Uscito il 6 febbraio, nell'album non c'è nulla che si possa definire sbagliato ma non c'è neanche nulla che si possa definire rischioso. Ed è per questo che, secondo molti, è l'ennesima occasione persa. Forse l'ultima, per J. Cole.
Nei dieci libri preferiti di Richard Serra c’è anche Calvino
È morto a 85 anni martedì 26 marzo Richard Serra, uno dei più importanti scultori dal Dopoguerra, autore di opere monumentali in dialogo costante con i paesaggi in cui venivano installate. Giganteschi totem nel deserto del Qatar, o muri che dividevano le piazze statunitensi, o i labirinti e le spirali: come quelli tuttora visitabile al Guggenheim di Bilbao, o al LACMA di Los Angeles, e quello che, nel 2003 e 2004, ha occupato il centro di piazza Plebiscito a Napoli. Serra, prima di dedicarsi alla scultura, è stato a lungo affascinato dalla pittura. Solo dopo il 1964, e dopo aver visitato a Parigi lo studio di Brancusi, si cimenterà con questa arte. Per chi fosse interessato a scoprire cosa ispirava invece i pensieri creativi del grande scultore, sappiamo anche quali sono i dieci testi fondamentali per la sua vita.
È una lista che ha stilato lui stesso nel 2016, per il T Magazine del New York Times. Il primo a comparire nella lista (ma non sembra essere in un ordine particolare) è La fiducia in se stessi, di Raph Waldo Emerson. Serra l’ha letto a 17 anni, e ci ha trovato dei principî che, dice, hanno segnato la sua vita e lavoro: combattere il conformismo, vivere nel presente e insistere a fidarsi del proprio giudizio. Poi Camera Lucida, di Roland Barthes, un importante saggio sulla filosofia della fotografia, e ci sono anche le Lezioni americane di Italo Calvino. «Ogni lezione è profonda e poetica, lirica, una gioia da leggere e rileggere», ha detto Serra.
Il libro che rileggeva più spesso, confessò, è Dolore e ragione di Iosif Brodskij, che riflette sulla morte e come è stata presentata nei secoli dalla poesia e dalla prosa. Poi, le poesie di Paul Celan, che Serra trovava «terrificanti e splendide», anche per l’eco dell’esperienza della Shoah che ci risuona. Poi, Fernando Pessoa, con Il libro dell’inquietudine: «La lezione che ho imparato da Pessoa è che devo costantemente distanziarmi dall’atto del creare, in modo da essere in grado di guardare il mio lavoro da una certa prospettiva che non sia la mia».
Pur non essendo buddhista, nella sua top 10 c’è anche Mente zen, mente di principiante, di Shunryu Suzuki, un monaco e insegnante che contribuì a diffondere il buddhismo zen negli Stati Uniti, fondatore del primo monastero fuori dall’Asia. Ancora, Logica del senso di Gilles Deleuze, testo fondamentale sul linguaggio, e La forma del tempo di George Kubler, un saggio sugli oggetti e artefatti umani nella storia, e sul percorso che li porta a nascere. Infine, un testo fondamentale di critica letteraria, nello specifico poetica: L’angoscia dell’influenza. Una teoria della poesia di Harold Bloom.
Uscito il 6 febbraio, nell'album non c'è nulla che si possa definire sbagliato ma non c'è neanche nulla che si possa definire rischioso. Ed è per questo che, secondo molti, è l'ennesima occasione persa. Forse l'ultima, per J. Cole.
I numeri sono in crescita negli Usa, in UK e anche in Italia: c'entrano collezionismo e nostalgia, ma pure il desiderio di "possedere" la musica che si ama, soprattutto per i più giovani.
Il cast principale include anche Viggo Mortensen, Edward Norton e Javier Bardem, con Alejandro G. Iñárritu a fare da produttore esecutivo.
Analogico, passatista, efficace, molto ben fatto e un po' trombone: la Berlinale l’ha dominata chi ha tentato di dimostrare che si stava meglio quando si stava peggio e che i giovani di oggi sono la peggiore generazione di sempre.
In Spagna è stato uno dei film più visti e premiati del 2025, nonostante sia un film di genere che racconta una pagina di storia traumatica come quella del terrorismo indipendentista basco. Del film, del suo successo e del suo messaggio abbiamo parlato con la regista Arantxa Echevarria.