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La FIFA vuole coprire tutti i loghi dei brand con cui non ha accordi commerciali negli stadi del Mondiale, ma di questi loghi ce ne sono troppi e non ci sta riuscendo E dove ci è riuscita ha ottenuto un discreto effetto comico, come nel caso del telo bianco messo a coprire il logo Levi's al Levi’s Stadium di Santa Clara.
Nel loro concerto a Bologna i Kneecap hanno fatto salire sul palco Jose Nivoi del Calp per parlare del blocco con cui i portuali vogliono fermare le armi dirette in Israele Il sindacalista e attivista del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali ha anche annunciato un grande sciopero internazionale per ottobre, «a sostegno del popolo palestinese. A sostegno del popolo libanese. A sostegno di Cuba. Contro gli oppressori e contro gli imperialisti».
Le maglie da calcio più desiderate di questi Mondiali costano soltanto 50 dollari, raccontano New York e sono un’idea di Mamdani Sono state disegnate da un'artista di Brooklyn e realizzate da una piccola azienda famigliare di Bed Stuy. Una risposta al costosissimo merchandise ufficiale del Mondiale.
Un regista ha deciso di distribuire il suo primo film esclusivamente in videocassetta per protestare contro l’AI È la prima volta che succede in 22 anni. Il film si intitola This is How the World Ends e lo ha diretto Robert dos Santos.
In Cina hanno cancellato più di 12 mila corsi di laurea perché l’AI li ha resi obsoleti I tagli si sono concentrati soprattutto (come sempre in questi casi) nelle arti e nelle discipline umanistiche, ma ce ne sono stati parecchi anche nelle lingue straniere e nella gestione aziendale.
Una ricerca ha dimostrato che andare in bici fa così bene a corpo e mente che dovrebbe rientrare nelle politiche di salute pubblica La ricerca comprende 87 studi da 19 Paesi e conferma che la bici è uno dei più efficaci strumenti per migliorare la qualità della vita in città.
È disponibile in streaming Free Party: A Folk History, uno dei più bei documentari di sempre sulla storia dei rave Presentato nel 2023, il film di Aaron Trinder racconta la nascita della scena rave britannica e soprattutto il leggendario festival di Castlemorton, uno dei più grandi rave di tutti i tempi.
Ci vorranno almeno sei mesi per rimuovere tutte le mine piazzate nello Stretto di Hormuz e riaprirlo davvero Ma prima bisogna capire se queste mine ci sono, perché l'Iran potrebbe come non potrebbe averle piazzate.

Radio Ramallah

26 Luglio 2011

Visto che, per una volta, mi trovo a scrivere di cose che hanno più a che fare con il passato che con il presente, prendo momentaneamente in prestito il formato di Cose Vecchie dal Mondo, rubrica di archeologia culturale di Cesare Alemanni. Puntualizzato questo, possiamo cominciare a parlare di Radio Ramallah.

Di cosa si tratta. Radio Ramallah era una stazione di radio giordana che, come suggerisce il nome, trasmetteva da Ramallah (oggi nei Territori palestinesi, e più nello specifico in Cisgiordania, aka West Bank) tra il 1948 e il 1967. Le date, avrete intuito, non sono casuali: Radio Ramallah ha cominciato a trasmettere quando, dopo la guerra del 1948, il Regno di Giordania si è impadronito della West Bank ed è stata chiusa dopo la Guerra dei Sei Giorni, quando gli israeliani hanno conquistato la stessa area. Ma quel che più conta, almeno ai fini di questo articolo, è che Radio Ramallah è stata la prima emittente del Medio Oriente, Israele incluso, a trasmettere musica occidentale. In particolare rock americano e i Beatles.

Cos’era Ieri. Nonostante fosse basata in Cisgiordania e il suo slogan fosse “l’emittente della Gerusalemme araba” (discrasia geografica giustificata dall’ideologia), Radio Ramallah ha avuto un ruolo fondamentale nell’educazione musicale dei giovani israeliani durante gli anni Sessanta. Perché, come in pochi forse sapranno, c’era un tempo in cui l’araba Giordania era molto più aperta ai decadenti costumi occidentali vicino israeliano. L’Israele degli anni Sessanta era molto diversa da quella che conosciamo oggi: stiamo parlando di un Paese dove il mito sionista-socialista del pioniere senza macchia la faceva (seppure ancora per poco) da padrone. Stiamo parlando di un Paese dove i Beatles sono stati costretti a cancellare un concerto nel 1965, perché si temeva che potessero “corrompere lo spirito della gioventù”. Stiamo parlando di un Paese dove l’orizzonte musicale offerto dalla radio di Stato era composto prevalentemente da canzoni sul genere agreste-patriottico.
Come avrebbe più tardi ricordato Yaakov Gilad, musicista e paroliere israeliano classe 1951: “Molti della mia generazione, negli anni Sessanta, avevano trovato in Radio Ramallah un’isola di sanità mentale, in un mare di canzoni in stile banda militare reclutati dalla radio israeliana. Canzoni che non possedevano nulla della rivoluzione culturale che stava travolgendo il mondo occidentale in quel periodo.”

Cos’è Oggi. Il revival di Radio Ramallah è cominciato negli anni Ottanta, quando gli ex ragazzi della generazione di Yaakov Gilad hanno cominciato ad avvertirne la nostalgia della gioventù lontana. Nel 1988 esce il singolo “Radio Ramallah” di Yehuda Poliker, cantautore israeliano di origine greca classe 1950 che ha molto collaborato con Gilad, una canzone che avrebbe fatto la storia della musica israeliana, tanto che nel 2008 hanno incluso un remix nella collezione Avodà Ivrit (“lavoro”, ma anche “laburismo”, ebraico) che commemorava i 60 anni dalla nascita di Israele (la grafica di copertina è tutta un programma).
Parentesi: strana creatura, Yehuda Poliker. Un tipo che riesce a spaziare, con fortune alterne, tra l’etnica greco/mediorientale, il rock melodico, delle tamarrate pazzesche, e la musica cantautoriale di tutto rispetto. Uno che può piacere ai burini della periferia a Sud di Tel Aviv tanto quanto a un mostro sacro della letteratura come David Grossman, che infatti lo cita, e se ben ricordo più di una volta, nel romanzo Qualcuno con cui Correre. Inspiegabilmente, nessuna delle canzoni di Poliker compare nella colonna sonora del film tratto dal romanzo – i produttori hanno preferito puntare sulla figura più giovane di Yuval Mendelson, classe 1981 e frontman dei Shaygetz (band il cui unico vanto consiste in una cover-sfottò di una celebre menata patriottica, a sua volta cover non-sfottò di un vecchio classico neworleanese di Steve Goodman) cui è stata assegnata la parte di un chitarrista tossicodipendente. Chiusa parentesi.
Tornando a Radio Ramallah, la nostalgia per l’antica emittente giordana che importò la musica occidentale nel Medio Oriente non si è esaurita con gli anni Ottanta. Nel 2007 un gruppo di ebrei sudafricani progressisti reduci dalla lotta anti-apartheid hanno aperto una Radio Ramallah per promuovere il dialogo tra israeliani e palestinesi: il nome un omaggio all’emittente giordana, il progetto ispirato all’esperienza di 702 Talk Radio, la stazione di Johannesburg che rappresentò una delle rarissime fonti di informazioni indipendenti durante gli anni del regime Afrikaner.
Radio Ramallah è anche il nome di un blog musicale israeliano (ahimé in ebraico) aperto poche settimane fa. “L’ho chiamato Radio Ramallah in omaggio alla stazione mitologica che trasmetteva dal vivo da Ramallah”, spiega l’autore Yonatan Canaan. “I suoi programmi offrivano una selezione di canzoni direttamente dagli Usa e dal Regno Unito in un periodo in cui quel tipo di musica non appariva su alcuna stazione israeliana. Ecco perché molti musicisti e fan israeliani l’adoravano.”
Ah, dimenticavo: complice la dimensione nostalgica e un’aura impegnata-ma-non-troppo-politica, il logo di Radio Ramallah è da un po’ di tempo comparso sulle T-shirt di qualche scenester ebreo americano. L’abbigliamento adatto per una passeggiata durante le vacanze estive a Neve Tzedek o Rothschild Boulevard (che ormai hanno soppiantato il quartiere di Shenkin nella scena di Tel Aviv).

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