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Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

La vita moderna di Raymond Depardon

Cresciuto nella fattoria di famiglia, ha girato e fotografato il mondo intero: Triennale Milano celebra la lunga carriera del fotografo francese con una grande mostra, la prima in Italia.

19 Ottobre 2021

Raymond Depardon è francese fino al midollo eppure le sue immagini più conosciute hanno un retrogusto tipicamente britannico. Sembrano realizzate da Bill Brandt o John Bulmer,  gente che la foschia impalpabile delle campagne d’Albione la conoscono alla perfezione. Il fotoreporter transalpino le ha realizzate a Glasgow negli anni ’80, trasformando la più grande città della Scozia, da posto più malinconico del pianeta a luogo magico, colorato e ottimista. Il Sunday Times gli aveva chiesto di andare lassù per ritrarre le industrie fatiscenti e la vita di quelli che John Lennon definiva working class heroes. E lui, ispirato come non mai, ne aveva realizzato un reportage indimenticabile (e mai pubblicato). Difficile pensare che quei lavori fossero opera di un artista nato sulle rive del Rodano. Eppure era così.

Alcuni di questi gioielli suburbani oggi fanno parte della retrospettiva che la Triennale di Milano, insieme alla Fondation Cartier, dedica a Depardon. La vita moderna (dal 15 ottobre al 10 aprile 2022), allestita insieme all’artista Jean Michel Alberola, è un riassunto dettagliato della poetica del grande fotografo. E ci rivela quel suo modo unico di svelare (e accostare) mondi lontani fra loro: dalle comunità rurali francesi alle periferie urbane del nord, dalla vita quotidiana nella New York anni Ottanta fino agli ospedali psichiatrici di alcune città italiane degli anni Settanta. Soggetti e ambienti diametralmente opposti, eppure uniti nel celebrare la bellezza del nostro pianeta e la diversità della sua gente. La Triennale dedica a questo artista, nato nel 1942 a Villefranche-sur-Saône, oltre 1300 m2 di spazio espositivo dove il pubblico è invitato a riscoprire il pianeta, attraversare città e campagne e ascoltare la parola dei loro abitanti, solitamente relegati a ruolo di comprimari.

R. Depardon, Glasgow, Scotland, 1980 © Raymond Depardon/Magnum

Depardon ha iniziato a scattare a soli dodici anni, fotografando la vita della fattoria dove viveva. «Sono un’eccezione fra i miei colleghi francesi, perché vengo dalla campagna», ha raccontato in una recente intervista. «Oggi le persone che vengono dalle fattorie non esistono più. Eppure proprio questa mia formazione un po’ originale mi ha dato una base importante per confrontarmi con tutto ciò che avrei visto di lì a poco». Uno degli anni cruciali è il ’58 quando Depardon si trasferisce a Parigi e inizia a ritrarre la Bardot e De Gaulle. Due anni dopo parte per il servizio militare realizzando un reportage sulla Guerra d’Algeria. Poi vola in Ciad, nel Libano, nel Sud-est asiatico fino al Venezuela. Giovane reporter dell’Agenzia Dalmas, nel 1966 fonda insieme all’amico Gilles Caron (che poi morirà in Cambogia) l’Agenzia Gamma. Bulimico di novità, coraggioso, curioso, sperimenta ogni media possibile. È fotografo, ma anche regista e scrittore. I suoi colleghi si limitano a scrivere brevi didascalie sugli scatti? Lui va oltre e realizza veri racconti, mescolando immagini, parole e suggestioni. «Non ho uno stile riconoscibile e lo rivendico», dice con una punta d’orgoglio.

Dal 1975 al 1977 si dedica soprattutto all’Africa. E grazie a questo lavoro nel 1978 viene premiato col Pulitzer. L’anno dopo entra a far parte della scuderia Magnum (di cui ancora oggi è tra i membri fondatori). Innamorato dei paesaggi selvaggi di Ansel Adams, negli anni Ottanta ripercorre le orme del grande maestro attraversando (e fotografando) gli Stati Uniti dal New Mexico alla California. Nel 1981, quasi per caso, intraprende una collaborazione con il  giornale francese Liberation che entrerà nella storia: inviato a New York Depardon si impegna a spedire alla redazione parigina uno scatto e una didascalia al giorno per un mese, creando una sorta di fotoromanzo della vita quotidiana negli Stati Uniti. Alcuni di questi lavori sono esposti a Milano, dove si possono ammirare otto serie fotografiche, due film e l’insieme di tutti i libri del maestro. Oltre alla già citata Glasgow, viene presenta la serie “Errance” del 2000 dove il maestro rivela strade e passaggi, vie e rotaie che danno vita a una serie di non luoghi trasformati in quadri astratti.

San Servolo, Venezia, 1979 © Raymond Depardon/Magnum Photos

Collegno, Torino, 1980 © Raymond Depardon/Magnum Photos

Con “Communes”, del 2020, mette in risalto le aree del sud della Francia miracolosamente scampate a un progetto di estrazione di gas di scisto poi abbandonato. Mentre con “Manhattan Out”, del 1980, evoca la solitudine urbana e l’indifferenza individualista. Un capitolo importante, poi, lo merita la serie “La France” (2004-2010), forse uno dei suoi progetti più ambiziosi. Un ritratto contemporaneo, quasi un omaggio al suo Paese natale realizzato a colori, immortalando piazze e bar, uffici postali e stazioni di servizio sempre in modo frontale con una macchina fotografica 20 x 25. L’esposizione milanese, la prima che l’Italia dedica a monsieur Raymond, si chiude infine con la serie “San Clemente”. Realizzata fra il 1977 e il 1981, testimonia ciò che avviene tutti i giorni all’interno degli ospedali psichiatrici di Trieste, Napoli, Arezzo e Venezia. Un viaggio senza tempo né confini, in cui Depardon si pone continuamente domande, si mette alla prova e sperimenta; ripetendo come un mantra: «il fotografo è un essere pieno di dubbi. E niente lo calmerà». Proprio questa sua irrequietezza lo ha condotto dove oggi ha scelto di stabilirsi. In un luogo dove, sono parole sue, «il reale avrà sempre più valore del sensazionale».

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