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09:42 martedì 25 agosto 2026
Un tizio ha creato una mappa di tutti i musei più strani e di nicchia del mondo Volete sapere dov'è che si trova il museo delle pompe di benzina, quello delle archeoplastiche o degli spazzacamini? Questo è lo strumento che fa per voi. E sì, questi musei esistono tutti e si trovano tutti in Italia.
Tra i film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia si è aggiunto all’ultimo NAZA, il nuovo documentario dei registi di No Other Land Yuval Abraham e Rachel Szor Prodotto (tra gli altri) dal Guardian e dal Guardian, e il titolo è l'acronimo con cui l'intelligence israeliana conta i civili palestinesi che muoiono nei raid.
C’è un film d’animazione così brutto che sta diventando campione d’incassi perché le persone vanno a vederlo per accertarsi che sia davvero così brutto Niu Lai è il film del momento in Cina, prodotto dell'ingegno di una madre e un figlio senza nessuna esperienza e formazione in cinema d'animazione. E si vede.
Le donne iraniane si stanno togliendo il velo e stavolta il regime è troppo impegnato nella guerra con gli Usa per farci qualcosa La repressione non si ferma, ma ormai le donne che semplicemente rifiutano di mettere l'hijab sono troppe per perseguirle e condannarle tutte.
A Jeff VanderMeer è piaciuta moltissimo la copertina della traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Absolution Così tanto che le ha dedicato un post su Instagram, definendo «just stunning» il lavoro di Einaudi e di Lorenzo Ceccotti.
In tutta Europa la vendemmia non è mai iniziata così presto (e sì, anche in questo caso c’entra la crisi climatica) In Sicilia, Franciacorta, Trentino, Toscana, Borgogna, Champagne, Portogallo, Spagna. Si è iniziata la raccolta già a luglio, in alcuni casi.
Grazie al successo dell’Odissea di Nolan, il Met di New York ha deciso di esporre al pubblico la più antica “copia” esistente dell’Odissea di Omero Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.

Sognare un’estate da Rohmer

L’estetica dei film del regista francese è estremamente contemporanea e ha un certo successo sui social. Perché?

01 Agosto 2023

Chissà che se ne direbbe oggi della scena tra Jean-Claude Brialy e Beatrice Romand in Il ginocchio di Claire, quando lui, sul suo motoscafo rosso, chiede alla ragazza: «Sei da sola? Sei annoiata? Cosa fai?», e lei dice: «Sto leggendo», e lui allora rilancia: «Vieni a casa mia, ho dei libri formidabili». Forse nessuno la scriverebbe una scena così, temendo accuse di adescamento di una certa polizia morale, eppure il fotogramma in cui l’attore è sul motoscafo, girato verso Beatrice, unito al sottotitolo “Come to my house, I have great books” è diventato uno dei frame più utilizzati negli ultimi anni sulle moodboard di Instagram.

Non credo ci sia regista più citato di Rohmer nella costruzione dei moodboard online. Questi si sviluppano oggi su Instagram, ma le loro radici stanno nella carta e forbici di decenni e decenni fa, per riempire diari o quadernetti di immagini ispirazionali. Io, in cameretta, avevo un pannello di sughero, poi sostituito da un altro pannello su cui si poteva attaccare e staccare di tutto senza che perdesse aderenza. Poi il moodboard è diventato digitale con i blog, poi è arrivato Tumblr, infine Instagram. I tasselli fotografici che compongono un moodboard sono, appunto, dei mood: indicano come vorremmo essere, qual è il nostro carattere, la nostra visione estetica e sentimentale del mondo, i nostri consumi culturali. Rohmer è estremamente citato, tanto che un nuovo account chiamato rohmerfits, nato a maggio 2023, l’ho ritrovato sul New York Times in un articolo interamente dedicato.

Il film di Eric Rohmer si prestano particolarmente bene a essere tradotti in frame fotografici, innanzitutto per la natura del loro girato: sono fatti di scene spesso statiche, in cui i personaggi sono immersi in dialoghi in equilibrio tra l’intimo e il faceto. Perché funzionano ancora così bene, per riempire i nostri feed, descrivere le nostre emozioni, a trenta, quaranta, cinquant’anni da quando sono stati girati? Ne ho guardati un po’ seguendo il tag #ericrohmer e cercando altri account celebrativi oltre a quello segnalato dal New York Times.

Un frame da La collectioneuse mostra Haydée Politoff seduta su una sdraio, con un dolcevita smanicato di cotone verde, dire: «I slept with you the minute I saw you». In una scena di Le Rayon Vert, mi sembra presa dall’inizio del film, una ragazza accarezza un gatto seduta a un tavolo da colazione imbandito in un giardino urbano, una spallina della blusa le scivola dalla spalla. Dice: «Either you meet someone new or you live with a memory». Un’altra scena dello stesso film mostra un dialogo tra i due protagonisti. «Don’t like stations?», chiede lui. «I don’t like leaving», dice lei. I dialoghi, insomma, funzionano perfettamente. Sembrano uscire da un romanzo di Sally Rooney, Normal people o Conversations with friends. A pensarci, in effetti, Rooney sembra dovere molto a Rohmer, anche in certe ambientazioni vacanziere (in Francia; a Trieste). Sono scambi brevi, tagliati di netto, in equilibrio tra la stranezza e la tristezza.

I vestiti, effettivamente, sono una chiave importante per il successo di questi frame. Rohmer, racconta il Nyt, non utilizzava nessun costume designer, ma chiedeva agli attori di presentarsi sul set con le loro idee di vestiti, e una scelta di diversi outfit dai loro armadi privati. Sono quindi vestiti semplici e reali, ed è facile identificarsi in chi li indossa. Rispecchiano, oggi, anche una certa estetica contemporanea: i denim e le giacche che ho trovato in certe scene di Conte de printemps sembrano usciti da una campagna di Aspesi del 2021 che voleva proprio raccontare l’intimità dei vestiti.

Potrebbe poi c’entrare il fatto che sono tutti profondamente europei nelle ambientazioni: e l’Europa, come dicono i dati delle compagnie aeree e di altri viaggi, sta tornando come meta preferita di vacanze anche tra gli americani – con gli evidenti problemi di sovraffollamento che vediamo tutti. Ma c’è dell’altro. I film di Rohmer sono sognanti e agrodolci, fatti di piccole felicità e una tristezza ovattata tipica dei momenti della vita in cui qualcosa cambia, qualcosa muore, qualcosa si evolve. Guardiamo i personaggi navigare queste acque placide in situazioni vacanziere, e tutto è così simile a un mondo che forse ricordiamo ancora dall’infanzia, e così diverso da quello che viviamo adesso. Ci piacciono per il senso di escapismo che comunicano: da una realtà che, se durante i pochi mesi di lockdown ci era sembrata poter diventare gentile e a misura d’uomo, si è rivelata invece crudele come non mai. Tra città invivibili, gentrificazione e violenza, burnout da stress, catastrofi climatiche.

Questi scorci di Rohmer allora rappresentano il mondo che non avremo più, frammenti intimi, non politici e profondamente individuali ma non individualistici, in cui il destino dei personaggi non è legato a quello collettivo nell’affondare in recessioni o estati caldissime. E poi è un mondo lento, libero dalla frenesia del multi-tasking. Uomini e donne si muovono in case di campagna che sono quelle che sognavamo di comprare quando pensavamo di andare via dalla città per ripopolare i borghi dell’appennino, vivendo di smart-working e libertà. Trovano il tempo di annoiarsi, di flirtare senza paure: sono quello che ci immaginavamo quando dicevamo “we won’t go back to normal because normal was the problem”. Pensavamo davvero di farcela?

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