Hype ↓
21:47 venerdì 6 febbraio 2026
Per i vent’anni di High School Musical, Disney ha spezzettato il film in 52 video brevi e lo ha pubblicato tutto su TikTok È la prima volta che un produttore e distributore come Disney "adatta" un film per essere visto su un social.
C’è un sito in cui le AI possono affittare degli esseri umani a cui far fare tutto quello che vogliono Si chiama Rentahuman.ai, lo ha lanciato un signore di nome Liteplo, finora (per fortuna) non ha riscosso alcun successo.
Sono state pubblicate le foto della corona tutta ammaccata che i ladri hanno lasciato cadere durante il furto al Louvre Il museo ha diffuso le immagini del gioiello, danneggiato ma ancora integro, in attesa di lanciare un bando per decidere chi la restaurerà.
In realtà, il litigio tra Ghali, Comitato olimpico e ministero dello Sport va avanti da settimane Le polemiche di questi giorni sono il culmine di bisticci che vanno avanti da quando Ghali è stato scelto per partecipare alla cerimonia d'apertura.
Un articolo fatto con l’AI pubblicato da un’agenzia di viaggi ha portato dei turisti a cercare delle inesistenti terme in uno sperduto paesino in Tasmania All'improvviso, nel minuscolo paesino di Weldborough, 33 abitanti, si sono presentati decine di turisti che chiedevano come raggiungere le terme.
Da oggi Stati Uniti e Russia potranno aggiungere al loro arsenale militare tutte le testate atomiche che vogliono Sono le conseguenze del mancato rinnovo dell'accordo New START, che limitava la proliferazione delle armi nucleari.
Pieter Mulier è il nuovo Direttore creativo di Versace Diventerà ufficialmente Chief Creative Officer l'1 luglio.
La Lofi Girl di YouTube aprirà il suo primo Lofi Café in centro a Parigi Proprio come nel suo canale, diventato famosissimo durante la pandemia e attivo ancora oggi, sarà un posto dove studiare e rilassarsi insieme.

I Love Sally Rooney

Ritratto della giovane scrittrice irlandese che in questi giorni popola le pagine culturali di mezzo mondo e fa pensare a Chris Kraus.

09 Agosto 2017

Questa è la terza puntata di “Studio estate”, una serie di ritratti di personaggi e di luoghi da scoprire e riscoprire durante le vacanze d’agosto. Potete leggere la prima puntata, dedicata a Pamela Anderson, qui; e la seconda, dedicata alla stazione di Afragola a Napoli, qui

Uno dei tanti motivi per cui una persona inizia a scrivere è il desiderio di esprimersi correttamente. Per me, almeno, è stato così: quando ho scoperto di non saper comunicare in modo soddisfacente, con la voce, nella vita di tutti i giorni, ho provato a farlo scrivendo. Avevo sette, otto anni, e la necessità di rielaborare le frustrazioni dovute a una timidezza cronica: le parole scritte sul foglio erano il luogo silenzioso, solo mio, dove il linguaggio diventava un materiale benevolo, da maneggiare con calma, fino a ottenere frasi ferme, impresse sulla pagina, che dicevano esattamente quello che ero. Il contrario di quello che succedeva (e succede ancora oggi) quando mi esprimevo “in diretta”, con le persone: il cervello e la voce misteriosamente scollegati, le parole spinte fuori dalla fretta e dalla paura, maldestre, inadeguate.

Il motivo di Sally Rooney, giovane scrittrice irlandese che in questi giorni popola le pagine culturali di testate come New Yorker, Guardian e Vogue – ma soprattutto ex campionessa europea in quella pratica da noi poco conosciuta che è il dibattito studentesco – deve essere stato senz’altro diverso dal mio. O forse no. In un pezzo che scrisse per la Dublin Review un paio di anni fa, Rooney si racconta e si interroga sull’esperienza di number one competitive debater. A rendere la sua riflessione un gioiello non è soltanto la descrizione accurata di una realtà così particolare, che riunisce i migliori ragazzini-oratori di tutto il mondo in hotel di lusso, in India come in Serbia, per discutere di argomenti tipo criminalità organizzata, femminismo, guerre, riscaldamento globale, avendo pochi minuti per organizzare la difesa della propria posizione, pro o contro che sia (non scelgono loro) e sostenendola con tutta la propria energia e intelligenza in vista di un premio finale.

Non è nemmeno la lucidità dura e adulta con cui Rooney analizza la sé stessa di vent’anni (mentre scrive ne ha soltanto qualcuno in più). È lo stile, la voce: asettica e analitica, assolutamente ostile all’autocommiserazione, come caricata da una strana violenza che la percorre, mantenendola così tesa che i piccoli colpi di tenerezza che emergono qui e là non riescono mai ad allentare la corda. Insomma, se ne saranno accorti tutti, nel 2015: quello non era il racconto di una studentessa che condivideva un aneddoto della sua vita. Quello era il racconto di una scrittrice. La scena letteraria femminile irlandese sembra ultimamente aver ripreso vigore, come questo video dimostra.

Tra le invitate di Granta c’è anche Rooney. Ha un modo di parlare deciso e sicuro, quasi troppo. Ora che ho letto il suo libro, Conversations with friends, scritto in tre mesi mentre seguiva un master in Letteratura americana al Trinity College di Dublino e conteso da sette case editrici (vincitrice: Faber & Faber), mi vengono in mente passaggi in cui dice cose come: «Non appena entrata nella stanza organizzai sulla mia faccia un’espressione normale, disinvolta». È chiaro fin da subito come la conversazione sia il tema dominante del libro. Esprimersi a voce è un modo per definire i contorni delle relazioni e delle classi sociali: durante una cena nella villa di una ricca intellettuale, Frances, la giovane protagonista bisex, partecipa a discussioni sul problema dell’immigrazione e dei conflitti in Medio Oriente, su film d’autore e letteratura. Con Nick, marito della sua amica Melissa, Frances parla della loro relazione sessuale segreta, analizzandola con l’ironia di chi sa di avere il potere in pugno (lei ha 21 anni, lui 33). Con Bobbi, migliore amica ed ex fidanzata lesbica, nonché collega (le due sono famose nella cricca letteraria di Dublino per i loro duetti di «spoken word poetry»), Frances parla apparentemente di tutto, tranne di quello che non vuole farle sapere. Eppure tutto questo parlare e parlare è sempre pieno di segreti, dati mancanti, malintesi. È come se il dialogo, accumulandosi su se stesso, avesse il potere di complicare le cose, di sfaccettarle e renderle ulteriormente complesse: come se invece che a svelare, servisse a nascondersi.

Che sia scritto (Frances spende ore a editare una mail di due righe da mandare a Nick, per far sì che sembri il più spontanea possibile) o orale (di lavoro Nick fa l’attore, Frances e Bobbi sono abituate a recitare le loro poesie in pubblico: come fidarsi l’uno dell’altro, tra gente così abituata a modulare la propria espressività?), il dialogo è sempre artificiale, falsificato, mentre il corpo è la parte vera e incontrollabile: il corpo di Frances vuole il sesso con un uomo sposato. E lei è un’intellettuale femminista, con principi granitici, aggiornatissima sulle evoluzioni delle dinamiche di potere e iper-attenta a quello che di brutto e complicato succede nel mondo – il suo Twitter e quello di Rooney sarebbero uguali – posizione che rende la sua relazione con Nick, «uomo bianco, bello, ricco e sposato», meritevole di approfondite analisi.

Il tema dell’adulterio e del desiderio femminile rimanda a Chris Kraus – citata nel libro: «Dovresti leggerla, ti piacerebbe», suggerisce Nick a Frances – ma da un punto di vista diverso. Sia Kraus che Frances/Rooney si mantengono in uno spazio liminale: come se il loro appartenere alla cerchia di intellettuali di cui fanno parte fosse sempre, per loro, una falsificazione, la messa in atto di un enorme sforzo di mimetizzazione. Il disagio e l’insicurezza di Kraus, che la rendono emotiva, isterica, impulsiva e goffa (adorabile, tenerissima) come il suo alter ego di Summer of Hate o dell’ormai popolarissimo I love Dick, sono le stesse sensazioni che Frances affronta in modo del tutto diverso, e cioè portando al limite il controllo di sé. Controllo del corpo (almeno dove può) – una malcelata anoressia aleggia nelle giornate passate a studiare disperatamente, senza mangiare – e soprattutto controllo del proprio comportamento davanti agli altri (mai spontaneo, sempre consapevole), delle sue emozioni e del modo di (non) esprimerle. Un personaggio di un’antipatia da mozzare il fiato.

Il romanzo è sorprendentemente denso e in grado di attivare infiniti di spunti di riflessione (il New Yorker ne solleva alcuni). Ma è della sua autrice che mi sono perdutamente innamorata. È salita su quel trono che nel mio cuore riservo a: “Scrittrice giovane e geniale che scrive il libro che avrei voluto scrivere io quando ero giovane e che ormai non ho scritto, cazzo!”, finora occupato da Emma Cline (The Girls) e appartenuto prima ancora a Alexandra Kleeman (You too can have a body like mine). Adoro il tono da dure glaciali che queste ragazze ostentano anche durante le interviste, un tono che immagino chiudere e proteggere sofferenze segrete, che si muove netto, prudente ed esatto, facendosi spazio nel disordine sporco della realtà. Un tono che, in mancanza di tempo per leggere il piccolo capolavoro di Rooney, è possibile gustare in questo eccezionale racconto, con cui la ragazza rischia di vincere i 30 mila dollari messi in palio dal Sunday Times EFG short story award.

Ho l’impressione che un nuovo stile si sia ormai delineato. Le nuove Chris Kraus non sono più donne che rivendicano il proprio caos interiore esponendosi con fierezza alla pubblica umiliazione o esternando le proprie viscere ancora pulsanti. Ma una nuova generazione di voci narranti fredde e composte, più interessate all’analisi che all’emozione, iper consapevoli del proprio potere erotico, il cui problema non sarà mai quello di dire troppo, se mai troppo poco. Insomma, utilizzando i personaggi della pietra miliare di Kraus come unità di misura, mi sembra che più che a Chris, Sally e le sue colleghe stiano cominciando ad assomigliare a Dick.

Articoli Suggeriti
Le parti rosse di Maggie Nelson non è né un memoir né un true crime, ma un’accusa alla spettacolarizzazione della violenza sulle donne

Il nuovo libro dell'autrice di Bluets racconta un omicidio, un processo e un trauma familiare. Ma, soprattutto, è un'accusa contro una cultura che trasforma in spettacolo persino la morte di una donna.

It’s Never Over, il documentario su Jeff Buckley, arriverà finalmente anche in Italia, a marzo

Soltanto per tre giorni, però: una proiezione-evento per celebrare 60 anni dalla nascita del cantautore di Grace.

Leggi anche ↓
Le parti rosse di Maggie Nelson non è né un memoir né un true crime, ma un’accusa alla spettacolarizzazione della violenza sulle donne

Il nuovo libro dell'autrice di Bluets racconta un omicidio, un processo e un trauma familiare. Ma, soprattutto, è un'accusa contro una cultura che trasforma in spettacolo persino la morte di una donna.

It’s Never Over, il documentario su Jeff Buckley, arriverà finalmente anche in Italia, a marzo

Soltanto per tre giorni, però: una proiezione-evento per celebrare 60 anni dalla nascita del cantautore di Grace.

Chloé Zhao ha fatto Hamnet per dimostrare che l’arte può curare anche il trauma più grave

Una conversazione su arte, guarigione, spiritualità e attori con la regista di uno dei film più attesi dell'anno, appena arrivato nelle sale italiane e già candidato a 8 premi Oscar.

Darren Aronofsky si è guadagnato l’appellativo di “traditore del cinema” perché ha fatto una serie usando solo l’AI

Sia i critici che i colleghi stanno commentando molto negativamente (per usare un eufemismo) sia la scelta di Aronosfsky che il pessimo risultato ottenuto.

Un grave scandalo sessuale avvenuto sul set di Good Time potrebbe costare l’Oscar a Josh Safdie e a Marty Supreme

E sarebbe anche la ragione, questo scandalo, della brusca separazione di Josh dal fratello Benny.

La figlia di David Lynch ha annunciato che l’ultima e inedita sceneggiatura scritta dal padre diventerà un libro

Unrecorded Night è la serie tv che Lynch non è mai riuscito a farsi produrre. Dovremo accontentarci di leggerla.