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Disintossicarsi da internet in tre giorni

In mezzo alla natura, senza smartphone né pc, a volte in completo silenzio: un reportage da un centro di «reab digitale», in California.

10 Ottobre 2013

Navarro, California – Tute da ginnastica, infradito, scarpe da tennis, molti piedi nudi. La prima lezione di yoga è all’alba. In prima fila c’è un tizio coi pantaloncini corti, piuttosto maldestro, che si allunga i muscoli su un tappetino in silicone. Mi chiedo, goffaggine a parte, chi possa essere: il Ceo di una startup della Silicon Valley, o forse un insegnante di Stanford. Certamente qualcuno che è convinto di passare troppo tempo davanti a uno schermo. E che, di conseguenza, è venuto qui per disintossicarsi. Come tutti gli altri, rigorosamente in incognito.

Sono circa trecento i “campeggiatori” che trascorrono le vacanze qui aCamp Grounded, una specie di bootcamp per la “disintossicazione digitale”: mente e cuore si liberano dal morbo della tecnologia per «tornare individui», spiegano da Digital Detox, l’organizzazione terapeutica nata a un’ora della Silicon Valley per tamponare la “tossicodipendenza digitale”. Il programma prevede tre giorni di immersione nella natura, senza connessioni: «Ricordiamo come si torna liberi, insegniamo a diventare di nuovo ragazzi».

I partecipanti vengono perquisiti all’ingresso: no computer portatili, no Ipad, niente social network. Messi in riga come militari, a rispondere a regole e superiori. Un po’ fa Full Metal Jacket, un po’ Moonrise Kingdom.Anche il proprio nome va abbandonato prima di abbracciare la natura, in un villaggio nella foresta di Mendocino attraversata da filari di vigneti e dove la Rete non arriva (e persino Google Maps fa fatica a rintracciare la strada).

Alcuni consigli: è gradito portare la propria tenda sa casa e i dormitori sono divisi, donne e uomini (con una clausola: «Se però volete sgattaiolare nel reparto altrui, non è un problema», è scritto sul regolamento). Solo su un punto, non c’è morbidezza: «Siamo chiari. Questa non è una conferenza, un evento per creare net-working. Una opportunità per incontrare un contatto giusto per la vostra carriera». A disposizione per le presentazioni, un qualsiasi pseudonimo. C’è un tizio che si fa chiamare “Maniglie dell’amore”, un altro “Campo di grano”.

Il cervello inizia a dare segni di astinenza a partire dal secondo giorno: quando il divieto di immortalare le sequoie che fanno ombra alle tende su Instagram diventa un’inquietudine (sento una scout che sospira: «ma quanto diventerebbe “popular” questa scena tra i miei contatti?»).

I campeggiatori hanno facce paonazze dal sole, dal movimento. Pallavolo, tiro con l‘arco. Laboratori di pelletteria, panificazione. Lezioni di respirazione. Tra i volontari c’è un professionista delle coccole, che abbraccia i più bisognosi (il soprannome al villaggio è Topless, nella vita, specifica, «non indossa una camicia da almeno sei anni»). Il cibo è rigorosamente vegano. Il messaggio che vogliono mandare, suppongo, è questo: davanti allo schermo si consuma cibo-spazzatura, disintossicati pure da questo. Il sabato sera a cena è di regola il silenzio. Così si può «riascoltare i sapori», concentrandosi soltanto sulle papille, «e godendo di quel che si mangia».

Tra le più gettonate nel villaggio Grounded: guardare le stelle È un rehab, ma ha qualcosa di romantico.

Ovunque cartelli No phone zone e sveglie senza lancette con una scritta sul vetro: Now. Per tutta la durata del campo non c’è modo di sapere che ore siano.

Levi Felix ha fondato Digital Detox dopo essere finito in ospedale. Per troppo Internet, sostiene: «A farmi ammalare è stato il distaccamento dalla realtà», racconta prima di chiudere il terzo campo Scout e aprire la sessione invernale di incontri battezzati con lo slogan “disconnettersi per riconnettersi”. Nel cuore del suo rehab sono arrivati da tutta America, e da grandi compagnie (Google, Oracle, Airbnb, Facebook): «Ho avuto una carriera promettente, fino a quando mi sono trasferito a Los Angeles e sono stato promosso vicepresidente di Causecast.org, una piattaforma “sociale”: organizzavo campagne sui social media, eventi di beneficenza, produzione di cortometraggi. Tutto perfetto, fino al giorno in cui mi sono trovato in terapia intensiva per una emorragia».

«Un colpo di fortuna, o di sfortuna», commenta Felix. «Sono uscito dalla clinica, ho lasciato il mio lavoro, ho fatto un viaggio intorno al mondo e poi su una isola in Cambogia ho scritto il progetto di un campo di disintossicazione, e l’ho creato».

Erin Freeny ha trent’anni, il suo soprannome al Campo è Petit Gavroche: «Il mio personaggio preferito nei Miserabili di Hugo», dice. Vive a San Francisco e cura la sezione Social Media di una scuola di lingua per stranieri. Ha comprato i biglietti per Camp Grounded in dieci minuti, «un’amica mi ha mandato il link dell’evento per ironizzare sull’ultima follia del momento: un campo di disintossicazione digitale. Lei rideva per come gli hipster stessero sprecando i propri soldi. Io invece ho trovato l’idea geniale, ho preso il mio pass al Summer Camp, e ci sono andata».

Erin non è mai stata una campeggiatrice e mai ha avuto la chance, adolescente, di passare l’estate in un villaggio scout. Da adulta e in mezzo ad adulti sconosciuti, stressati dal lavoro e della vita, ha ritrovato energia: «Non è stato soltanto la fuga della tecnologia ad arricchirmi ma la possibilità di giocare, di essere leggera, sciocca. Camminare nella natura. Conoscere nuove persone senza preoccuparmi dell’aspetto “professionale” di chi avevo davanti». Tutti adulti, tutti professionisti, un po’ di pazzia: «Ci siamo spinti emozionalmente dove l’uomo non sa spingersi più. Una grande esperienza, da uomini, senza stereotipi».

Dopo l’esperienza a Camp Grounded, qualcuno ha deciso di lasciare il lavoro. Altri hanno semplicemente ridotto l’eccesso di check-in su Facebook.

Foto: © Scott Sporleder

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