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Il governo sudafricano ha dovuto ritirare la sua proposta di legge sull’AI perché si è scoperto che è stata scritta con l’AI In particolare, si è scoperto che l'AI si era inventata di sana pianta tutta la bibliografia alla base del testo di legge.
Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
Mentre faceva uscire il nuovo singolo, preparava un tour continentale e invitava a boicottare l’Eurovision, Robert Del Naja dei Massive Attack ha trovato anche il tempo di farsi arrestare a una manifestazione pro Palestina Stava manifestando a Trafalgar Square esponendo un cartello con su scritto «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action».

Raccontare il mondo criminale, senza pregiudizi

Intervista a Pouria Khojastehpay, fondatore della casa editrice 550BC, progetto che racconta detenuti californiani, sicari messicani e ribelli siriani mescolando giornalismo, fotografia, arti visive e lavoro d’archivio.

19 Aprile 2022

550BC è un progetto editoriale iniziato da Pouria Khojastehpay, artista olandese di origini iraniane, nel 2018. È una casa editrice indipendente che racconta il mondo criminale con una visione transnazionale, lontana dall’immaginario da gangster movie hollywoodiano. Il suo approccio alla materia è unico e mescola giornalismo, fotografia, arti visive, pratiche d’archivio. Il racconto è sempre in prima persona, quell’universo è osservato attraverso gli occhi dei suoi protagonisti, senza intermediazione e senza giudizio («Live from the belly of the beast», si legge nella sezione info del sito). Khojastehpay ha costruito così un progetto unico, capace di dare una prospettiva nuova a temi di narrative preconfezionate. Lo abbiamo intervistato e lui ci ha raccontato come nascono i suoi libri e le sue fanzine, da dove arriva il suo approccio alla materia, e cosa gli piace di Roberto Saviano.

Sei originario dell’Iran: io sarò lì il mese prossimo. Cosa mi consiglieresti di vedere?
Io sono nato a Shiraz, dovresti andare alla tomba di Hafez, un poeta, le sue opere sono considerate da molti iraniani come l’apice della loro letteratura. E la tomba di Ciro a Pasargade vicino a Shiraz. Il nome di 550BC deriva da Ciro il Grande. Il padre fondatore dell’Iran e del primo impero persiano (gli Achemenidi).

Non parlo dell’Iran a caso, ma perché hai iniziato il tuo lavoro editoriale dall’Iran con Crime Wave Tehran. Perché ti è venuta l’idea di creare un tuo spazio? Hai sentito che non c’era una narrazione adeguata su questi temi?
Sì, non c’era nessun libro sulla criminalità organizzata iraniana, a parte alcuni articoli di cronaca generale su persone che venivano arrestate, ed era un argomento abbastanza sconosciuto anche al popolo iraniano stesso. Io stavo collezionando molti libri sull’Iran e questo argomento mancava. Ho avuto un contatto in quel mondo nel 2016, prima di fondare 550BC, gli ho scritto e mi ha inviato foto, informazioni, contenuti e da lì sono andato avanti. E poi ho unito questi contenuti con gli archivi dei media iraniani, da notizie, giornali e filmati, e ho creato una storia assemblando filmati d’archivio e le foto che ho ottenuto direttamente dai gangster iraniani.

Penso che 550BC si trovi in ​​mezzo a una serie di campi: giornalismo, fotografia e arti visive. Come descriveresti il tuo approccio?
A essere sincero, io ho iniziato con un libro sull’Iran, e poi l’ho capito strada facendo. Dopo Crime Wave Tehran ricevevo altre foto da gangster iraniani, e il loro feedback era davvero buono. Nel mentre avevo anche ricevuto un paio di foto da alcuni Crips [una celebre gang californiana, ndr] incarcerati nel 2017, in una prigione della California, che avevano lo stesso tipo di stile: stavano scattando foto di sé stessi e me le inviavano oppure le mettevano online. Ecco da dove nasce sostanzialmente il mio marchio di fabbrica: foto realizzate direttamente dal soggetto, sulle quali noi poi lavoriamo. Realizzo questi libri direttamente con i soggetti perché sono stanchi delle narrazioni di altre persone su di loro e vogliono il loro spazio. Quindi mostro [al pubblico, ndr] le loro foto intatte, così come loro scelgono di essere ritratti. Preferisco lavorare direttamente con i soggetti per mostrare una prospettiva in prima persona, che non si vede con la fotografia documentaristica tradizionale. Il mio lavoro è spesso descritto come “criminologia visiva” e coinvolge ricerche antropologiche ed etnografiche. In entrambi i casi, le posizioni sono partecipative ma anche osservanti e non invadenti.

Perché questi Crips hanno contattato proprio te? Come mai avevi questo contatto privilegiato con loro?
L’Instagram di 550BC era originariamente una pagina della mia collezione di libri e di lavori di fotografi che conoscevo. Una sorta di comunità. Io condividevo molte fotografie di gang californiane ma anche polaroid vintage scattate nelle prigioni californiane duranti gli anni Ottanta e Novanta. Questo, apparentemente, ha acceso il loro interesse nei miei confronti e hanno iniziato a seguire 550BC mentre erano in prigione. Perciò hanno iniziato a mandarci le loro foto. Non è una storia così entusiasmante. In qualche modo mi hanno trovato, hanno capito che capivo il loro stile di vita, e che li avrei accettati. Avevano ragione. Così nel 2019 è nato Crowbar Hotel.

Il tema della raccolta del materiale fotografico è centrale nel tuo modo di lavorare. Penso ad esempio alla zine Fat Tony o a 9MM/OPP, due video da cui sono stati estratti dei fotogrammi per essere utilizzati nella zine.
Quando lavori con i contenuti trovati o inviati, spesso hai molti limiti. A volte un video può mostrare più di una foto. Ad esempio, quando i detenuti di Crowbar Hotel si allenano, si filmano. Per includerlo in un libro, devi trovare le foto giuste. Quel fotogramma nitido in un video di scarsa qualità può mostrare esattamente cosa sta succedendo in quel video, una volta stampato. Inoltre, volevo avere questi video sulla mia libreria, così ho trovato un modo per archiviare un video in formato cartaceo e presentare le foto come singoli scatti. Ho iniziato con Fat Tony, ma in realtà di ogni libro che realizzo ho una sezione video o immagini fisse. È diventato parte del mio modus operandi.

A proposito di 9MM/OPP, il video ti è arrivato direttamente dal carcere?
No, il video è vecchio di nove anni. È diventato virale nel 2013 su WorldStar HipHop e alcuni gruppi di Facebook. Mi sono ricordato quest’anno che esisteva, e quanto fosse pazzo. Tredici minuti di persone che si fanno di cocaina, giocano a dadi e mostrano una pistola carica da 9mm introdotta di nascosto nella cella della prigione – che è diventato il momento clou, e il focus di questa pubblicazione. Il video era così folle e selvaggio, irreale. Era un peccato perderlo, quindi l’ho resuscitato e l’ho stampato in una rivista. Il video è di una qualità così scadente che sembra dipinto, ma quando si preme pausa e si seleziona un fotogramma, gli si dà un significato completamente nuovo. A un certo punto c’è un frame di un detenuto con un ago in un braccio, e quando l’ago entra c’è del sangue che esce, e sembra brillare. O il ragazzo che si fa di cocaina sulla Bibbia. Questi frame sono immagini a sé stanti, come un primo piano in un dipinto.

Uno screenshot da 9MM/OPP

Quel libro sembrava un secondo episodio di Crowbar Hotel.
Siamo tornati in una prigione americana, sì, ma in un modo diverso. È il secondo libro sugli Stati Uniti in generale, anche se è una realtà di cui non mi interessa trattare molto. 

Come mai?
È un tema completamente coperto, è stato trattato in tanti film e libri fotografici: penso che il crimine transnazionale europeo sia molto più interessante, con i suoi collegamenti dall’America Latina attraverso l’Africa e fino all’Europa, la distribuzione e i network successivi.

Come selezioni i progetti? Come fai a decidere se un argomento fa per te?
Controllo se l’argomento è stato trattato in modo ampio e stratificato o meno da un fotografo o un regista, o se ho un contatto diretto. Per esempio, se un fotografo che è stato in Brasile mi contatta e mi dice «Ho scattato queste foto e voglio che tu le pubblichi», non sono interessato. Sono più interessato a un membro di una gang brasiliana che mi scrive e dice «Ho fatto queste foto, ne posso scattare di più e i miei amici possono farne altre ancora». Lavoro con persone che vivono in queste situazioni e possono fornire contenuti.

È questo il modo in cui sei entrato in contatto con Sakir Khader?
No, Sakir è uno dei miei migliori amici, è un fotografo e un regista. In realtà è il primo con cui realizzo un libro fatto da un fotografo tradizionale, che si è recato in una location e ha scattato le foto con la sua macchina fotografica. Tutti gli altri libri sono fatti direttamente con le persone di cui parliamo. Sakir ha stretti rapporti con tutti i protagonisti dei temi che tratta, quindi rispetto molto il suo lavoro. Altri fotografi documentaristi visitano una zona di conflitto come se fossero dei turisti e non si voltano mai indietro. Sakir lavora in modo diverso.

Quando l’ho visto sono rimasto davvero sorpreso, ho pensato «Come puoi raccontare la guerra siriana senza essere didascalico?». È davvero interessante vedere un altro punto di vista.
È per superare il pregiudizio e lo stereotipo di questa guerra. Il libro offre uno sguardo intimo su questi giovani combattenti, che vagano per le rovine siriane da anni, in una guerra che non è più rilevante per il pubblico in generale, o per i media. E, in ogni caso, questi ragazzi non sono terroristi, sono ribelli.

In che modo è diverso l’approccio tra un libro come Martyrs’ Brigade e la zine 9MM/OPP?
Sono due media diversi, uno è un vero e proprio libro, un reportage, su un conflitto che si copre da un luogo. Uno è realizzato da un fotografo, e l’altro è registrato dal soggetto stesso. 9MM/OPP è più un progetto 550BC perché è realizzato attraverso gli occhi del soggetto, da una prospettiva in prima persona. Martyrs’ Brigade è realizzata dal punto di vista di un fotografo: è più tradizionale nel documentare un conflitto o un evento. Ho in programma più libri con Sakir e altri libri realizzati da diversi fotografi, l’azienda sta crescendo e tratteremo di più questo tipo di pubblicazioni, ma il mio tipo di lavoro personale e originale continuerà comunque.

Parli sempre di storie borderline legate al mondo sotterraneo e criminale. Metti da parte il tuo giudizio quando tratti un argomento?
Sì, non giudico mai. Non assolvo, ci sono modi di vivere migliori, ma per alcune persone questa è la realtà. È quello che è, non sono un attivista, non è mia responsabilità mostrare soluzioni o creare alternative. Non glorifico né critico. Lo mostro così com’è, lo tengo intatto, mostro quello che fanno, che a volte è brutto, davvero brutto, ma cerco di mostrare perché lo fanno. Nel libro della favela, vedi cadaveri e membri di una gang uccisi. Prima vedi belle foto con i bambini che indossano Lacoste e alla fine vedi il corpo adagiato a terra coperto di sangue. Molte persone pensano che io approvi o glorifichi. Ma c’è una profonda ricerca dietro i libri, che puoi leggere nei saggi. Non li giudico, conosco persone del mio ambiente che provengono da questo mondo, ho una buona chimica con questo tipo di uomini e funziona tutto in modo naturale, quindi i progetti si sviluppano in modo organico. Quando le persone mi mandano messaggi su Instagram, iniziamo a parlare, ed è da lì che arrivano i nuovi libri.

So che sei un fan di Roberto Saviano. Cosa ti piace di lui?
Mi piacciono i suoi lavori, ho letto Gomorra e ZeroZeroZero. Mi hanno influenzato molto. Mi piace il modo in cui racconta, le sue storie, ho letto questi due libri e ho visto il film La paranza dei bambini. Molte persone, quando guardano se serie poliziesche, guardano le narrazioni americane sulla mafia. Lui è stato uno dei primi a raggiungere un pubblico globale parlando di cosa accade in Europa e della criminalità transnazionale. Il suo lavoro è sicuramente una delle mie influenze.

Saviano una volta disse: «Non sento sminuire il mio lavoro, se a volte spingo su una dinamica che può apparire didascalica, perché le storie che racconto sono talmente forti e incredibili». È qualcosa che si adatta al tuo lavoro.
Forse, non lo so, dovresti dirmelo tu.

Martyrs Brigade

Per quanto riguarda il modo in cui progetti un ​​tuo libro, OXY-ACE & RS6 mi ha impressionato, è esattamente come un qualsiasi catalogo di prodotti, però riguarda oggetti e veicoli utilizzati nei raid ATM.
Inizialmente stavo pensando di fare una maglietta su questa banda criminale olandese. Mentre raccoglievo i filmati, ho visto tutti i prodotti sui video delle telecamere a circuito chiuso e sul rapporto della polizia – quando li hanno confiscati. Stavo guardando tutti questi prodotti e mi è venuto in mente di creare un catalogo con tutto questo materiale, come fare un raid ATM. Tutte le informazioni sono reperibili, io le ho solo analizzate e raccolte.

Tornando a una cosa che hai detto prima, pensi che siamo stanchi dell’estetica americana?
Ci sono ancora storie abbastanza buone, argomenti ancora rilevanti, ma a causa dei film di Hollywood stanno diventando noiose. Ad esempio, la cocaina è molto più interessante in Europa e in Australia che negli Stati Uniti. Tutti i cartelli della droga vogliono il mercato europeo, non più quello americano. Tutti conoscono queste gang negli Stati Uniti, ma c’è un mondo intero di cui parlare, ecco perché mi piace il lavoro che Roberto Saviano ha fatto con la Camorra.

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