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L’agenzia meteorologica giapponese è la prima al mondo a dire che il Super El Niño è ufficialmente arrivato E adesso ci si aspetta che altre agenzie, stabilito il primo precedente, facciano lo stesso. Anche perché gli indizi iniziano a essere tanti.
La FIFA aveva imposto il divieto di portarsi la propria bottiglietta d’acqua alle partite del Mondiale ma dopo le proteste dei tifosi e l’intervento di Mamdani è stata costretta a ripensarci Il sindaco di New York si è schierato con i tifosi dicendo che «nessuno dovrebbe rischiare la disidratazione perché i prezzi sono troppo alti».
La nuova impresa di Peter Thiel è una start up AI che aiuta i ricchi a querelare i giornalisti Si chiama Objection.ai e per una cifra che va da un minimo di 2 mila a un massimo di 15 mila dollari permette di smentire un articolo e denunciare un giornalista.
Ari Aster ha scritto un prequel di Hereditary ma non trova mai il momento giusto per girarlo La sceneggiatura è finita, si tratta "solo" di far partire la produzione. Ma a quanto pare, proprio non trova il tempo.
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Nonostante le aziende ci stiano investendo miliardi, non c’è ancora nessuna prova scientifica che l’AI sia più efficiente e conveniente del lavoro umano Nonostante investimenti che sfiorano già i mille miliardi di dollari, nessuna ricerca scientifica ha ancora dimostrato che le macchine costano meno degli uomini.
Negli Stati Uniti già 70 città hanno imposto il divieto di costruzione di nuovi data center Divieti più o meno lunghi, più o meno temporanei, ma sempre più diffusi. Tra le città che ne hanno già imposto uno ci sono New York, Denver, New Orleans, Seattle e Minneapolis.
In Svezia la denatalità è così grave che si sta pensando di introdurre la fecondazione assistita “di Stato” Al momento il Servizio Sanitario Nazionale copre i costi per sei tentativi alle persone senza figli. L'attuale governo vuole coprire i costi di tutti i tentativi, per tutti.

Charlie Charles, inventore di successi

Ha 24 anni, ed è la mente dietro i lavori di Ghali e Sfera Ebbasta. Con lui abbiamo parlato di musica e di muretti.

17 Dicembre 2018

Se nei primi mesi dell’anno passeggiando per corso Garibaldi avete notato una gigantografia tridimensionale di un tipo in pelliccia rosa con in mano una chitarra, sappiate che il tipo è Sfera Ebbasta e che era lì per un motivo. Se nel corso dello stesso anno avete acceso la tv e trovato negli studi di Fazio un ragazzo allampanato che cantava di voler bene all’Italia — nonostante tutto — be’, sappiate che quel ragazzo era Ghali e che se lo avete sentito in queste occasioni (e in molte altre) c’era un motivo. Il motivo, banalmente, è Charlie Charles, ovvero il producer più talentuoso che l’Italia può vantare da qualche anno a questa parte. A dirlo non sono né io, né i numeri, ma il fatto che come un Attila al contrario, dopo il suo passaggio le cose non sono più state le stesse.

Se oggi nella musica urban italiana il producer ha la stessa visibilità dell’artista che tiene il microfono lo dobbiamo a Paolo Monachetti, 24enne di Settimo Milanese, in arte, appunto, Charlie Charles. Che a rappresentare prima Milano in Italia, poi l’Italia nel mondo, sia un ragazzo di Settimo, quindi del cosiddetto hinterland, non è propriamente un caso: «Se non fossi nato a Settimo, probabilmente, non sarei il Charlie che sono», mi racconta. «All’epoca frequentavo questo locale che si chiamava Palazzo Granaio. Era un ritrovo davvero hip hop, c’erano ad alternarsi live di rapper, eventi per producer, ballerini, writer. Mi ha fatto scoprire il rap. Settimo in tutto ciò è stata fondamentale». Se Charlie Charles tenesse il microfono in mano, dunque, non sarebbe difficile pensare che, dopo il successo di Ciny di qualche anno fa, anche Settimo avrebbe potuto godersi gli ormai bistrattati 15 minuti (che per Cinisello Balsamo durano da almeno 4 anni) di celebrità. Ma Charlie un microfono in mano non lo tiene (quasi) mai.

Il paradosso è che il ragazzo che ha permesso che tutti i suoi colleghi si vedessero finalmente puntati addosso i riflettori che un tempo erano destinati esclusivamente a quelli che amavamo chiamare emcee, preferisce stare dietro le quinte, o meglio, dentro lo studio. «Non mi viene naturale apparire, semplicemente. Sono un personaggio quando posso non esserlo, quindi magari lo sono nella vita di tutti i giorni, ma certi aspetti della mia persona non mi viene naturale esternarli». E infatti, nonostante viva a tutti gli effetti al 50% il mondo fortemente connotato e colorato di Sfera Ebbasta, che fa dell’apparenza e dell’appariscenza un marchio di fabbrica, Charlie è riuscito a creare una dimensione totalmente sua.

Charlie Charles in un ritratto di Alessandro Furchino Capria

«Solo il pensiero di mettermi a parlare da solo alla videocamera del telefono mi prende male. Ma anche l’idea di farmi un selfie è una cosa che non concepisco. La mia timidezza si esterna soprattutto in queste occasioni. Però, sai una cosa? Credo che in realtà questa cosa — che ripeto essere molto naturale — ha giocato a mio vantaggio. Ho preso anche una fetta di persone che apprezzano il mio modo di essere, che capiscono il mio viaggio». In uno dei pochi articoli riassuntivi della scena per un pubblico che la scena la masticava poco, si mutuava un’espressione usata sovente da Ghali durante le prime interviste, utile a definire la terza generazione di rapper italiani: generazione post-muretto. Il muretto è stato un luogo (più dell’anima che fisico) cardine per la scena rap italiana. Chiunque, fino alla seconda generazione di rapper italiani, abbia avuto a che fare con il mondo dell’hip hop a Milano (e non solo) è passato di lì. Quindi, per quanto concerne il rap, Milano era il muretto e il muretto era Milano.

Ora, la terza generazione è la prima a essere completamente altro e, dal 2014 a oggi, questo gli ha permesso di sparigliare tutte le carte in tavola. «Guarda, non ti direi che Milano come città è stata fondamentale. Magari lo è stata per un certo tipo di narrazione, penso appunto a Ghali che parla e ricorda spesso Baggio, ma è più un racconto della propria vita che un racconto della città», ammette Charlie. «Per il genere che abbiamo portato noi, prima di tutto con Sfera, le influenze erano altre, terze», e quando ricordiamo — come se ce ne fosse bisogno — le collaborazioni con artisti del calibro di Quavo dei Migos, Rich The Kid o Rvssian (producer, tra gli altri, di Rihanna) a Charlie non resta che dire «eh, capisci? Le influenze sono internazionali, non abbiamo mai guardato troppo a Milano, in quel senso». E se il 7 dicembre, data di uscita di Popstar – repack di Rockstar di Sfera Ebbasta, uno dei casi discografici dell’anno – doveste trovarvi di fronte a un’altra opera mastodontica in cartapesta per una delle vie di Milano, saprete qual è il motivo.

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