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Il primo problema che gli astronauti della missione Artemis II hanno dovuto risolvete è stato il bagno rotto Lo Universal Waste Management System della navicella Orion ha avuto un problema poco dopo aver raggiunto l'orbita terrestre. Per fortuna, l'astronauta Cristina Koch è riuscita a ripararlo, autonominandosi «idraulica dello spazio».
Trovatevi qualcuno che vi guardi come Kim Jong-un guarda le sue forze speciali che svolgono insensate e dolorosissime prove di forza Le prodezze dei soldati nordcoreani sono diventate ovviamente virali, tra pile di mattoni frantumate a panciate e grandi sorrisi rivolti al leader supremo.
La prima immagine del nuovo film di Bong Joon-ho non sembra per niente un film di Bong Joon-ho Il film si intitola Ally e ha una protagonista così carina e paciosa che molti non riescono a credere che venga dalla stessa mente che ha pensato Parasite.
Giuseppe Alfarano di Camini (RC) passerà alla storia come il primo sindaco italiano dimessosi perché nel suo Comune ci sono troppi cani randagi Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Kristoffer Borgli, il regista di The Drama, è finito nei guai per un vecchio saggio in cui raccontava la sua relazione con una ragazza 17enne È riemerso su Reddit un testo del regista in cui raccontava in chiave positiva la sua relazione con un'adolescente, paragonandosi anche a Woody Allen.
Una ricerca ha dimostrato che le persone che più amano il gergo “aziendalese” sono anche quelle che sul lavoro prendono le decisioni più sbagliate L'università di Cornell ha dimostrato che chi si fa "sedurre" dall'iperbolico corporate speak non ha grandi capacità strategiche e di analisi.
Le correzioni di Jonathan Franzen diventerà una serie Netflix con protagonista Meryl Streep L'adattamento sarà a cura dello stesso Franzen, che della serie sarà anche produttore esecutivo assieme a Streep.
Durante la sua visita di Stato in Giappone, Macron ha ricevuto in regalo un disegno di Porco rosso autografato da Hayao Miyazaki (e ha fatto anche la Kamehameha di Goku assieme a Sanae Takaichi) Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».

I Love Sally Rooney

Ritratto della giovane scrittrice irlandese che in questi giorni popola le pagine culturali di mezzo mondo e fa pensare a Chris Kraus.

09 Agosto 2017

Questa è la terza puntata di “Studio estate”, una serie di ritratti di personaggi e di luoghi da scoprire e riscoprire durante le vacanze d’agosto. Potete leggere la prima puntata, dedicata a Pamela Anderson, qui; e la seconda, dedicata alla stazione di Afragola a Napoli, qui

Uno dei tanti motivi per cui una persona inizia a scrivere è il desiderio di esprimersi correttamente. Per me, almeno, è stato così: quando ho scoperto di non saper comunicare in modo soddisfacente, con la voce, nella vita di tutti i giorni, ho provato a farlo scrivendo. Avevo sette, otto anni, e la necessità di rielaborare le frustrazioni dovute a una timidezza cronica: le parole scritte sul foglio erano il luogo silenzioso, solo mio, dove il linguaggio diventava un materiale benevolo, da maneggiare con calma, fino a ottenere frasi ferme, impresse sulla pagina, che dicevano esattamente quello che ero. Il contrario di quello che succedeva (e succede ancora oggi) quando mi esprimevo “in diretta”, con le persone: il cervello e la voce misteriosamente scollegati, le parole spinte fuori dalla fretta e dalla paura, maldestre, inadeguate.

Il motivo di Sally Rooney, giovane scrittrice irlandese che in questi giorni popola le pagine culturali di testate come New Yorker, Guardian e Vogue – ma soprattutto ex campionessa europea in quella pratica da noi poco conosciuta che è il dibattito studentesco – deve essere stato senz’altro diverso dal mio. O forse no. In un pezzo che scrisse per la Dublin Review un paio di anni fa, Rooney si racconta e si interroga sull’esperienza di number one competitive debater. A rendere la sua riflessione un gioiello non è soltanto la descrizione accurata di una realtà così particolare, che riunisce i migliori ragazzini-oratori di tutto il mondo in hotel di lusso, in India come in Serbia, per discutere di argomenti tipo criminalità organizzata, femminismo, guerre, riscaldamento globale, avendo pochi minuti per organizzare la difesa della propria posizione, pro o contro che sia (non scelgono loro) e sostenendola con tutta la propria energia e intelligenza in vista di un premio finale.

Non è nemmeno la lucidità dura e adulta con cui Rooney analizza la sé stessa di vent’anni (mentre scrive ne ha soltanto qualcuno in più). È lo stile, la voce: asettica e analitica, assolutamente ostile all’autocommiserazione, come caricata da una strana violenza che la percorre, mantenendola così tesa che i piccoli colpi di tenerezza che emergono qui e là non riescono mai ad allentare la corda. Insomma, se ne saranno accorti tutti, nel 2015: quello non era il racconto di una studentessa che condivideva un aneddoto della sua vita. Quello era il racconto di una scrittrice. La scena letteraria femminile irlandese sembra ultimamente aver ripreso vigore, come questo video dimostra.

Tra le invitate di Granta c’è anche Rooney. Ha un modo di parlare deciso e sicuro, quasi troppo. Ora che ho letto il suo libro, Conversations with friends, scritto in tre mesi mentre seguiva un master in Letteratura americana al Trinity College di Dublino e conteso da sette case editrici (vincitrice: Faber & Faber), mi vengono in mente passaggi in cui dice cose come: «Non appena entrata nella stanza organizzai sulla mia faccia un’espressione normale, disinvolta». È chiaro fin da subito come la conversazione sia il tema dominante del libro. Esprimersi a voce è un modo per definire i contorni delle relazioni e delle classi sociali: durante una cena nella villa di una ricca intellettuale, Frances, la giovane protagonista bisex, partecipa a discussioni sul problema dell’immigrazione e dei conflitti in Medio Oriente, su film d’autore e letteratura. Con Nick, marito della sua amica Melissa, Frances parla della loro relazione sessuale segreta, analizzandola con l’ironia di chi sa di avere il potere in pugno (lei ha 21 anni, lui 33). Con Bobbi, migliore amica ed ex fidanzata lesbica, nonché collega (le due sono famose nella cricca letteraria di Dublino per i loro duetti di «spoken word poetry»), Frances parla apparentemente di tutto, tranne di quello che non vuole farle sapere. Eppure tutto questo parlare e parlare è sempre pieno di segreti, dati mancanti, malintesi. È come se il dialogo, accumulandosi su se stesso, avesse il potere di complicare le cose, di sfaccettarle e renderle ulteriormente complesse: come se invece che a svelare, servisse a nascondersi.

Che sia scritto (Frances spende ore a editare una mail di due righe da mandare a Nick, per far sì che sembri il più spontanea possibile) o orale (di lavoro Nick fa l’attore, Frances e Bobbi sono abituate a recitare le loro poesie in pubblico: come fidarsi l’uno dell’altro, tra gente così abituata a modulare la propria espressività?), il dialogo è sempre artificiale, falsificato, mentre il corpo è la parte vera e incontrollabile: il corpo di Frances vuole il sesso con un uomo sposato. E lei è un’intellettuale femminista, con principi granitici, aggiornatissima sulle evoluzioni delle dinamiche di potere e iper-attenta a quello che di brutto e complicato succede nel mondo – il suo Twitter e quello di Rooney sarebbero uguali – posizione che rende la sua relazione con Nick, «uomo bianco, bello, ricco e sposato», meritevole di approfondite analisi.

Il tema dell’adulterio e del desiderio femminile rimanda a Chris Kraus – citata nel libro: «Dovresti leggerla, ti piacerebbe», suggerisce Nick a Frances – ma da un punto di vista diverso. Sia Kraus che Frances/Rooney si mantengono in uno spazio liminale: come se il loro appartenere alla cerchia di intellettuali di cui fanno parte fosse sempre, per loro, una falsificazione, la messa in atto di un enorme sforzo di mimetizzazione. Il disagio e l’insicurezza di Kraus, che la rendono emotiva, isterica, impulsiva e goffa (adorabile, tenerissima) come il suo alter ego di Summer of Hate o dell’ormai popolarissimo I love Dick, sono le stesse sensazioni che Frances affronta in modo del tutto diverso, e cioè portando al limite il controllo di sé. Controllo del corpo (almeno dove può) – una malcelata anoressia aleggia nelle giornate passate a studiare disperatamente, senza mangiare – e soprattutto controllo del proprio comportamento davanti agli altri (mai spontaneo, sempre consapevole), delle sue emozioni e del modo di (non) esprimerle. Un personaggio di un’antipatia da mozzare il fiato.

Il romanzo è sorprendentemente denso e in grado di attivare infiniti di spunti di riflessione (il New Yorker ne solleva alcuni). Ma è della sua autrice che mi sono perdutamente innamorata. È salita su quel trono che nel mio cuore riservo a: “Scrittrice giovane e geniale che scrive il libro che avrei voluto scrivere io quando ero giovane e che ormai non ho scritto, cazzo!”, finora occupato da Emma Cline (The Girls) e appartenuto prima ancora a Alexandra Kleeman (You too can have a body like mine). Adoro il tono da dure glaciali che queste ragazze ostentano anche durante le interviste, un tono che immagino chiudere e proteggere sofferenze segrete, che si muove netto, prudente ed esatto, facendosi spazio nel disordine sporco della realtà. Un tono che, in mancanza di tempo per leggere il piccolo capolavoro di Rooney, è possibile gustare in questo eccezionale racconto, con cui la ragazza rischia di vincere i 30 mila dollari messi in palio dal Sunday Times EFG short story award.

Ho l’impressione che un nuovo stile si sia ormai delineato. Le nuove Chris Kraus non sono più donne che rivendicano il proprio caos interiore esponendosi con fierezza alla pubblica umiliazione o esternando le proprie viscere ancora pulsanti. Ma una nuova generazione di voci narranti fredde e composte, più interessate all’analisi che all’emozione, iper consapevoli del proprio potere erotico, il cui problema non sarà mai quello di dire troppo, se mai troppo poco. Insomma, utilizzando i personaggi della pietra miliare di Kraus come unità di misura, mi sembra che più che a Chris, Sally e le sue colleghe stiano cominciando ad assomigliare a Dick.

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