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02:24 sabato 3 gennaio 2026
Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.
Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.
Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.
Secondo le prime ricostruzioni, il rogo di Crans-Montana sarebbe stato causato dalle stelle filanti infilate nelle bottiglie di champagne Una foto mostrerebbe il momento dell’innesco del rogo durante i festeggiamenti di Capodanno, costato la vita a quarantasette persone.
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.

Noi siamo degli autarchici, per questo amiamo la serata delle cover

Iniziata quasi per caso, come riempitivo, è diventata l'appuntamento più atteso del Festival. E ha anche anticipato (e forse favorito) la tendenza "nazionalista" delle classifiche degli ultimi anni.

14 Febbraio 2025

Per chi ama cercare segni della trasformazione della cultura popolare di questo Paese, l’avvento negli anni Dieci della “serata delle cover con duetti” nel Festival di Sanremo è, nel suo piccolo, molto significativo. In una quindicina d’anni, una trovata estemporanea è diventata la variabile istituzionalizzata all’interno del rito nazionalmusicale italiano. Per i 30 (quest’anno 29) prescelti dal Maestro di Cerimonie di turno, è la grande occasione per giocarsi un jolly fondamentale per dare uno spin artistico al proprio prodotto, chiarire al pubblico meno attento chi sono (o chi si credono di essere), e farsi amico un fandom che può tornare utile per aumentare la propria visibilità – e pure un pochino di rispetto da parte della sedicente critica musicale. E non è casuale che l’idea nasca da un momento di celebrazione patriottica, un ulteriore passo nella contemplazione dell’italico ombelico.

È giusto premettere che l’idea di includere nella gara un ospite di prestigio, spesso straniero, non è nuova, anche se estranea agli anni ’50 e alla prima fase rigorosamente pastasciuttiera del Festival. Furono gli anni ’60 a portare una grande curiosità per la musica internazionale, con il picco dell’edizione del 1968, quando Louis Armstrong, Wilson Pickett, Dionne Warwick e Shirley Bassey furono invitati a interpretare i brani di Lara Saint-Paul, Fausto Leali, Tony Del Monaco e Peppino Gagliardi. I revival di quell’idea sono stati tentati più volte nel tempo, a partire da Pippo Baudo nel 1990, quando Ray Charles reinterpretò “Amori” di Toto Cutugno e Miriam Makeba adottò “Bisognerebbe non pensare che a te” di Caterina Caselli.

Ma con l’inizio del secolo attuale, la Sacra Kermesse ha preso una decisa strada antiglobalista. Se per le generazioni precedenti un grosso appeal del programma di RaiUno era la presenza di star internazionali, con apparizioni rimaste leggendarie (citando solo alcuni nomi fatidici: Duran Duran, Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Whitney Houston, Madonna), dopo il G8 di Genova 2001 nessuno è stato no global quanto il Festival di Sanremo. Una tendenza che ha anticipato (e forse in parte indirizzato) quella dei giovani contemporanei, quasi del tutto disinteressati a musica che non sia locale, come da cinque anni testimoniano classifiche di vendita orgogliosamente autarchiche.

Dopo una ulteriore reintroduzione del featuring pregiato da parte di Paolo Bonolis nel 2009 (con Michele Placido al fianco di Al Bano e Todd Rundgren ad accompagnare Patty Pravo), per l’edizione del 2010 presentata da Antonella Clerici, la piccola idea di dedicare il venerdì sera alla rivisitazione di brani storici sanremesi con artisti come Elisa, Fiorella Mannoia, Carmen Consoli e Francesco Renga, all’epoca più popolari dei concorrenti in gara (fu l’anno in cui Valerio Scanu soffiò la vittoria a Emanuele Filiberto e Pupo), portò all’esterno del Teatro Ariston una folla superiore ai giorni precedenti. La strada per gli anni successivi era tracciata.

Nel 2011 la terza serata fu dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia, permettendo agli iscritti di scegliere un brano solidamente tricolore. Gli artisti in gara intuirono l’importanza della scelta per il proprio posizionamento personale: Davide Van De Sfroos (etichettato come leghista) portò “Viva l’Italia” di Francesco De Gregori; Anna Tatangelo, che aveva appena avuto un figlio insieme a Gigi D’Alessio, portò “Mamma” di Beniamino Gigli, l’ipermilanese Roberto Vecchioni cantò “‘O surdato ‘nnamurato”. Nel 2012 l’idea fu rilanciata con le “Canzoni italiane famose nel mondo”: Samuele Bersani (di Rimini) cantò “Romagna mia” con Goran Bregovic, i Marlene Kuntz ripresero “Impressioni di settembre” della PFM con il featuring di Patti Smith. Nel 2013 (direttore artistico Fabio Fazio) il tema fu di nuovo “Sanremo Story”, nome cambiato nel 2014 in “Sanremo Club”: non era zuppa, bensì pan bagnato. Col 2015, Carlo Conti inventò il “Torneo delle cover”, vinto da Nek grazie a “Se telefonando” di Mina. A quel punto, i dati diedero un verdetto quasi clamoroso: la terza serata del Festival aveva ascolti di poco inferiori a quelli della serata inaugurale, quella per la quale l’hype veniva costruito per mesi con ossessiva insistenza mediatica.

Dieci anni dopo, la “serata delle cover” è un momento cruciale per la santissima sbornia musical-televisiva. Cruciale anche nel senso di determinante: Angelina Mango avrebbe vinto Sanremo 2024 senza quella cover de “La rondine” di Mango? Ma la serata è anche un momento confortevole per gli spettatori, quello in cui molti over 35 possono dire “questa la conosco” (della canzone) ma anche “questo lo conosco” (dell’ospite). E per chi viene invitato a duettare conta l’idea di essere omaggiati di persona, un forte incentivo per artisti che in anni oggi impensabili snobbavano Sanremo – oltre a conferire la dolce illusione che le celebrity in gara in questi anni siano artisticamente avvicinabili a loro. Questo percorso (illusione?) di immedesimazione tra invitante e invitato ha raggiunto il picco nell’anno in cui Achille Lauro si è presentato sul palco in cosplay, travestito da David Bowie, terzo invitato (assente per cause di forza maggiore: era morto) nel suo duetto con Annalisa.

Volendo, poi, è un momento mutuato dai talent come X Factor e Amici, nei quali le canzoni originali sono ormai il punto debole, e quasi sempre si perdono negli abissi dello streaming un mese dopo la fine della maratona televisiva. Ma è soprattutto un momento supremo di esaltazione mistica dell’italianità e della sanremità. Gli americani hanno il “Pledge of Allegiance” alla bandiera, la nostra identità nazionale passa per il giuramento di fedeltà al Festival – e in fondo la serata delle cover è utile per capire che il posto in cui viviamo è a sua volta una specie di cover di un’Italia che “Mmh, sì, oggi è così e bisogna accettarlo però senza offesa, era meglio quella vera”.

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