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Ritorno a Seul

Nel sessantenario della fine della guerra di Corea, la storia dei prigionieri sudcoreani che sono riusciti a scappare dal regime del Nord.

17 Luglio 2013

Il 30 agosto del 2000 un aereo proveniente dalla Cina toccò terra al Gimpo International Airport di Seul. Tra i passeggeri che uscivano in silenzio, scendendo dalla scaletta, c’era Yoo Young-Bok, un signore allora settantenne. Ad attenderlo c’era tutta la sua famiglia (compreso il padre di 94 anni), che lo aveva creduto morto per decenni, dal giugno del 1953.

Yoo non aveva lasciato Seul e la Corea del sud di sua volontà: era uno delle decine di migliaia di soldati del suo Paese fatti prigionieri durante la guerra di Corea (1950-1953) e mai rimpatriati. Sono in genere riconosciuti come POW (acronimo di prisoners of war) e ultimamente sono uno degli aghi della bilancia dei rapporti diplomatici fra le due Coree. Ufficialmente il governo della Corea del Nord nega la loro esistenza, ma Seul da anni cerca di riportare a casa i suoi veterani detenuti oltreconfine, oggi settantenni e ottantenni. Nel 1952 esistono prove documentate di un’inquietante riedizione delle Olimpiadi, cui parteciparono gli internati di diversi campi di lavoro nordcoreani, per garantire un buon ritorno d’immagine al regime comunista.

Mentre la Corea del Sud rimpatriò 70,000 soldati della Corea del Nord, quest’ultima lasciò tornare a casa soltanto ottomila soldati del sud.

Alla firma dell’armistizio del 27 luglio 1953 – che pose fine al sanguinoso conflitto che opponeva le forze delle Nazioni Unite e i sudcoreani al blocco comunista del nord, sostenuto da cinesi e sovietici – gli accordi dell’Operation Big Switch prevedevano uno scambio di prigionieri di guerra. Mentre la Corea del Sud rimpatriò 70,000 soldati della Repubblica Democratica Popolare di Corea, quest’ultima lasciò tornare a casa soltanto ottomila soldati del sud. Oltre 20mila militari comunisti scelsero deliberatamente di rimanere nella parte meridionale della penisola, in base alla clausola del trattato di pace che lasciava ai prigionieri libertà di scelta.

Yoo Young-Bok e compagni, tuttavia, non poterono scegliere: costretti a rimanere a Pyongyang e dintorni, di 25mila soldati – anche se le stime variano fino al doppio di questa cifra – si persero le tracce, tanto che la Corea del sud ha dubitato per anni della loro sopravvivenza.

Eppure Yoo, come gli altri, era vivo e vegeto: catturato in un’imboscata cinese un mese prima dell’armistizio, era stato mandato a lavorare nelle miniere della Corea del Nord. Nel libro che ha scritto per raccontare la sua storia, Tears of Blood, racconta come all’inizio lui e i suoi compagni credevano che sarebbero tornati a casa presto fin quando, nel 1956, l’ordine 143 del governo di Pyongyang li rese formalmente cittadini nordcoreani. In Corea del Nord esiste un sistema di caste, il songbun, composto da una cinquantina di classi sociali teoricamente divise in base al grado di lealtà al partito dei loro appartenenti. Nella definizione del songbun incidono fattori come la situazione economica dell’individuo, la provenienza geografica dei parenti delle generazioni precedenti e il loro mestiere. A Yoo e compagni il regime conferì da subito lo status più basso, quello della cosiddetta “classe ostile” dei nemici della Repubblica, impedendo di fatto l’istruzione e la carriera militare ai loro figli, nonché la loro iscrizione all’unico partito del Paese.

Sì, perché nel frattempo Yoo Young-bok era stato costretto dai suoi carcerieri a rifarsi una vita al Nord, aveva dei figli obbligati dal loro songbun a seguire le sue orme nel sottosuolo e una moglie del suo stesso ordine sociale, poiché fisicamente menomata. Quando nel 1994 la donna morì e i figli se ne andarono di casa Yoo decise, già sessantaquattrenne, di sfidare la sorveglianza armata e attraversare il confine con la Cina nei pressi di Musan, guadando di nascosto il fiume Tumen. Ironia della sorte, era di nuovo il 27 luglio, quarantasette anni dopo.

L’attraversamento dei corsi d’acqua al confine tra Cina e Corea del nord è l’inizio di ogni tentativo di fuga dallo Stato fondato da Kim Il-sung. Come racconta Hyeonseo Lee, attivista scappata tre anni prima, da quattordicenne, in un celebre TED talk, le condizioni dei fuggitivi sono quantomeno precarie: i nordcoreani irregolari vengono spesso rimpatriati dalla Cina e dal Laos, gli Stati dove si nascondono dopo aver varcato la frontiera. E la ricerca della libertà si basa perlopiù su bustarelle corrisposte a funzionari di dogana e trafficanti di esseri umani, nella speranza di non venire scoperti e arrestati.

Ecco perché dal 1994 – data della prima fuga di un sudcoreano dalla prigionia – le storie dei POW tornati dopo decenni di schiavitù sanno di miracolo. C’è quella di Lee Sun-woo, oggi 82enne, e della quarantenne Kim Kyung-hee, riuscita a scappare l’anno scorso, il cui padre ha lavorato fianco a fianco con Lee in una miniera di carbone per cinquantuno anni, durante i quali le morti per fame, cedimenti strutturali e soffocamento erano all’ordine del giorno. Lee e Kim si sono incontrati la settimana scorsa in un centro d’accoglienza di Seul. Si sono stretti le mani e hanno pianto a lungo, senza scambiarsi parole, quasi increduli di rivedersi.

C’è anche quella di Lee Won-sam, sposatosi appena prima dello scoppio della guerra, che tornato in patria ha rivisto sua moglie dopo cinquantacinque anni di vita separata. E quella di Lee Jae-won, catturato dai cinesi e costretto a un quarantennio di lavori forzati vicino al confine con la Russia prima di morire, nel 1994, poco dopo aver rivelato la verità ai figli avuti con una donna della “classe ostile”. Uno di essi nel 2009 riuscì ad abbandonare il paese e dirigersi a Sud, in cerca di un indirizzo lasciatogli da Lee Jae-won di una cittadina a 200km da Seul. Lì trovò la famiglia del padre e la terra in cui era cresciuto. Scoprì che durante tutti quegli anni, per la festa di Capodanno, i parenti avevano sempre lasciato un po’ di riso nel posto in cui sedeva lui. Apprese anche che il padre prima della guerra era descritto come dotato di un carattere ribelle ed estroverso, che aveva dovuto ovviamente mutare in Corea del Nord – lì, raccontano altre testimonianze, basta lodare le pietanze del Sud per essere deportati in uno dei famigerati campi di lavoro – ma aveva trasmesso al figlio.

«Pensavo che la Corea del Sud avesse tantissimi mendicanti e vivessero tutti in baracche», ha dichiarato l’ottantenne Lee Gyu-il, persuaso da decenni di propaganda nordcoreana.

Oggi i POW ultrasettantenni scampati al regime e alle miniere sono 80. Negli ultimi anni, mentre la loro storia ha conquistato l’opinione pubblica sudcoreana, sono stati insigniti di diversi onori e gli sono state concesse enormi riparazioni. Ma qualcuno di loro – come un galeotto che, dopo una vita in prigione, non sa più apprezzare la libertà – è rimasto vittima di un senso di alienazione: «Pensavo che la Corea del Sud avesse tantissimi mendicanti e vivessero tutti in baracche», ha dichiarato l’ottantenne Lee Gyu-il, persuaso da decenni di propaganda nordcoreana. Altri hanno sperperato i loro averi in frodi. Parafrasando il titolo di un grande film degli ultimi anni, anche la Corea del Sud, in questo caso specifico, non è un Paese per vecchi.

E tuttavia Yoo Young Bock, il portavoce dei soldati mancanti all’appello del luglio di sessant’anni fa (550 dei quali, secondo diverse stime, sarebbero ancora vivi) oggi promuove il suo libro e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica internazionale, presenzia a incontri sul tema e diffonde i suoi ricordi di prigioniero a una manciata di chilometri da casa. Una delle frasi centrali in Tears of Blood, infatti, è «essere dimenticati è peggio di morire».

Negli ultimi anni gli sforzi per portare a casa i 550 sopravvissuti del governo di Seul si sono intensificati. Se nel 2000 a un summit diplomatico il presidente sudcoreano Kim Dae-jung non menzionò nemmeno la questione, dal 2008 – anno di insediamento del conservatore Lee Myung-bak a Capo dello Stato – il tema del rilascio dei prigionieri viene ribadito in ogni incontro bilaterale. Dopo sessant’anni, è ora di tornare a casa.

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