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A 80 anni Paul Schrader ha provato l’ayahuasca e gli è piaciuta così tanto che ha deciso di farci un film Dopo otto trip consecutivi (otto!) e un mese in Costa Rica, Schrader ha capito che dall'esperienza era necessario trarre un film.
Anne Carson ha scritto un bellissimo saggio per dire che ama follemente Rosalía È così innamorata che ne perdona anche i difetti: ad esempio non sembra del tutto convinta dei testi delle sue canzoni, ma, ci tiene a specificare, lei «non è certo la giudice migliore».
La strana, stranissima storia che ha portato un collettivo antifascista italiano nella lista delle organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti L'A/I Collective, che fornisce servizi internet anonimi, da adesso è considerata un'organizzazione terroristica di sinistra, accusata di sostenere la cosiddetta "rete antifa".
Una delle cose più belle scritte da Gloria Steinem è un capitolo del suo memoir in cui racconta che divenne femminista grazie a sua madre, che femminista non aveva mai potuto essere Un testo che si può leggere gratuitamente sul sito del Guardian, uno dei tantissimi lasciti della giornalista, scrittrice e attivista.
Se un adolescente vi dovesse dare del “poliestere”, sappiate che vi sta insultando pesantemente Polyester è il nuovo improperio preferito dei ragazzini: si usa per le persone che conducono una vita "finta" e superficiale. Ma anche per chi fa video brutti.
Tom Hardy ha pubblicato un album rap e la cosa sorprendente è che non è per niente male Si intitola Czarface Meets Frankie Pulitzer: quindici tracce con Inspectah Deck dei Wu-Tang Clan e 7L & Esoteric, più Busta Rhymes, Method Man ed El-P.
Putin ha deciso che da ora in poi le aziende che non sanno difendersi dagli attacchi dei droni ucraini verranno nazionalizzate E sarà lui (ovviamente) a decidere chi gestirà l'azienda, e come, dopo l'avvenuta nazionalizzazione.

Perché Mosul

Come nasce la centralità della più grande città sunnita dell'Iraq, dove si stanno combattendo due guerre: una contro l'Isis; una per la riunificazione del Paese.

04 Novembre 2016

Da circa due settimane si sta combattendo a Mosul un’importante battaglia – l’esercito iracheno e i peshmerga curdi, da un lato, e le milizie dell’Isis dall’altro – di cui si sta molto parlando sui media italiani e internazionali. La novità è che, secondo quanto diffuso dall’intelligence curda ieri, lo stesso leader dello Stato islamico, il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi, si troverebbe nella città dell’Iraq settentrionale. La notizia, naturalmente, è da confermare. Resta il fatto che Mosul è di un’importanza strategica cruciale: lo è, in particolare, in questa guerra contro Daesh, e lo è più in generale per la stabilità del Paese, per una serie di questioni geografiche, demografiche e, in misura minore, storico-culturali.

Perché Mosul è così importante? Innanzitutto, per tre ragioni: è la seconda città dell’Iraq; è la più grande città a maggioranza sunnita, in una nazione a maggioranza sciita; ed è il più grande centro urbano del Paese sotto il controllo dell’Isis. Inoltre, per la sua posizione geografica, è uno snodo logistico e commerciale molto importante per i legami con la Siria, dove si sta combattendo un’altra guerra civile. Infine, c’è anche un aspetto simbolico: antica città dalle radici assire, con una storica comunità yazida e che fino a tempi recenti aveva ospitato una grande comunità cristiana, Mosul incarna quell’eredità multietnica dell’Iraq che è l’esatto opposto di ciò che lo Stato islamico vorrebbe imporre, e già messa alla dura prova da un decennio di conflitti etnici tra sunniti e sciiti. Non è un caso che al-Baghdadi abbia dichiarato la nascita del califfato proprio a Mosul.

Battaglia Mosul

Lo Stato islamico controlla la città da poco più di due anni. Quando l’Isis ha conquistato Mosul, nell’estate del 2014, lo ha fatto con il sostegno delle milizie sunnite della zona e davanti a una resistenza poco convinta da parte dell’esercito iracheno: due dettagli non da poco, che aiutano a capire la valenza della battaglia di questi giorni.

Mosul è, come si diceva, la principale città sunnita dell’Iraq, una nazione a maggioranza sciita: la minoranza sunnita aveva governato il Paese ai tempi di Saddam Hussein, ma con la caduta del regime gli sciiti sono andati al potere. La transizione non è stata affatto indolore, e ha anzi avuto alcuni connotati da guerra civile: sebbene il governo iracheno fosse ufficialmente “non settario”, in pratica alcuni settori dell’apparato di potere hanno prestato il fianco a una repressione della minoranza sunnita. Per fare un esempio, le famigerate brigate Badr, una sorta di squadroni della morte sciiti sostenuti dall’Iran, godevano della protezione dei partiti ufficiali. Contemporaneamente, i sunniti hanno reagito con altrettanta violenza nei confronti degli sciiti, formando vari gruppi armati, incluso quello che nel tempo sarebbe diventato l’Isis: come ben raccontato da un’inchiesta dello Spiegel, infatti, Daesh è nato dall’incontro tra leader qaedisti ed ex ufficiali sunniti legati a Saddam che risentivano del “nuovo ordine sciita” del Paese.

La situazione di Mosul, da questo punto di vista, era emblematica di un conflitto più ampio nel Paese: le milizie locali, cioè sunnite, si sono schierate con lo Stato islamico; contemporaneamente, all’esercito iracheno, che è a maggioranza sciita e dalle implicite connotazioni settarie, importava relativamente poco difendere la città, perché, appunto, si trattava di sunniti. Quando la città è caduta, il New York Times ha notato, giustamente, che s’è trattato del punto di arrivo «di una traiettoria di sfaldamento del Paese» che andava avanti dal 2011, quando le truppe Usa si sono ritirate. In altre parole, la caduta di Mosul nelle mani dell’Isis è stato lo specchio di un conflitto etnico-religioso che già da tempo stava distruggendo l’Iraq. Di conseguenza riprendere la città e riportarla sotto il controllo delle autorità centrali non sarebbe soltanto un colpo al califfato, ma anche un tassello importante nella ricucitura del conflitto settario.

TOPSHOT-IRAQ-CONFLICT

Poi, naturalmente, ci sono questioni di natura prettamente strategica. Mosul è vitale per lo Stato islamico, che controlla un territorio che si estende tra Siria e Iraq, non solo perché è la più grande città irachena in suo potere, ma anche perché lì si trova un’importante diga: chi controlla Mosul, di fatto controlla le risorse energetiche e idriche nel nord del Paese, notava la Bbc. Se l’Isis perde la città, di fatto questo equivarrebbe a ricacciarlo in Siria, ridimensionando drasticamente il suo potere in Iraq. E visto che Mosul è strategica anche per l’approvvigionamento delle zone siriane sotto il suo controllo, sarebbe un duro colpo anche per Daesh in Siria. A questo, come accennato prima, va aggiunta una dimensione umanitaria e simbolica. Mosul infatti ospita yazidi e cristiani, due minoranze duramente colpite dall’Isis, per non parlare di un inestimabile patrimonio archeologico, anch’esso preso di mira dal gruppo estremista. Poi, sono molti i profughi che sono stati costretti a fuggire da Mosul, sia a causa dello Stato islamico sia per via dei conflitti settari antecedenti: alcuni sperano che, con una normalizzazione della città, essi possano rientrare.

A Mosul si stanno combattendo due guerre. Da un lato la guerra contro l’Isis, dall’altro una guerra per riunificare l’Iraq, travagliato da anni di conflitti tra sunniti e sciiti. La prima è una guerra squisitamente militare, mentre la seconda è un affare più delicato. Date le profonde divisioni settarie del Paese, infatti, c’è chi teme che, se l’esercito iracheno dovesse re-impadronirsi di Mosul, esista un rischio di rappresaglie contro i sunniti, che a torto o a ragione sarebbero accusabili di collaborazionismo con lo Stato islamico. Come avvertiva recentemente Soufan Group, una società di consulenza strategica, se gestita correttamente una vittoria a Mosul può «segnare la fine dell’Isis»; ma se gestita male potrebbe essere «soltanto una pausa prima del ritorno del terrore» ed esiste «un probabile rischio di rappresaglie».

Nelle immagini: tank dell’esercito iracheno, in marcia a Sud di Mosul (Ahmad al Ribaye/Afp/Getty)
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