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Romanzo domiciliare

Dentro Palazzo Grazioli, il vero centro del potere italiano del ventennio berlusconiano: presente, passato, inquilini illustri e nobili proprietari.

01 Ottobre 2013

Una casa senza una storia non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

Naturalmente Berlusconi ci provò anche con la famiglia Grazioli, non accontentandosi dell’affitto del palazzo di via del Plebiscito 102 in cui risiede dal 1995. Anche qui, garbato rifiuto: il duca Giulio Grazioli-Lante della Rovere resistette infatti alla lusinga grazie alle sue doti di finanziere esperto – mise insieme 42 milioni di euro di plusvalenza nella scalata Unipol – Bnl del 2004, quella dei “furbetti” – ma soprattutto a una fortuna familiare consistente, seppur non antichissima.

Rassegnato all’affitto, Berlusconi rese mitico l’indirizzo trasformando il palazzo in un compound diplomatico al centro di querelle simboliche vecchie e nuove: l’affaccio sul palazzo Venezia; la rimozione delle fermate di autobus davanti all’ingresso, nel momento di massimo splendore berlusconiano, con «un blitz notturno», come da interrogazione parlamentare Pd. Poi, ripristino dei bus, verso il crepuscolo del Cav. e gli spread; e poi manifestazioni di piazza, passanti osannanti o sputazzanti; anche lanci di letame verso la dimora gentilizia, tanto “Grazioli” – come è chiamato semplicemente dai cronisti politici, in contrapposizione a “Chigi”, le due sedi governative, ufficiale e ufficiosa – era diventato sinonimo di potere berlusconiano (“Grazioli” come versione 2.0 di “Palazzo”, definizione pasoliniana d’epoca, si potrebbe dire).

Eppure “Grazioli” ha una vita sua, e la rivendica. Il Cav. ha in affitto solo il primo piano, con uffici e segreterie sul lato di via del Plebiscito, quello con balcone e bandiere; e appartamento privato sul retro, su piazza Grazioli. Di collegamento, saloni e locali di rappresentanza, la cucina del famoso cuoco Michele che – qui si sfiora lo scoop – ha appena rotto col Presidente preferendo mettersi in proprio con un ristorante suo dalle parti di piazza di Firenze (triangolo del fritto, di fronte a una mozzarelleria Obikà). Il Presidente, molto signorilmente come suo solito, avrebbe già visitato e apprezzato i locali, di prossima apertura.

In tutto, il piano nobile di “Grazioli” è un dado ristrutturato come altre dimore berlusconiane dall’architetto Giorgio Pes, che collaborò anche alle scenografie del Gattopardo viscontiano; al primo piano si aggiungono alcuni locali ai piani bassi, fondamentalmente il “bivacco” per le scorte e il “parlamentino” in miniatura per le riunioni plenarie. Il resto del palazzo sono uffici e abitazioni e preesistenze non berlusconiane.

Altri inquilini di palazzo celebri non se ne conoscono. Non c’è più la sede di Reti-Running, la struttura di lobbying-comunicazione messa su da uno dei due lothar di Massimo D’Alema, Claudio Velardi, in anni in cui pareva ironico installarsi sopra il premier, disponendo anche di terrazze per festeggiare non si sa che. Chiusa anche – dal 2010 – la sede di Red Tv, la Cnn dalemiana che aveva i locali in un seminterrato del palazzo dal lato di via della Gatta (la gatta in questione è quella archeologica di marmo murata sul primo cornicione del palazzo, in ricordo di una gatta che miagolando salvò un neonato dalla caduta. C’è anche una misteriosa leggenda: nella direzione in cui l’animale guarda dovrebbe essere sepolto un tesoro, ma nessuno finora è riuscito a trovarlo).

In realtà i Grazioli non erano stirpe molto marinara, e anche poco guerriera. Il Vincenzo Grazioli fondatore settecentesco della razza, valtellinese, era fornaio a Roma nel rione Monti.

A metà agosto, il palazzo è giustamente deserto, e de-berlusconizzato; su via del Plebiscito solo una Punto dei Carabinieri, vecchia; dietro, sulla piazza Grazioli dove affaccia l’appartamento presidenziale, sgombra dai parcheggi, una Land Rover sempre dell’Arma, a vegliare sul nulla. Sopra il primo piano nobile e politico, un appartamento vistosamente abbandonato, con finestre murate (metafora?). Si gira attorno al palazzo, tra le fioriere bombate e cementizie con fascia bronzea, ed ecco il commissariato di polizia molto gaddiano di via Santo Stefano del Cacco, dove è di servizio il «dottor Ingravallo condannato alla mobile» del Pasticciaccio; e poi verso il Visconti, liceo della Roma-bene con precipue dinamiche di classe, dove soffrono allievi proletari in Caterina va in città (regia di Paolo Virzì, 2003) e sottoproletari (nell’Estraneo di Tommaso Giagni, libro sitiano e einaudiano del 2012); e poi si arriva naturalmente al palazzo Doria-Pamphilj, con collezioni inenarrabili di Velazquez-Rubens-Caravaggio e soprattutto adozioni e inseminazioni molto moderne – e il principe Jonathan che toglie d’imperio dai balconi aviti le bandiere vaticane imposte da amministrazioni poco laiche quando il Papa attraversa il Tevere.

Ma se i Doria discendono dal mitico ammiraglio, sempre su piazza Grazioli proprio sotto l’appartamento presidenziale una targa di bronzo commemora «il sottotenente di Vascello Riccardo Grazioli Lante de la Rovere, caduto a Homes il 28 ottobre 1911 emulando avite gesta fra gli eroi». In realtà i Grazioli non erano stirpe molto marinara, e anche poco guerriera. Il Vincenzo Grazioli fondatore settecentesco della razza, valtellinese, era fornaio a Roma nel rione Monti, e poi – uomo del fare – prestatore a interesse e gestore di soldi propri e altrui; grande acquistatore di titoli del debito pubblico pontificio, dunque molto benvoluto alla corte vaticana; buon immobiliarista: acquistò nel 1823 la tenuta di Castel Porziano, sul litorale romano, per la somma di 80.993 scudi, che rivenderà poi nel 1874 alla Real Casa Savoia, e di qui poi passerà con la Repubblica in dotazione presidenziale, con molti futuri scandali di cacce al cinghiale in elicottero dei gemelli Leone (narrate da Camilla Cederna nella Carriera di un presidente) e poi di manutenzioni poco ortodosse recenti ad opera di nipoti di segretari generali (però con famosa piscina olimpionica d’acqua di mare, benefit molto amato dai presidenti). Da Maria Luigia di Borbone, duchessa di Lucca, Vincenzo Grazioli acquista invece nel 1835 anche la residenza della (non ancora) via del Plebiscito, in origine palazzo Gottifreddi, edificato dal Della Porta nel Cinquecento. Con il real estate arrivano poi i titoli, tutti papali (anche grazie agli acquisti di buoni del tesoro, come un Mario Draghi in piccolo): nel 1836 papa Gregorio XVI lo nomina barone di Castel Porziano; e nel 1852 addirittura duca di Santa Croce di Magliano.

Il portiere solertissimo Vincenzo veglia sulla guardiola; la sorveglianza è discreta ma presente, ci sono telecamere e led ovunque, ma come in una palazzina di ricchi dei Parioli.

I Grazioli sono ormai una delle famiglie più ricche di Roma e si imparentano subito con le antiche case patrizie: nell’aprile del 1847 il figlio di Vincenzo, Pio, sposa una Lante della Rovere soprattutto per aggiungersi due cognomi che gli servono molto nelle mondanità: il figlio Giulio Grazioli Lante della Rovere e la moglie Maria sono infatti una coppia molto fitzgeraldiana nella Roma pre-unitaria: si mettono in mostra per molte cacce alla volpe nel loro villone neogotico nuovissimo sulla Salaria, oggi sede della ambasciata del Canada. Giuseppe Primoli, una specie di Andy Warhol della Roma umbertina, che è un nipote di Napoleone, e fotografa tutti e conosce tutti e gira sempre con la sua macchina fotografica, fa un sacco di scatti ai Grazioli cavallerizzi con bombetta. Giulia Bonaparte, anche lei napoleonide del ramo romano, lascia nei suoi velenosi diari cattiverie d’epoca: «Il padre del giovane Grazioli era un boulanger (un panettiere)» e Giulio, che sposa una marchesa Lavaggi, «non ha molto spirito ma ha molto denaro» sottolineando che la coppia aspirazionale «ha appena acquistato un cavallo da sella da 10 mila franchi». I napoleonidi sono poi vicini di casa dei Grazioli – forse di qui tanto interesse – essendo il palazzo Bonaparte a poche decine di metri, e oggi sede romana del Corriere della Sera, tutto stucchi e aquile imperiali e altane, dove i redattori angosciati per gli esuberi vanno a fumare forse meditando suicidi. Mentre i Grazioli per qualche tempo sono stati anche un po’ padroni del Messaggero. Almeno morganaticamente, e non gli porterà per niente bene: nel 1977 il rapimento del duca Massimiliano, da parte della banda della Magliana, che segna l’escalation dell’organizzazione criminale, pare scatenato proprio dalla vendita del quotidiano da parte della famiglia di Isabella Perrone, sua moglie (i Perrone posseggono ancor oggi il Secolo XIX) e dalla presunta liquidità discendente. Per il rapimento vengono chiesti 10 miliardi, cifra enorme, e ne verranno pagati solo uno o due, ma invano, perché il corpo del duca non sarà mai restituito né ritrovato – è stato probabilmente ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori, e si scoprirà poi l’esistenza di un basista in amicizia con la famiglia, mentre il denaro Grazioli permette il salto di qualità e l’entrata nella leggenda nera della Banda.

Con tutte queste storie, di Berlusconi non sembra importare molto, qui. Certo, siamo in Agosto, e il presidente è lontano: il portiere solertissimo Vincenzo veglia sulla guardiola; la sorveglianza è discreta ma presente, ci sono telecamere e led ovunque, ma come in una palazzina di ricchi dei Parioli. Nessun apparato di sicurezza vistoso, cancelletti bassi e niente vessilli militari. Ci sono altri uffici e altre scale; ci sono le cassapanche antiche con gli stemmi Grazioli sempre riprese dalle telecamere dei telegiornali; c’è una Panda blu parcheggiata, vecchia. C’è un annuncio di affittasi, per una mansarda all’ultimo piano, per chi fosse interessato (chiedere a Vincenzo). Ci sono lussi d’epoca grazioliani: buche per la posta d’ottone, come piccoli periscopi da nave; e maniglie dorate con iniziali Grazioli ovunque. La famiglia, molto – come si dice – schiva, non abita più nel palazzo, tranne il ramo dei principi Caravita di Sirignano; una Anna Grazioli negli anni Quaranta sposò infatti il celebre Pupetto Sirignano, dandy e genius loci caprese, playboy, discendente di San Gennaro; e il giorno del Santo, il 19 settembre, mentre in Cattedrale a Napoli si liquida il Sangue venerato, una macchia appare sulla nuca dei Sirignano primogeniti. È uno dei tanti aneddoti di una poco nota autobiografia del genere dandistico-dannunziano-Due Sicilie (Francesco Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile, Mondadori, 1981) dove il gentiluomo si racconta.

Un altro aneddoto riguarda Tomasi di Lampedusa: l’autore del Gattopardo, in cerca di un erede – per il nome e il titolo, perché per il resto ormai squattrinatissimo – negli anni Cinquanta sonda i cugini Sirignano, che vengono dunque invitati per un tè nella scombinata abitazione palermitana. Tomasi vive in povertà, ha appena fatto un mutuo per ricomprarsi un pezzo del palazzo avito alla Marina di Palermo; la moglie lettone Alessandra Wolff-Stomersee, sedicente baronessa freudiana, psicanalizza valletti di palazzo e aristocratici in crisi. I Sirignano invece molto liquidi vengono invitati per questo tè col piccolo secondogenito Alvaro, preposto all’adozione; ma nel modesto alloggio vengono offerti cioccolatini talmente vecchi da essere diventati bianchi (mentre i Sirignano probabilmente erano abituati al tempio della pralina, Moriondo & Gariglio, luogo di culto romano del cioccolatino, da sempre accanto al liceo Visconti). Dunque ringraziano molto i chers cousins e (soprattutto la mamma Grazioli) scappano inorriditi: l’incontro è andato malissimo, e Tomasi adotterà poi un altro parente, Gioacchino Lanza; e soprattutto diventerà un grande bestsellerista postumo. Oggi Alvaro Sirignano amministra il patrimonio di famiglia e abita al quarto piano del palazzo, sopra Berlusconi. Nel suo ufficio, tra i ritratti di famiglia, uno con dedica autografa di Pio XII a donna Caterina Grazioli, nel famoso gesto ieratico con indice e medio eretti. Di Berlusconi neanche una foto.

Dal numero 16 di Studio

Illustrazioni di Giacomo Bagnara

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