Cultura | Letteratura

Rachel Cusk ha inventato il “romanzo della dispersione”

Onori conclude l'ambiziosa trilogia con cui la scrittrice inglese ha cercato di esplorare il ruolo delle storie nelle nostre vite.

di Clara Mazzoleni

Ora che Einaudi ha pubblicato anche il terzo volume, Onori, abbiamo completato la nostra piccola, preziosissima collezione di storie di uomini, donne, genitori, figli, animali domestici, case in cui ci è sembrato di entrare e paesaggi mozzafiato (non nel senso che sono stupendi, almeno non sempre, ma nel senso che sono in grado di suscitare forti emozioni, foss’anche perché squallidi e immensamente tristi, come l’albergo e il ristorante dove la protagonista Faye soggiorna e mangia insieme ad altri scrittori in occasione di un convegno in Germania, descritto in quest’ultimo libro). Dire che Rachel Cusk ha cambiato le regole del romanzo contemporaneo non è un’esagerazione: Resoconto (di cui avevamo parlato qui), Transiti e Onori sono esempi di un nuovo tipo di perfezione letteraria, belli fuori – soprattutto nella splendida edizione originale (c’è chi ha comprato tutti e tre i volumi dell’edizione Picador soltanto per averli in casa: io, ad esempio) – e dentro, anche se ognuno rispetta una sua legge misteriosa e individuale, il motivo per cui il primo si manifesta al lettore come un’apparizione prodigiosa, rapidissimo, fluido, luminoso, quasi pervaso da un senso di minaccia, estremamente avvincente, il secondo scorre già più lentamente, ed è decisamente più intimo, amaro e meditativo e il terzo appare ancora più disgregato, scomposto e, in un certo senso, lento e a tratti quasi difficile, complesso, impegnativo.

Questi tre libri sono importanti perché rimangono nella mente per molto tempo anche dopo che sono stati letti ed è una cosa strana per un libro, oggi. Che riesca ad entrare così subdolamente nei pensieri di tutti giorni, soprattutto considerando che questi tre romanzi non sono poi così “contemporanei” e tantomeno “quotidiani”, nel senso che sono popolati da persone che non hanno mai in mano un cellulare, non spendono neanche un instante sui i social network, non chattano e ragionano quasi sempre sulla loro vita, sulle loro storie personali e dinamiche famigliari, dando forma a conversazioni che nella realtà non sarebbero assolutamente plausibili (immagino una tavolata di scrittori che non si conoscono nella realtà: si parlerebbe di politica, film e serie tv, non certo dei propri genitori). Molte di queste conversazioni, che sono quasi dei monologhi, interrotti raramente dalle domande o dalle considerazioni della voce narrante (la protagonista, Faye, alter ego dell’autrice, ha figli maschi al posto di figlie femmine, ed è al suo secondo matrimonio, mentre di Rachel Cusk sappiamo che è al terzo), avvengono con sconosciuti incontrati per caso in aereo (come all’inizio del primo e del terzo libro: che scelta interessante, di far iniziare sia Resoconti che Onori con un vicino di posto che, in modo decisamente poco credibile, inizia a raccontare la sua storia), mentre la maggior parte delle conversazioni avvengono con persone che fanno parte del mondo dell’editoria, incontrate in occasione di corsi di scrittura creativa, residenze e incontri. Un personaggio, lo scrittore Ryan, compare nel primo libro e riappare, completamente cambiato, nel terzo.

Il metodo arbitrario con cui Cusk sembra aver selezionato storie e personaggi porta a riflettere sul modo in cui le ha scelte e organizzate, e sui significati profondi, sotterranei, di una tale disposizione. La sua bravura sta proprio nel saper orchestrare con stile impeccabile situazioni poco verosimili eppure, al tempo stesso, assolutamente banali, normali, in grado di ipnotizzare il lettore con la loro intensità emotiva e simbolica. Sono libri in cui non succede niente di particolare: ci sono le persone e i loro legami e i loro sentimenti (a volte ho pensato ai racconti di Raymond Carver, con le sue coppie amareggiate e le scene di vita quotidiana usate come dei simboli, tipo l’invasione di formiche in cucina – Cusk utilizza moltissimo i cani, se ne trovano diversi in queste storie, e ognuno ha un suo ruolo – ma in questi libri chi racconta contravviene del tutto alla legge carveriana «show don’t tell»: i personaggi descrivono senza problemi le loro emozioni, parlando chiaramente di depressione, invidia, felicità, amore, delusione, ecc., chiamando le emozioni con il loro nome. Come sottolinea Cusk stessa in diverse interviste, i romanzi della trilogia si interrogano sulla sofferenza come valore, ma anche sulla scrittura, o meglio, sul bisogno che abbiamo di raccontare, di fare un resoconto, appunto, per capire dove siamo andati e dove stiamo andando, e se da questo viaggio abbiamo imparato o ottenuto qualcosa. Anche se privi di social network, i libri di Cusk soddisfano la necessità umana che sta alla base di Facebook: conoscere la vita degli altri, esplorarla, immaginarla, e poi ragionare sulla nostra personale esistenza – quello che ci è capitato, le scelte che abbiamo fatto, le persone importanti per noi – mettendola in confronto con le altre.

Nella trilogia di Cusk la mancanza di trama non coincide con un flusso di pensieri e ricordi soggettivi, intervallati da considerazioni saggistiche – così ci avevano abituato – ma con una quasi totale rinuncia alla propria visione personale delle cose. Più che parlare o pensare, Faye ascolta, e riporta tutto senza giudicare. In questo modo la sua percezione (e quella del lettore) diventa prismatica, e le sue esperienze trovano il loro posto tra le altre esperienze, così, chiudendo i libri, ci si ritrova con la sensazione perfettamente descritta da Jeffrey Eugenides Jeffrey quando dice: «Chiusa l’ultima pagina, hai la sensazione che qualcuno ti abbia rivelato la verità raccontando tutto e niente al tempo stesso».

Mi è capitato di ricordare una storia raccontata da uno dei personaggi di Cusk pensando che me l’avesse confidata qualcuno che conosco. Ho passato diversi minuti a cercare di ricordare chi fosse. Poi, cercando nella mia memoria quell’aneddoto, mi sono improvvisamente accorta che proveniva da Transiti. Sono storie capaci di penetrare nella vita di chiunque, a prescindere dalle dall’età e dal sesso. Molte sono semplici, compiute e potenti come delle parabole, altre sono strane, enigmatiche, e forse proprio per questo risultano ancora più intense, allarmanti. Se chiamiamo certi libri “romanzi di formazione”, potremmo dire che la trilogia di Cusk è un lungo “romanzo di dispersione”. Una dispersione che invece di disgregare il sé lo amplifica e lo aumenta, e risponde suggerendo una via che si discosta dalla costruzione di un’identità specifica, ma indica invece la possibilità di immergersi – quasi con sollievo, come in un bagno caldo – tra le storie degli altri, riconoscersi persona tra le altre persone. Il risultato è una raccolta di libri che valgono molto di più della somma delle tre parti che li compongono.

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