moltiplicazione dei dividendi, ma anche dalla noia.  Un compito che potrebbe essere in fondo solo loro, considerato che negli ultimi 10 anni sono stati gli autori delle ultime due rivoluzioni stilistiche conosciute, che sono penetrate a fondo – nel bene e nel male – non solo tra gli addetti ai lavori che vivono da sempre nelle loro bolle, ma persino nei più reconditi anfratti delle periferie del mondo, le stesse che spesso non hanno idea di chi sia il designer dietro un brand e che invece hanno imparato a riconoscere i loro volti e i prodotti a quei volti associati, dalle Triple S di Balenciaga ai mocassini pelosi di Gucci campioni di vendite in versione originale e pure nei più accessibili dupe, che sdoganano la vergogna del falso cambiandogli nome.

Questo non vuol dire che Michele non sia capace di creare look memorabili con meno ingredienti: l’abito che chiude la sfilata, in un rosso che è omaggio al fondatore, è un capolavoro di semplicità, costruito su una silhouette strutturata sulle spalle, morbida sullo spericolato scollo posteriore. Semplicemente, pare che sia meno interessato a farlo: ed è un lusso che, vista la sua carriera, si è ampiamente guadagnato. Il rifiuto della vox populi di riconoscergli l’autorialità e l’aderenza allo stile del fondatore dice in fondo molto più di noi, e della nostra incapacità di confrontarci con un passato vistoso e scomodo, che di lui.   D’altronde la moda non è fatta per nascondere la propria personalità (o la sua mancanza) cercando di adeguarsi allo stile di qualcun altro, percepito collettivamente come “elegante”, ma per assomigliare di più a se stessi. A costo di risultare fuori moda. E nessuno lo sa meglio di Alessandro Michele.

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