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18:22 lunedì 6 aprile 2026
Il primo problema che gli astronauti della missione Artemis II hanno dovuto risolvete è stato il bagno rotto Lo Universal Waste Management System della navicella Orion ha avuto un problema poco dopo aver raggiunto l'orbita terrestre. Per fortuna, l'astronauta Cristina Koch è riuscita a ripararlo, autonominandosi «idraulica dello spazio».
Trovatevi qualcuno che vi guardi come Kim Jong-un guarda le sue forze speciali che svolgono insensate e dolorosissime prove di forza Le prodezze dei soldati nordcoreani sono diventate ovviamente virali, tra pile di mattoni frantumate a panciate e grandi sorrisi rivolti al leader supremo.
La prima immagine del nuovo film di Bong Joon-ho non sembra per niente un film di Bong Joon-ho Il film si intitola Ally e ha una protagonista così carina e paciosa che molti non riescono a credere che venga dalla stessa mente che ha pensato Parasite.
Giuseppe Alfarano di Camini (RC) passerà alla storia come il primo sindaco italiano dimessosi perché nel suo Comune ci sono troppi cani randagi Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Kristoffer Borgli, il regista di The Drama, è finito nei guai per un vecchio saggio in cui raccontava la sua relazione con una ragazza 17enne È riemerso su Reddit un testo del regista in cui raccontava in chiave positiva la sua relazione con un'adolescente, paragonandosi anche a Woody Allen.
Una ricerca ha dimostrato che le persone che più amano il gergo “aziendalese” sono anche quelle che sul lavoro prendono le decisioni più sbagliate L'università di Cornell ha dimostrato che chi si fa "sedurre" dall'iperbolico corporate speak non ha grandi capacità strategiche e di analisi.
Le correzioni di Jonathan Franzen diventerà una serie Netflix con protagonista Meryl Streep L'adattamento sarà a cura dello stesso Franzen, che della serie sarà anche produttore esecutivo assieme a Streep.
Durante la sua visita di Stato in Giappone, Macron ha ricevuto in regalo un disegno di Porco rosso autografato da Hayao Miyazaki (e ha fatto anche la Kamehameha di Goku assieme a Sanae Takaichi) Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».

Belin, Paolo

Non un grande attore – ha fatto tante "cagate pazzesche" – ma un’intelligenza che lambiva il puro genio e, soprattutto, uno scrittore.

03 Luglio 2017

Il problema ormai sono le deadline, in senso quasi letterale.  Uno ormai non fa in tempo ad andarsene, spesso controvoglia, e se solo ha combinato qualcosa di condivisibile, sul pianeta che si è appena lasciato alle spalle via social si scatena un processo di beatificazione istantaneo, crasso, e insensato. Toccate un media qualsiasi in questi minuti, e sentirete dire, di Paolo Villaggio, più o meno qualsiasi cosa: che meraviglioso attore fosse, che straordinario coraggio umano avesse avuto a scagliarsi contro il povero Ejsenštejn, quanto ci mancherà una sua parola nei momenti in cui ne avremo più bisogno: e anche, chi canterà adesso il Fantozzi che è in tutti noi. Tutte affermazioni su cui il Villaggio vero – non il guru delle comparsate in djellaba, quella era l’ultima incarnazione del grande guitto che Villaggio prima di tutto è stato – avrebbe sghignazzato per una serata intera.

Per sghignazzare, del resto, gli bastava anche poco. C’è infatti un elemento etnico difficile da cogliere, nel suo caso, almeno per i goym – per chi, in sostanza, non è nato a Genova: la radicale, virulenta, e soprattutto insopprimibile insofferenza per le stronzate, specie se della variante pomposa; da qualsiasi tribuna arrivino, quale che sia la bocca che le emette. Le famose serate o nottate genovesi con De André e gli altri passavano sì nei quartieri dove «il sole del Buon Dio non dà i suoi raggi» (ma anche sulle terrazze di Corso Italia, dove di melanina il suddetto è assai più generoso), però non tanto e non solo a impratichirsi nel vizio, quanto piuttosto a demolire, una a una, con un accanimento entomologico, le fesserie – temo vada detto in versione originale, le belinate – che in quel momento passavano per verità incontrovertibili, o per somme petizioni di principio. E i loro portatori, naturalmente.

Bene, questo per dare un minimo, come direbbe Arbasino, di contesto. Poi ci sarebbero le questioni di merito. In un Paese dedito per tradizione millenaria alla pugnalata dorsale in vita, alla prosternazione permanente dalla morte in poi, e più in generale al rimpianto per tutto quanto ha la ventura di non esistere più, rischiano di passare in secondo piano, ma un paio di cosucce andrebbero dette. Non di più. Innanzitutto, Villaggio era un uomo di straordinario spirito – poteva veramente fare ridere, a lacrime – e di un’intelligenza che, molto spesso, lambiva il puro genio (con tutto quanto di perfido, e di non addomesticabile, quella qualità spesso comporta). Però non era un grande attore, e forse neanche un attore. Veniva dall’avanspettacolo nella sua variante televisiva, dove almeno un personaggio (il professor Kranz) e almeno un tormentone (il cammelino di peluche) hanno, giustamente, fatto epoca – sgrullando per benino quel pachiderma letargico e soporifero che, al netto della malinconia di cui sopra, era la Rai di allora. Però si era fermato lì, e il tardivo recupero azzardato da Fellini nella Voce della luna si basava su un trucchetto vecchio quando il cinema – prendo un attore di serie B o C, lo faccio giocare in A, e sbalordisco tutti tirandogli fuori quello che nemmeno lui sapeva di avere dentro – che però funziona una volta sì e una no. Non ha funzionato con Totò in Uccellacci (dove comunque il grande attore, nonostante tutto, si vedeva) ed è stato un fiasco quasi assoluto, al di là dei peana più o meno obbligatori, con Villaggio. Un risultato prevedibile, però.

Fantozzi_Books_W

Oggi col cinema di serie C si ha lo stesso atteggiamento riverente un tempo riservato ai grandi maestri: se è una porcheria fatta con due lire, scritta coi piedi, girata come capita e inzeppata di battutacce e cliché, passerà alla storia più di tanti capolavori (e non rompete le scatole), però prima o poi verrà il giorno in cui dei film di Fantozzi (e temo anche degli altri, cui in tempi diversi Villaggio si è prestato) si potrà liberamente dire quello che un giorno Paolo scrisse della Corazzata: che sono, e probabilmente rimarranno, cagate pazzesche.

E allora? Tutto qui, povero Paolo? Ma no. Almeno un fatto va ricordato, a costo di sconfinare, in un rimpianto quasi rabbioso, che forse all’interessato non sarebbe dispiaciuto. Tutto quello che siamo soliti associare al nome di Villaggio – comprese le infinite volte che ciascuno degli italiani viventi, che lo fosse già ai tempi di Fracchia e Fantozzi o meno, si è calato con gli amici nei panni dei due personaggi, o li ha imitati – ha origine, spiace dirlo, in due libri usciti all’inizio degli anni Settanta, Fantozzi, e Il secondo tragico libro di Fantozzi, semplicemente magnifici. Oggi Fantozzi è talmente proverbiale che diventa difficile coglierne la carica originale, ma rimane una delle invenzioni più autentiche, corrosive  e dirompenti di cui la letteratura italiana – che peraltro ha sempre tenuto i due titoli, stante la loro irresistibile comicità, sulla porta – sia stata, nella sua spesso flebile storia, capace.

Come tutti gli scrittori degni di questo nome, Villaggio ha un po’ scoperto e un po’ inventato un mondo in cui nessuno ancora aveva capito di vivere, e una figura nascosta nel profondo di innumerevoli suoi abitanti. Ma soprattutto, lo ha fatto con una scrittura che per secchezza, efficacia e tempi comici non ha niente da imparare da nessuno, e molto da insegnare a parecchi – incluse le legioni di standup comedians che popolano le nostre pay tv, e che non sempre hanno penne alla sua altezza. Questo andrà senz’altro ricordato, di Villaggio, negli anni a venire, nonostante la parola scritta viva un tramonto irreversibile, insieme agli strani oggetti di carta che un tempo la contenevano. Questo, e anche il modo in cui quegli strani oggetti, nel suo caso, passavano di mano fino a sgretolarsi per consunzione, o venivano letti: quasi sempre a voce alta, e all’infinito. Non capita a tutti, e per definizione non capita mai abbastanza: Kafka notoriamente deplorava che i suoi lettori non capissero fino a che punto quei racconti e quei romanzi facessero ridere (agli ascoltatori dei suoi leggendari reading era molto più chiaro), e Wodehouse non era mai del tutto sicuro delle reazioni del suo pubblico. Sono incertezze che, se non altro, Villaggio non porterà con sé.

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