Diversi enti governativi israeliani avrebbero debiti per milioni con studi di produzione e creator assunti per influenzare l'opinione pubblica.
L’Unione europea ha scorte di petrolio sufficienti per tre mesi e c’è chi inizia a essere seriamente preoccupato
Con il petrolio che ha superato i 100 dollari al barile e lo Stretto di Hormuz chiuso, l'Europa inizia a guardare con una certa inquietudine alle sue riserve energetiche.
Il prezzo del greggio è tornato a essere il principale indicatore del disordine globale. Con il Brent (che è il riferimento standardizzato del prezzo del petrolio a livello mondiale) che ha superato quota 100 dollari a barile e lo Stretto di Hormuz, dove transita(va) un quinto del traffico mondiale, di fatto bloccato da una settimana, i mercati europei hanno bruciato i guadagni di un intero anno in una sola mattina di scambi. Quella che il mondo sta vivendo non è solo una crisi diplomatica tra Stati Uniti, Israele e Iran: oltre che al collasso del diritto internazionale e dell’ordine mondiale, questa guerra sta portando alla fine della stabilità energetica.
In questo scenario, l’Europa si scopre, come spesso le capita, in difficoltà. I Paesi dell’Unione, per protocollo, dispongono di scorte di sicurezza pari a esattamente 90 giorni di consumo. Un cuscinetto che oggi assomiglia più a un countdown che a una garanzia. Mentre, come scrive Euronews, Donald Trump liquida l’impennata dei costi come un «piccolo prezzo da pagare in nome della pace futura», le cancellerie europee devono gestire la matematica di un’autonomia limitata e preoccupante. Novanta giorni separano la gestione ordinaria da quella emergenziale, la normalità dal razionamento, in un momento in cui il benchmark (il parametro di riferimento per misurare la prestazione di un titolo di borsa) del gas continentale è già schizzato verso l’alto, segnando un +16 per cento.
La risposta d’emergenza orchestrata dal G7 e dall’Agenzia Internazionale per l’Energia somiglia a un tentativo di trasfusione di massa. Un rilascio coordinato che potrebbe immettere sul mercato fino a 400 milioni di barili, attingendo a quasi un terzo delle riserve mondiali. È un meccanismo di difesa stabilito durante la crisi energetica del 1973 (quando l’Opec decise un embargo ai danni di tutti i Paesi considerati filoisrealiani), riattivato oggi in risposta alle minacce di Teheran di iniziare a vendere un barile di petrolio a 200 dollari se il “gioco” dell’escalation dovesse continuare.
Da quando è iniziato l'attacco di Usa e Israele all'Iran, non c'è stata una dichiarazione, un'intervista, un comunicato che abbia chiarito quale sia l'obiettivo, come raggiungerlo e quando. Più che arte della guerra, sembra si stia praticando quella dell'improvvisazione.