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A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».

Tutto quello che so sull’horror me l’hanno insegnato i Piccoli brividi

Sono appena usciti due nuovi capitoli della serie di R. L. Stine, una saga che tra libri, serie tv e film è diventata un cult degli anni Novanta.

31 Ottobre 2024

Fosse per me, scriverei solo degli anni Novanta. Di quando le soprese degli ovetti Kinder si illuminavano al buio, di quando i film si potevano noleggiare dal vivo, di quando si andava a caccia di Pokémon sul Game Boy, di quando per prepararsi al mondo dei grandi, alla vita adulta, così lontana ma così vicina, si leggevano i Piccoli Brividi. Che poi, a dirla tutta, il titolo originale è Goosebumps, letteralmente “pelle d’oca”, quella che i lettori (di un’età compresa tra i 10 e 14 anni) avrebbero avuto leggendo queste piccole grandi storie scritte da R. L. Stine, il secondo scrittore americano horror più letto al mondo dopo Stephen King, che dal 1992, da quando sono usciti i primi libri della serie, ha venduto circa cinquecento milioni di copie. Ma qual è il segreto, anzi, quali sono i segreti del suo successo?

Intanto, stando a quella che Michele Mari chiamerebbe “leggenda privata”, Stine ha cominciato a scrivere all’età di nove anni, dopo aver trovato nella soffitta una macchina da scrivere. La madre non faceva che ripetergli di uscire, di andare a giocare con gli altri, di affacciarsi nel mondo di fuori, non capendo, forse, che per un bambino timido, tranquillo, nerd, come si definisce lui, la scrittura rappresentava un rifugio ideale, una forma di salvezza. La fortuna di Stine è stata quella di poter assumere, come dice lui, «un punto di vista totalmente ravvicinato», poter capire un ragazzo come tanti altri, in quell’età strana, che somiglia a un limbo, in cui non sei più un bambino ma non sei neanche grande, e in fondo ti accorgi che sono tante le cose che ti spaventano, dentro e fuori di te.

Poi, certo, insieme ai libri, che sono circa duecento, c’è la serie tv, uscita negli Stati Uniti nel 1995 e trasmessa due anni dopo su Italia 1, composta da quattro stagioni e settantaquattro episodi, in cui, prima di guardare maschere maledette, pupazzi parlanti, spaventapasseri viventi, macchinette fotografiche capaci di mostrare il futuro, ogni tanto, compariva R. L. Stine in carne e ossa, che anticipava agli spettatori quello che avrebbero visto in quell’episodio, dicendo: «Cosa c’è di tanto pauroso? Lo vedrete. Attenti, signori, la paura vi aspetta». Una serie nata anche come risposta a un’altra, Hai paura del buio?, una sorta di Decameron horror canadese trasmesso negli anni Novanta da Nickelodeon. Una seria, questa di Piccoli Brividi, che ha visto recitare giovanissimi attori come Hayden Christensen (Il pupazzo parlante n. 3) e Ryan Gosling (Foto dal futuro). Senza contare i film, in cui Jack Black interpreta Stine, e la nuova serie Disney+, uscita nel 2023.

Ora che R. L. Stine è tornato in libreria (con due nuovi titoli, Il libro più spaventoso di sempre e Creature infernali), con la scritta Piccoli Brividi in rilievo e i bordi delle pagine tinti di verde, sembra che il tempo si sia fermato, o quasi. Come ne La casa della morte, il primo titolo uscito nel ’92, le storie vengono narrate in prima persona, ci sono sempre due ragazzi, di solito due fratelli, che per un po’ devono trasferirsi nella casa sperduta di uno zio un po’ strano. Le località, di solito, hanno dei nomi che suonano come delle avvertenze, degli allarmi, già dal primo racconto in cui i due protagonisti, Amanda e Josh, si trasferiscono a Cascata Tenebrosa, la città dei morti viventi. Lo stile è sempre asciutto, esplicito, è impossibile perdersi. «Un orso. Un gigantesco orso nero, alto almeno due metri, ci fissava dalla porta. Le fauci spalancate, i denti scoperti, teneva le enormi zampe sollevate in alto, pronte all’attacco». Le frasi sono brevi, così come i capitoli, che si concludono sempre con un colpo di scena. A detta di Stine, per tenere i giovani lettori incollati alla storia.

Quello che un po’ mi dispiace, leggendo Il libro più spaventoso di sempre, è di non avere più dodici anni come i due protagonisti del racconto. Di non preoccuparmi, come fanno loro, quando il cane abbaia, gli uccelli cinguettano, la casa dello zio Wendell scricchiola. E soprattutto che più di un orso imbalsamato che appare all’improvviso, di un pipistrello con la testa umana che sbatte contro una finestra, di due corvi cannibali che si sbranano a vicenda, dei pericoli della Foresta Imprevedibile, adesso, mi spaventano più il tempo che passa, l’idea di essere ormai contaminato da tutto quello che ho letto, che ho vissuto, che ho visto, la battuta di qualcuno che mi incontra per caso, che mi vede leggere, che mi chiede: leggi ancora Piccoli Brividi?

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