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Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
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Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

È morto Renato Casaro, il disegnatore che ha trasformato le locandine per il cinema in una forma d’arte

Aveva 89 anni, è a lui che dobbiamo locandine memorabili come quelle di Per un pugno di dollari, C'era una volta in America e L’ultimo imperatore.

01 Ottobre 2025

«Ho sempre avuto un debole per gli eroi», diceva Renato Casaro per spiegare quella sua tendenza a “ingigantire” i protagonisti dei film, a farne dei colossi piazzati al centro delle sue locandine, grandi più del mondo in cui vivevano le loro avventure. Casaro è morto il 30 settembre 2025, a 89 anni, nella sua città, Treviso. Quasi tutta la vita l’ha passata a disegnare locandine di film oggi considerate oggetti da collezione, quasi opere d’arte. Quasi tutta la vita perché Casaro aveva lasciato il mestiere nel 1998, quando capì che agli studi di produzione ormai non interessavano più le locandine disegnate a mano. Lui di lavorare con il computer e con i software non voleva saperne, quindi preferì ritirarsi a vita privata. In pensione ci rimase fino a quando non ricevette la telefonata di Quentin Tarantino, che voleva assolutamente che fosse lui a disegnare una locandina “fittizia” di C’era una volta a… Hollywood. «Una bellissima sorpresa», la definì Casaro.

C’è un sito dedicato all’arte di Casaro in cui sono raccolte tutte le locandine che ha disegnato nella sua lunga e prolifica carriera. Servono 71 pagine per vederle tutte, perché Casaro aveva con il suo mestiere un approccio da artigiano: fare bene e fare tanto erano quasi sinonimi, per lui. «A tutti, come figli, ma se proprio dovessi scegliere: Il tè nel deserto, per la sintesi, L’ultimo imperatore, per il grande impatto mistico di composizione e di atmosfera, premiato da Hollywood Reporter come miglior manifesto mondiale 1988», questa la risposta che Casaro dava a chi gli chiedeva a quale locandina fosse più affezionato. Fare una selezione delle sue locandine migliori, anche una basata esclusivamente sui gusti personali, è davvero difficile. Anche perché Casaro è noto ai più per una certa estetica “eroica”, come detto prima: quella delle locandine di Conan, di Red Sonja, di Rambo, di Total Recall, solo per citare le più famose e apprezzate.

Ma Casaro era capace di fare tutto quello di cui il film aveva bisogno. Sempre nel sito a lui dedicato, viene definito un movie painter, un pittore del e per il cinema. E d’altronde, le sue ispirazioni erano Norman Rockwell e Angelo Cesselon. «I pittori di cinema mirano a portare gli spettatori al cinema. Renato Casaro mira a portare il cinema agli spettatori», si legge in alto nella homepage. E in effetti, quello che colpisce dell’opera di Casaro, a conoscerla davvero, è quanto diverse potessero essere le sue locandine: quella di Navajo era completamente diversa da quella di Per un pugno di dollari, e quest’ultima era completamente diversa da quella di C’era una volta in America, e quella di Solaris era a sua volta diversa da tutte le altre («Solaris fu facile da fare. Peccato, però, che non ho mai incontrato Tarkovsky di persona»). In parte, Casaro spiegava questa varietà con le mancanze dell’industria cinematografica italiana dell’epoca: «A quei tempi in Italia non esistevano agenzie pubblicitarie, quindi io ero il mio stesso direttore artistico, ero in controllo di tutto il processo creativo, dall’ideazione alla realizzazione», spiegava in un’intervista al Guardian. Faceva quello che voleva, in sostanza. Ed è così che è diventato uno dei più famosi locandinisti, anzi, movie painter, della storia del cinema.

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