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Come trasformare la procrastinazione in letteratura

Elogio e lamento sull'incapacità di portare a termine le cose a partire da Per pura rabbia di Geoff Dyer, un libro che dovrebbe parlare di un saggio su D. H. Lawrence ma in realtà esplora i contorti meccanismi della scrittura e della vita di chi scrive.

26 Agosto 2021

«Se fossi un estraneo intento ad osservare me e l’andamento della mia vita, dovrei dire che tutto finirà nel nulla, consumato in dubbi incessanti, creativo soltanto nel torturare me stesso. Ma, da interessato, nutro speranza».

Getto subito la maschera. Sono uno studioso, e quindi, stando a quando dice Geoff Dyer, l’ultima persona a dover parlare di letteratura. Nel senso che dovrei fare altro. I saggi accademici contribuiscono alla morte della poesia. Difficile dargli torto. Però dire che sono uno studioso – sebbene così io mi definisca con i membri della mia famiglia – è una parola grossa. Diciamo che godo di una retribuzione – una borsa di studio post-laurea – per portare a termine il mio progetto di ricerca, di irrilevante importanza (ricerca, una parola odiosa). Come tutti coloro che continuano a studiare dopo la laurea e non sono studiosi a tutti gli effetti (non hanno cioè un contratto di ricerca a tempo indeterminato), soffro della sindrome dell’impostore, trovo cioè semplicemente assurda l’idea che una piccolissima percentuale dei soldi dei contribuenti sia diretta alle mie tasche. Per far fronte a questa sindrome ho impiegato il mio primo anno di dottorato a studiare fino a 16 ore al giorno acutissimi ed eruditi trattati rinascimentali di poetica, periodo che mi è valso un esaurimento nervoso che credo di non aver ancora superato. Da quel momento in poi la mia vita è consistita soprattutto nel bivaccare (una bella parola), passando intere giornate a leggere romanzi e saggi che nulla avevano di attinente con il mio progetto di ricerca. Mi sono iscritto in palestra, ma non ci sono mai andato. Ho tenuto lezioni online su Ludovico Ariosto. E intanto non ha mai smesso di pensare al mio primo romanzo. Non a scriverlo, ma proprio a pensarlo: a come potesse essere, di che potesse parlare, che stile avrei usato per scriverlo etc. Ma appena procedevo dal pensiero a qualcosa che poteva essere definito come una struttura, una cornice o semplicemente il tono della voce narrante, il passaggio a livello della creatività veniva immediatamente sbarrato dai miei doveri accademici, dai remainder della mail istituzionale dell’università da cui venivo pur sempre pagato – e il pensiero della mia tesi sui trattati di poetica del secondo Cinquecento italiano scalzava il pensiero del mio primo romanzo (il libro che mi avrebbe fatto uscire dall’anonimato e che mi avrebbe permesso di smettere di studiare). Il che non significava rimettermi a studiare (avevo un esaurimento nervoso, il mio psichiatra mi sconsigliava di affaticarmi) ma continuare a fare letture confuse: il teatro di Thomas Bernhard, un saggio sul Kitsch, i manifesti del dadaismo, un libro di Vittorio Gallese sulla nascita dell’intersoggettività nei bambini, e così via.

In Cemento, romanzo di Thomas Bernhard, Rudolf, il protagonista, mette da parte tutti gli studi e tutti «gli scritti pensabili» sul compositore tedesco Mendelssohn Bartholdy con l’idea di redigere un saggio inappuntabile. Il libro è una cronaca meravigliosa dell’autodistruzione di Rudolf e dell’impossibilità di portare a termine il saggio. Non a caso Bernhard è uno dei numi tutelari di Per pura rabbia, l’ennesimo libro alieno di Geoff Dyer (originariamente pubblicato nel 1997, il libro è stato per la prima volta tradotto in italiano da Katia Bagnoli e pubblicato da il Saggiatore), non romanzo, non saggio, non un memoir, forse semplicemente un pezzo di prosa. L’azione inizia a Parigi. Dyer vuole iniziare a scrivere un’opera sobria e accademica su D. H. Lawrence, suo scrittore prediletto, ma al contempo è alle prese con la stesura di un romanzo. In breve, non riesce a fare nessuna delle due cose. Vuole lasciare Parigi, a cui dà la colpa della propria immobilità. Non la lascia. La lascia. Va a Roma dalla propria compagna. Fa caldo, non riesce a scrivere. Va in Grecia, ad Alonissos. Non sa che libri portarsi per iniziare il suo studio su Lawrence (il ponderoso volume delle poesie complete o la flessibile antologia Penguin? Che differenza c’è tra leggere una raccolta organica, diciamo d’autore, di poesie o una selezione fatta da terzi? Questo è il tipo di questione che Dyer si pone continuamente nel corso delle pagine). Arriva ad Alonissos (ha scelto le poesie complete). Il posto è un incanto, ma non riesce a scrivere…

Per pura rabbia è un libro sulla procrastinazione e sulle circostanze della scrittura, e per questo ha un ritmo “procrastinante”. In un certo senso, è come se non iniziasse mai veramente. Si parla di D. H. Lawrence, sì, ma a intermittenza. Dyer a un certo punto ammette che l’unico modo per scrivere un saggio su Lawrence è leggere l’epistolario di Rainer Maria Rilke. E così a volte non si capisce bene se il libro tratti di Rilke o di Lawrence – o della passione di Dyer per i cornetti integrali. Per pura rabbia non smette di parlare per un attimo del suo autore: gran parte delle pagine sono riempite da digressioni memorabili ed esaltanti, da giudizi idiosincratici, da tirate esilaranti (come quelle contro il turismo di massa o la scrittura accademica) di un uomo sempre più esaurito.

Piano piano la narrazione si trasforma in una sorta di patografia. Dyer scrive di sé, appunto, dei suoi malanni, dei suoi acciacchi, della sua depressione, partendo dalla ricerca su Lawrence, che è, metaforicamente, una ricerca della salute e della guarigione. Dyer estenua il movimento in tondo del convalescente verso la convalescenza. Come già appurato da Freud in Analisi terminabile e interminabile, da Zeno Cosini e da BoJack Horseman, la salute non esiste. Non si guarisce mai davvero, o meglio, la guarigione è un processo euristico, un venire a conoscenza dei propri disturbi e un trasformarli in una storia. Per quanto ne annunci il fallimento, Dyer scrive infine il suo saggio su Lawrence, che è il libro che stiamo leggendo, il reportage di come egli non sia riuscito nemmeno ad iniziare il suo sobrio saggio ideale (il suo ideale di salute), ma a portarne a termine uno paradossale, digressivo, metanarrativo e autoreferenziale, schizzando in qualche modo un ritratto della propria vita, quella di un uomo che, come molti, anela al meglio ma lo intralcia, che vuole guarire ma non fa altro che prendere decisioni nocive per la propria salute, rammaricandosene, ma non cambiando mai.

Dyer può vivere unicamente in una condizione di perenne virtualità, in ballo tra due desideri opposti ugualmente distanti da un presente che non riesce a vivere. In poche parole: il contrario della saggezza

Come D. H. Lawrence ebbe una vita particolarmente nomadica e priva di radici, gironzolando per i quattro angoli del mondo, così in Per pura rabbia seguiamo Dyer fare la spola tra diversi luoghi, alcuni legati alla sua vita privata (Parigi, Roma, Oxford, Alonissos), altri a quella di Lawrence (Eastwood, Taormina, Oaxaca, Taos). Il libro è, tra le altre cose, un incredibile libro di viaggio, un libro sul viaggio e sul viaggiare, in cui osserviamo Dyer fallire miserabilmente quelli che volta per volta sono i suoi obiettivi: concentrarsi, riuscire a scrivere il proprio saggio, fare un’esperienza profonda di Lawrence (ma potremmo dire: fare un’esperienza profonda di qualsiasi cosa), o semplicemente desiderare di non spostarsi più. È un meccanismo comicamente leopardiano: Dyer desidera qualcosa solo per veder frustrato il proprio desiderio, o, in alternativa, appena arriva vicino ad ottenerlo, il desiderio smette di interessarlo come credeva fino a un attimo prima; Dyer può vivere unicamente in una condizione di perenne virtualità, in ballo tra due desideri opposti ugualmente distanti da un presente che non riesce a vivere. In poche parole: il contrario della saggezza.

Per pura rabbia non ha la luminescenza sorgiva del Proust di Beckett, né tantomeno l’accuratezza poliziesca dei saggi letterari di Nabokov o di S/Z di Barthes (sono i primi libri che mi vengono in mente, la pura intelligenza ricettiva al servizio della letteratura). Dyer non ci dice niente di rilevante intorno a Lawrence (e quindi, potete benissimo leggere questo libro senza avere mai letto Lawrence). Ma mette in scena una sorta di dramma dello scrittore alle prese con la problematicità dei semplici atti di leggere e scrivere, uno scrittore alla perenne ricerca di un metodo di lavoro (un metodo che, una volta trovato, sarà tradito, rimpiazzato da un nuovo metodo o da un’assenza di metodo a sua volta tradita, e così via), di una routine, di una disciplina, nell’animata speranza di non cadere in pezzi. Noi lettori abbiamo l’illusione di essere proiettati nella mente dello scrittore mentre percepisce ed elabora informazioni di diverso tipo e al contempo trasforma questo processo di elaborazione in letteratura vera e propria: come assistere al solidificarsi dell’acqua in ghiaccio.

Per pura rabbia non è tanto un libro quanto il dorso di un libro, un eterno backstage, un film fatto solo di contenuti extra, un dolce fatto di sola glassa. La prosa si spoglia di qualsiasi intento referenziale che non sia il processo della sua composizione («il processo della scrittura nel suo accadere»), e così facendo mette in discussione il concetto stesso di romanzesco: «Lawrence è nella sua forma migliore quando registra gli umori e le impressioni passeggeri senza cercare di collocarli all’interno di una qualche struttura, foss’anche quella artistica del romanzo»; «Se questo libro aspira alla condizione di una serie di annotazioni, ciò dipende dal fatto che per me la prosa di Lawrence diventa tanto più bella quanto più si avvicina all’annotazione»; «È forse possibile che la mia personale preferenza per gli appunti e le lettere degli scrittori – non solo Lawrence – faccia parte di un generale storico allontanamento dal romanzo? […] Ci si stanca così tanto a veder trasformati in romanzo le sensazioni e i pensieri degli autori, intrappolati nel cemento della fiction, che forse sarebbe meglio evitare il romanzo come mezzo d’espressione».

Perciò anche se la nostra vita è un susseguirsi di procrastinazioni, idiosincrasie, fallimenti e disperazioni, sono queste delusioni e questi limiti a formare la nostra vita, il nostro libro su D. H. Lawrence

Non credo che Dyer abbia mai letto Leopardi. Anni fa ho redatto una tesi di laurea sulla fortuna di Leopardi in Inghilterra e il nome di Dyer non è uscito da nessuna parte (quello di Beckett sì, proprio nel già citato saggio su Proust). Alla fine la morale che ci propone Per pura rabbia è una morale negativa, ma pur sempre una morale. Siamo costellati dal nulla, brandelli di nulla inquadrati nel nulla. Desiderare è una pena. Il piacere è direttamente proporzionale allo stress e all’angoscia che ci portano ad ottenerlo, e la consapevolezza della sua transitorietà di fatto lo annulla. Tuttavia rinunciare a vivere richiede uno sforzo troppo estremo. Perciò, anche se la nostra vita è un susseguirsi di procrastinazioni, idiosincrasie, fallimenti e disperazioni, sono queste delusioni e questi limiti a formare la nostra vita, il nostro libro su D. H. Lawrence. Secondo Leopardi, seppure tutto è niente, ci sono dei momenti in cui quel niente lo sentiamo, riusciamo cioè ad astrarci dalla tautologia della noia (non provare niente nei confronti del niente), e ci interessiamo al niente, ad esempio quando leggiamo certi libri o guardiamo certe opere d’arte. Ugualmente Dyer, parlando della depressione che lo ha colpito al ritorno da Oaxaca, scrive: «E poi questa depressione generò la propria scintilla di guarigione. Mi interessai alla depressione». Una frase che mi sembra improvvisamente spiegare anche il funzionamento di tutto Per pura rabbia. Perché «In un modo o nell’altro, tutti dobbiamo scrivere il nostro saggio su D. H. Lawrence. Anche se non verrà mai pubblicato, se non lo termineremo mai, anche se tutto quel che ci rimane dopo anni e anni di sforzi è un’incompleta e incompletabile testimonianza di come non abbiamo realizzato le nostre precedenti ambizioni, dobbiamo ancora provare a fare qualche progresso con il nostro libro su D. H. Lawrence».

Arrivati a questo punto avrete insomma capito perché mi è tanto piaciuto questo libro. Inizialmente ho creduto che trattasse della mia personale condizione (tesi o romanzo?), rispecchiandola in un gioco metaletterario non privo di un certo compiacimento e con cui avrei potuto intrattenere gli amici al bar. Alla fine le questioni che Per pura rabbia affronta mi sembrano invece molto più ampie, e tutte riducibili a una serie di domande irrisolvibili: come riuscire ad essere sé stessi? Esiste davvero, da qualche parte, un me stesso autentico, che possa essere definito come tale? Probabilmente no? E allora come faccio a decidere tra ciò che per me è giusto e sbagliato? Quale astro guida le mie idiosincrasie? La disciplina è solo una forma di dipendenza come le altre che mi attrae solo quando sto male? E, infine, è forse proprio questa serie di domande che mi pongo a definirmi per quello che sono, ossia un essere umano come tanti, ma anche diverso da tanti?

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