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17:37 sabato 15 agosto 2026
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.

Prima gli umani, poi gli smartwatch

Riportare le persone al centro della tecnologia, nell'era delle tecnologie indossabili. Una manager tedesca, Louisa Heinrich, ha fondato un’agenzia di consulenza che si occupa proprio di questo. Sarà nostra ospite a Studio in Triennale.

23 Novembre 2014

Domenica 23 dalle 16.30 a Studio in Triennale, avremo ospite Louisa Heinrich, fondatrice di Superhuman, a cui poco dopo si aggiungeranno l’editorialista de La Stampa Gianni RiottaLuigi Migliaccio, capo della divisione IT Managed Services di Ericsson e la deputata del Partito democratico Anna Ascani. Tratteremo di come l’innovazione tecnologica, la digitalizzazione e il discorso intorno ai Big data stanno cambiando il mondo della scuola, del lavoro e delle aziende.
Qui vi presentiamo Superhuman.

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Sì, ma perché?

È una domanda che ci poniamo sempre più spesso ascoltando le nuove proposte di giganti come Apple e Samsung: “Sì, ma perché?”. Non è una critica tout court quanto l’ammissione di una certa confusione nel rapporto tra gli utenti – i potenziali acquirenti – e prodotti come gli smartwatch e Google Glass, incantevoli dispositivi facciali o da polso con una miriade di nuove potenzialità – il nuovo Apple Watch mostra l’allineamento dei pianeti nel nostro sistema solare – tutte bellissime per quanto non utili, in grado di risvegliare solo a metà quell’istinto da compra-subito di cui Cupertino è alchimista infallibile. La foga dell’acquisto sorge senza raggiungere lo zenit, bloccata da un interrogativo critico e inaspettato: Sì, ma perché?

E: a che serve?

Dilemmi che hanno accompagnato anche l’uscita di iPod, iPhone e iPad ma che furono presto piegati da nuove necessità create da quegli stessi dispositivi in un circolo virtuoso di domanda e offerta che ha reso Apple, Google e Samsung le superpotenze che conosciamo. E allora cos’è andato storto? Cosa ci ha reso d’improvviso scettici?

Attorno al computer – questa la profezia di Jobs – si sarebbero affollati sempre più oggetti – macchine fotografiche, lettori mp3 – che dovevano relazionarsi al meglio con l’hub principale, il Mac.

Tutto è cominciato con il concetto di digital hub su cui Steve Jobs fondò la resurrezione di Apple al suo ritorno nella società del 1997. Attorno al computer – questa la profezia di Jobs – si sarebbero affollati sempre più oggetti – macchine fotografiche, lettori mp3 – che dovevano relazionarsi al meglio con l’hub principale, il Mac. L’idea portò all’inevitabile discesa in campo dell’azienda nel settore dei gadget con l’iPod, tagliando il nastro a una nuova era di computerini tascabili orbitanti attorno al computer di casa. Ora, a quanto pare, è il turno dei wearables, gli indossabili, dispositivi per cui le tasche dei pantaloni non bastano, vogliono uscire, circondarci, vogliono farsi indossare.

Sì, ma perché?

Louisa Heinrich se lo chiede spesso. Designer ed esperta di nuove tecnologie, la tedesca è stata executive per la Bbc, ha lavorato per molte aziende e start up finendo per fondare Superhuman Limited, società di consulenza che aiuta aziende e istituzioni a «pianificare strategie, prodotti, servizi usando la tecnologia individuale per migliorare le nostre vite, dare un contributo positivo alla società e ottenere risultati commerciali». In una parola, trovare una risposta chiara all’interrogativo di cui sopra: Sì, ma perché? Anzi, non proprio, perché secondo Heinrich ricorrere a tale domanda significa essere già prossimi al fallimento: il suo lavoro, possiamo dire, è innovare nel campo tecnologico senza che tale domanda debba essere posta. Per riuscirci, bisogna andare cauti e ricordare una banalità preziosa che val la pena di ripetere: la tecnologia serve agli umani.

Superhuman è un’agenzia di consulenza, quindi, ma anche una filosofia: «È basata sull’idea secondo cui la tecnologia è in grado di darci dei superpoteri ma solo se la usiamo in modo saggio. Cioè pensando innanzitutto alle persone». Il futuro – mai così a portata di mano come in questi anni – può sorriderci solo se ci ricordiamo di quello che potremmo definire il dettaglio umano, ovvero la nostra presenza e importanza: gli umani producono, scrivono gli algoritmi, gli umani li giudicano, gli umani li usano, gli umani comprano macchine e oggetti. Un’ovvietà, come detto, ma anche una rivoluzione copernicana in un settore predisposto alla bolla finanziaria, in cui a qualcuno è sembrata una buona idea far progettare uno smartwatch a Will.i.am. (si chiama Puls, è stato presentato a inizio novembre).

Superhuman è un’agenzia di consulenza, quindi, ma anche una filosofia: «È basata sull’idea secondo cui la tecnologia è in grado di darci dei superpoteri ma solo se la usiamo in modo saggio. Cioè pensando innanzitutto alle persone».

Nell’ultima edizione di Next di Berlino – giro d’incontri dedicato al futuro e alla tecnologia – ha illustrato la sua «filosofia» parlando dell’Internet of things, che connetterà al web sempre più oggetti, dal termostato di casa al tostapane: immaginate di avere caffettiera, un vaso con dentro un ficus, tapparelle e termostato di casa connessi a Internet; come si comporterebbero una situazione inusuale? Il ficus potrebbe avere bisogno di luce solare ma le condizioni meteo potrebbero suggerire alle tapparelle di chiudersi, influenzate anche dal termostato che potrebbe posticipare anche la bollitura del caffè. Un casino – perché in questo scenario le macchine verrebbero lasciate a se stesse da degli umani troppo pigri o ottimisti. Gli umani servono e serviranno sempre di più.

Nell’immagine in evidenza: Tim Cook presenta l’Apple Watch. 9 settembre 2014 (Justin Sullivan/Getty Images)

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