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Il governo dei giovani contro i giovani

Il Movimento 5 Stelle è arrivato al potere guidando una rivolta anche generazionale contro il sistema. Ma il contratto a trazione leghista rischiano di pagarlo proprio loro, i giovani.

di Gabriella Colarusso

Italy's populist Five Star Movement (M5S) party leader Luigi Di Maio (R) and M5S members Roberto Fico (L) and Alessandro Di Battista after the last election campaign meeting in Piazza del Popolo in Rome on March 2, 2018. Italy's anti-establishment Five Star Movement broke with tradition on March 1, 2018, by announcing its list of ministerial candidates, almost all of them political newcomers, before March 4 general election. / AFP PHOTO / Andreas SOLARO (Photo credit should read ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

A 31 anni, Luigi Di Maio è il leader più giovane della politica italiana. I dirigenti del Movimento 5 Stelle, dai capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli, nuovi ministri, al presidente della Camera Roberto Fico, hanno tutti 40 anni o poco più. Alle ultime elezioni, il partito-nato-in-Rete è stato il più votato dai 18enni come dai 40enni (dati Ipsos): secondo un’indagine Demopolis, se fossero andati alle urne solo gli under 45, il M5s avrebbe preso il 41 per cento, la Lega il 19. Questa ondata di consenso tra i giovanissimi e i trenta-quarantenni non sorprende. Il Movimento 5 Stelle è nato anche come rivolta generazionale contro un sistema da loro considerato corrotto e clientelare, inefficiente e immobile. La promessa di cambiamento, il cuore della narrativa grillina, ha intercettato la frustrazione di una generazione, quella dei 30/40enni, che le indagini statistiche sul reddito, la ricchezza, l’occupazione, descrivono come la più colpita dalla crisi del 2008, in un Paese sempre più anziano.

Cosa è rimasto di questa promessa? Poco, si direbbe: stando al programma che il neonato esecutivo dice di volere portare avanti, il “governo dei giovani” rischia di trasformarsi nel “governo contro i giovani”. Matteo Salvini, azionista di minoranza dell’alleanza, ha piazzato nel contratto tra Lega e Cinque Stelle due suoi cavalli di battaglia: la riforma della legge Fornero sulle pensioni e la flat tax , la tassa piatta (comunque rimandata al 2020) pensata per una constituency fatta in buona parte di imprenditori, artigiani e commercianti del Nord, mentre dal Movimento 5 Stelle viene l’idea del reddito di cittadinanza – in realtà più simile a un reddito minimo condizionato alla ricerca di un lavoro – che dovrebbe sanare le ferite aperte del Sud, disoccupazione ed emigrazione giovanile. Così, il programma costerebbe tra i 90 e i 116 miliardi, le stime di Roberto Perotti e dell’Oxford Economics coincidono, le coperture sono incerte e la parte del leone la fanno la flat tax – tra i 50 e i 72 miliardi all’anno di mancate entrate – e la riforma della Fornero, tra gli 11 e i 15 miliardi all’anno. Il reddito di cittadinanza ha un costo stimato tra i 17 e i 28 miliardi. Chi beneficerà di più di questa politica economica?

L’Italia è già oggi, tra le economie avanzate, il Paese che spende di più per le pensioni in rapporto al Pil. La riforma delle pensioni, la quota 100, «è chiaramente un trasferimento tra generazioni che avvantaggia gli ultra 50enni», ci dice Paolo Manasse, docente di macroeconomia e politica economica all’Università di Bologna.  «Quando si accorcia l’età lavorativa, mentre si allunga l’aspettativa di vita, i costi vengono pagati da coloro che sono ancora attivi. L’unico modo di finanziare una riforma del genere è quello di inasprire i contributi di chi lavora e che avrà a sua volta molto meno quando andrà in pensione», considerato anche che la precarietà del lavoro impedisce già oggi a molti giovani di versare i contributi con regolarità.

Vista dalla prospettiva degli under 45 anni, anche la flat tax rischia di non essere un grosso investimento. L’idea è che chi guadagna meno di 80mila euro all’anno paghi una tassa fissa del 15 per cento, del 20 per cento dagli 80mila euro in su. Il contratto non dice se e come verranno riviste le deduzioni, necessarie per garantire la progressività delle tasse che è un principio costituzionale, ma l’imposta piatta «ha in ogni caso effetti molto piccoli sui redditi più bassi, che già pagano aliquote contenute: nei primissimi scaglioni di reddito poi non cambia niente», spiega l’economista. Il grosso del vantaggio fiscale va a chi percepisce più «di 100mila euro all’anno. Tipicamente, in quella fascia di reddito non ci sono i giovani, che, se non hanno eredità, hanno redditi più bassi perché all’inizio dell’attività lavorativa».

L’anno scorso, la Banca d’Italia ha pubblicato un’indagine  sui bilanci delle famiglie in cui analizza anche il rapporto tra reddito e classi di età: fino al 2010, il reddito di chi ha più di 64 anni è cresciuto più delle altre fasce di età e dopo è diminuito comunque meno di quanto sia calato quello di chi aveva 25, 30 o 40 anni. Lo stesso è successo con la ricchezza delle famiglie, persino in maniera più netta: dal 1995 al 2014, per quelle che avevano come principale “percettore” di reddito un under 34 la ricchezza è scesa del 60 per cento, per quelle che avevano il principale percettore con più di 65 anni, la ricchezza invece è cresciuta del 60. Ci salverà il reddito di cittadinanza? «Andando a favore dei disoccupati, tra cui i giovani del Sud sono molto numerosi, almeno in termini percentuali, potrebbe costituire un trasferimento di risorse generazionale inverso» rispetto a quello generato dalla riforma Fornero o dalla flat tax.

Perché se è vero che la disoccupazione giovanile in Italia è tornata ai livelli del 2011, al 31 per cento, resta comunque superiore alla media europea. Certo per “disoccupazione giovanile” l’Istat intende la fascia 15-24 anni, mentre i trenta-quarantenni se la passano infinitamente meglio: il tasso di disoccupazione è del 16 per cento per la fascia d’età 25-34 e di poco inferiore al 10 per cento per la fascia 35-49. Il dato preoccupante, però, è che i quarantenni sono l’unico gruppo per cui la disoccupazione sta aumentando, mentre per i più giovani sta calando (tutti i dati vengono dall’ultimo rapporto Istat, vedi tabella a pagina 4).  Dunque il reddito di cittadinanza potrebbe essere un aiuto, ma «difficilmente riuscirà a fermare l’emorragia di capitale umano qualificato che abbiamo visto finora», dice Manasse. Duecentomila laureati in 15 anni trasferiti dal Meridione al Nord. Un fiume umano, cui si contrappone tuttavia un altro movimento. Un recente rapporto sui distretti industriali di Intesa San Paolo ci dice anche che la crescita del Pil meridionale è spinta dall’imprenditoria giovanile più di quanto accada in Veneto, Emilia, Lombardia o Piemonte. Turismo, agroalimentare, startup. Un sud giovane e dinamico, che ha bisogno di investimenti sul capitale umano, un sistema di formazione che attragga cervelli, anche stranieri, una burocrazia più semplice, una pubblica amministrazione meno invadente e più efficiente. Più impresa, meno assistenza.

 

Foto Getty

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