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La nuova campagna di Valentino è un omaggio al ’68, ma non a quel ’68 La campagna pre-fall 2026 (con protagonista il cantante Sombr) è ispirata a un anno molto particolare e sorprendente della lunga storia del brand.
Il nuovo Presidente ungherese Péter Magyar ha detto che se Netanyahu metterà piede nel suo Paese lo farà arrestare e consegnare alla Corte Penale Internazionale Magyar annulla così la decisione dal suo predecessore Viktor Orbán, che si era sempre rifiutato di eseguire il mandato d'arresto che la Corte Penale Internazionale che pende su Netanyahu.
Più di 200 scrittori francesi hanno abbandonato la casa editrice Grasset per protestare contro le posizioni destrorse del suo proprietario, il miliardario Vincent Bolloré Gli scrittori, 230 per la precisione, hanno anche annunciato che faranno causa all'editore per riprendersi i diritti di tutti i loro libri già pubblicati.
Per combattere la denatalità, in Giappone hanno iniziato a elargire bonus alle persone che si iscrivono alle dating app Tra i casi più recenti c'è quello della prefettura di Kochi, che rimborsa l'abbonamento alle app di incontri per tutti gli utenti residenti nel suo territorio.
In una recente battaglia tra esercito ucraino e russo, per la prima volta nella storia della guerra un battaglione di soli robot ha conquistato una postazione nemica Una squadra di robot di terra e un drone ucraini sono bastati a vincere una battaglia contro i russi nella regione di Kharkiv.
Madonna si è persa il vestito che indossava al Coachella e ha offerto una ricompensa a chi lo ritroverà Su Instagram ha detto che chiunque la aiuterà a ritrovarlo riceverà una ricompensa. Il cui ammontare, però, non è stato ancora specificato.

Parasite è un film populista?

Il nuovo film di Bong Joon-ho è un ibrido tra generi diversi basato sul concetto di lotta di classe.

19 Novembre 2019

Che a B Joon-ho premesse molto il concetto di lotta di classe si era già capito in Snowpiercer: l’umanità residua di un pianeta moribondo viaggiava su un treno diviso in compartimenti stagni, con gli abbienti spocchiosi impegnati in partite di bridge e i poveracci a fare da bassa manovalanza o da carburante. In Parasite cambia l’ambientazione, ma il contrasto è ugualmente netto: due famiglie, una occupa un seminterrato maleodorante negli slums, l’altra è orgogliosamente proprietaria di una villa grande come una città-stato, si incontrano quando il figlio della prima diventa tutor di inglese della figlia della seconda. Il trailer rivela quello che succede dopo, ma per una resa migliore sarebbe meglio presentarsi in sala digiuni di altre informazioni. È opportuno precisare che Parasite non è per tutti i palati. C’è chi soffre di un divario emotivo col cinema asiatico contemporaneo, che spesso tende a eccedere in direzioni opposte: i film di Koreeda e Hong Sang-soo possono risultare troppo garbati, quelli di Tsukamoto e Park Chan-woo troppo perversi. Bong Joon-ho eccede a sua volta volentieri: humour non finissimo, attori tendenti all’overacting, uso generoso di aorte perforate potrebbero costituire un problema. Superata questa soglia psicologica, armandoci di una buona dose di sospensione dell’incredulità, ci aspettano un paio d’ore di massimo godimento.

Bong Joon-ho è innanzitutto un campione di ibridazione tra generi. Dal teatro elisabettiano a Get Out di Jordan Peele abbiamo numerosi esempi di commedie che si evolvono in tragedia o in horror, ma si è sempre trattato di uno spostamento da un punto A a un punto B in un viaggio di sola andata. Le baruffe tra la famiglia Kim e la famiglia Park trascendono qualsiasi categoria: popolino e alta borghesia si scontrano prima sul terreno della commedia degli equivoci, che con il twist del seminterrato si fa dramma sociale, poi thriller e infine splatter. La prima parte è in sostanza una lunga seduta di stretching in cui, in un’atmosfera apparentemente serena, vengono disseminati tutti gli indizi della futura deflagrazione. Eppure il sostrato comico non ci abbandona mai, e anzi fa da collante durante tutto il crescendo: ridiamo a intervalli regolari prima, durante e dopo la carneficina, tant’è che probabilmente ricorderemo Parasite come black comedy, ma con un sovraccarico emozionale che ci farà uscire dal cinema con la labirintite, in lacrime e vogliosi di fare a botte, possibilmente con una persona molto benestante.

È davvero ora di parlare dell’elefante nella stanza: siamo davanti a un film populista? Sarebbe facilissimo rispondere che puntare alla pancia del pubblico ha garantito un successo universale a una vicenda dalla fortissima connotazione locale: lo spettatore occidentale faticherà a comprendere la dedizione dell’inquilino del seminterrato per il signor Park, l’impegno profuso dal signor Kim nella lettera in alfabeto morse e altri esempi di sensibilità asiatica, ma tutto sommato la rabbia verso il ricco funziona sempre, indipendentemente dal volksgeist. È la stessa famiglia Kim a lanciarci un amo mentre è impegnata a svuotare la dispensa del padrone: «anche io sarei gentile se avessi i soldi», dice mamma fagocitando chili di pregiatissimo controfiletto (boati di approvazione nelle sale dall’Alaska a Timbuktu), ma presto abbiamo una controprova di come si comporta il popolo in una posizione di vantaggio. Quando il proletariato incontra il sottoproletariato, la sua prima reazione è cercare di sfondargli la calotta cranica con una pietra ornamentale. Il pericolo di populismo sembra a questo punto scongiurato.

Ridendo e scherzando, Parasite non ha solo vinto l’ultimo Festival di Cannes, ma è anche la Palma d’oro di maggior successo al botteghino francese da anni, sta andando bene negli Usa dove è quotatissimo per l’Oscar al miglior film in lingua straniera e forse altri ancora, è saldamente nelle nostre sale grazie a un buon lavoro di word of mouth. Un successo meritatissimo per questa meravigliosa anomalia, che sfida i confini del Cinema mettendo d’accordo l’Academy, la Croisette e il grande pubblico, diverte e commuove, attrae e respinge, e ci ricorda di tornare a guardare verso Oriente.

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