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Togliere i voti dalle pagelle fa bene, ma anche no

L'apprezzabile intento di eliminare la valutazione numerica alle elementari è stata sostituita da formule che soffrono i tic del burocratese.

25 Febbraio 2021

Avete in mente la scena di Ovosodo? Quella in cui la prof. Nicoletta Braschi dice al protagonista ha fatto del suo meglio ma non ha potuto dargli più che distinto, e lui reagisce con: «Distinto? Va benissimo! Quella parola mi faceva venire voglia di indossare giacca e cravatta, di fumare lunghe sigarette col bocchino ed essere invitato a dei cocktail».

Beh, se i “distinto” ormai sopravvivono solo nel pagellino di Religione o Alternativa – coi figli che chiedono “ma d’istinto con l’apostrofo?” – adesso possiamo dimenticarci anche gli otto, i nove e le A B C: quest’anno, fregandosene, magari giustamente, di chi non voleva aggiungere sconvolgimenti alle restrizioni sanitarie, i voti alle elementari sono stati rimpiazzati da giudizi più dinamici.

È una cosa condivisibilissima, e io la condivido: è anni che le maestre più illuminate evitano di marcare il test col voto e vi lasciano solo qualche segno rosso, dei , dei no, dei ni, o addirittura qualche emoji. Ormai, penso, è rimasto solo qualche ostinato deputato di destra a rimpiangere il voto in decimi, uno strumento che tende a congelare gli studenti in paludose medie matematiche fuori dalle quali non riescono a immaginarsi, e a incitare una competizione esteriore e superficiale.

Il nuovo sistema però non mi era chiaro fino a ieri: una riunione virtuale illustrativa e soprattutto il download della pagella mi hanno finalmente dato un’idea concreta del cambiamento. Sapevamo già che i nuovi giudizi sono avanzato, intermedio, base, in via di acquisizione; che coincidono con dei livelli di apprendimento, e che non vanno tradotti nei vecchi numeri pena la decapitazione. Ma quel che io non avevo capito è che ogni singola materia può presentare da una decina a un pugno di giudizi (11 per matematica, 9 per italiano, 5 per inglese, 4 per storia), secondo altrettante voci che provano a render conto della complessità in modo a volte arzigogolato: voci tipo «osservare la struttura delle frasi e mettere in relazione costrutti e intenzioni comunicative». Così, vi può capitare che vostro figlio abbia un livello «avanzato» di «giustificare la procedura scelta per la soluzione del problema e riconoscere strategie risolutive diverse dalla propria», ma solo base di «classificare oggetti, figure, numeri in base a una o più proprietà e realizzare adeguate rappresentazioni» (una cosa che a me suona più banale dell’altra).

Insomma, l’entusiasmo delle maestre per un’impostazione che permette finalmente di offrire un quadro descrittivo degli alunni era contagioso, eppure provavo, davanti a descrizioni meno romanzesche del previsto, la frustrazione di un personaggio di Gogol’ al cospetto dei gorghi della burocrazia zarista. C’era qualcosa, in alcune di queste voci, che mi riportava al gergo massone delle circolari, a quell’uso insistito delle generiche parole “criticità” e “problematiche” per riferirsi ai gabinetti rotti, come se quel problema molto specifico e materiale dovesse essere vaporizzato fino a diventare una categoria ermeneutica, e insomma allontanato da noi, velato di mistero. E allo stesso tempo, accanto a questa spinta delle parole verso l’astrazione – verso espressioni oscure come «intenzioni comunicative» – rintracciavo anche il bisogno opposto di ricondurre comunque il tutto a qualcosa di oggettivo e misurabile, il che ci riportava confusamente al problema dei voti. Un po’ come il giudizio discorsivo da sempre presente in calce alla scheda, che non è certo il ritratto prismatico dell’alunno, ma un remix di proposizioni codificate che alternano gli aggettivi “autonomo”, “corretto” e “dispersivo” ai pavidi avverbi “piuttosto”, “generalmente”, “nel complesso”.

Alla ricerca di una risposta per la mia insoddisfazione, ho riaperto il saggio Come non scrivere di Claudio Giunta, nel capitolo dedicato all’antilingua, dove il professore ricorda che «l’antilingua descritta da Calvino […] preferisce il verbo “recarsi” al verbo “andare”, la perifrasi “prodotti vinicoli” al sostantivo “fiaschi”, perché “andare” e “fiaschi” vengono sentiti come troppo vicini al parlato, inappropriati in un testo scritto: e chi non ha un buon controllo del linguaggio scambia spesso la semplicità per sciatteria […], mentre una scrittura semplice è sempre raccomandabile, soprattutto quando si compilano atti ufficiali».

Questo capoverso mi ha riportato alla più grande lezione di scrittura mai ricevuta nella mia carriera: mi trovavo, meno che ventenne, nell’ufficio di un giudice di pace a discutere un mio ricorso per una multa. Avevo molto probabilmente ragione, ma, nel verbale, avevo usato parole altisonanti come “intenzioni comunicative”, e il giudice aveva respinto il ricorso, riducendomi quasi in lacrime per la ridicolaggine della mia vacua prosa stradale.

Ecco cos’è: nel lessico specifico della nuova pagella, permane qualcosa della vecchia fumosità da burocrazia scolastica: un «linguaggio della geo-graficità» qua e là, un’ossimorica «produzione creativa», certe misteriose «situazioni significative».

Ma – non mi stanco di sfogliarla – ci sono comunque più lampi di luce che residui di calviniano terrore semantico: si parla schiettamente di «ricavare informazioni da fonti di diversa natura», di «esprimere sensazioni ed emozioni» e di «ricostruire il movimento dei diversi oggetti celesti». È un quadro di competenze attive e sperimentali, che non ha più niente a che spartire con lo stile teorico e a compartimenti stagni della nostra scuola anni Ottanta.

E poi adesso è molto più difficile per i ragazzini fare a gara: tu quanti intermedio hai preso? Io quindici. Pensa che io invece ho ventisei avanzato!

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