Ha lasciato il Paese passando per Argentina ed Ecuador ed è atterrato a Miami. Nella lista passeggeri risulta cittadino italiano: un riconoscimento ottenuto nel 2023 in tempi piuttosto veloci.
Né la censura né gli omicidi, Novaya Gazeta l’ha uccisa uno sfratto
Dopo quasi 30 anni il giornale di Muratov e Politkovskaja è costretto a lasciare la redazione di vicolo Potapovskij entro il 9 novembre. Senza sede e senza donazioni, l’ultimo grande quotidiano indipendente rimasto in Russia annuncia la chiusura.
Il 9 novembre la redazione di Novaya Gazeta spegnerà le luci della sede di vicolo Potapovskij, a Mosca, dove lavora da quasi trent’anni, staccherà i server e se ne andrà. Con l’edificio se ne va anche il giornale: il comunicato con cui il quotidiano ha annunciato la chiusura, l’ultimo dei grandi giornali indipendenti rimasti in Russia, si apre con tre parole, «Ci hanno uccisi», e attribuisce la fine a «le autorità russe e i servizi di sicurezza russi», che «hanno costretto la redazione a cessare le attività». Lo strumento scelto per chiudere un giornale sopravvissuto a sei giornalisti e collaboratori uccisi, alla revoca della licenza nel 2022 e al blocco del sito non è stata una sentenza ma uno sfratto. Secondo l’Economist, citato da Novaya Gazeta Europe, il 19 ottobre la direzione è stata informata che avrebbe dovuto lasciare lo stabile; «Ci stanno semplicemente buttando fuori», ha scritto la redazione, «dandoci il minimo indispensabile per fare i bagagli». Chi sia il proprietario dell’immobile e quale sia la motivazione formale non è stato reso noto.
Lo sfratto è arrivato nella stessa settimana in cui al giornale è stata tolta l’altra cosa che lo teneva in vita, i soldi dei lettori. Dopo che a settembre il ministero della Giustizia ha inserito la testata nel registro degli «agenti stranieri», che vieta tra l’altro di raccogliere pubblicità, banche e partner commerciali hanno smesso di gestire le donazioni, invocando «regole aziendali interne»: la redazione parla di «un’azione coordinata» e dice di essere rimasta senza fondi, «del tutto». Nel frattempo la casa del caporedattore Sergej Sokolov era stata perquisita, nell’ambito del procedimento contro il giornalista investigativo Oleg Roldugin. Il 26 ottobre Sokolov e l’ex direttore Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace nel 2021, hanno riunito i giornalisti nel seminterrato di un edificio vicino, per paura che l’ufficio fosse sorvegliato, e hanno deciso di chiudere: secondo Novaya Gazeta Europe, la testata rischiava di essere dichiarata organizzazione estremista, con la possibilità di arresti per chi ci lavorava. «Non siamo morti, ci hanno uccisi, insieme alla Costituzione», ha detto Muratov, aggiungendo che dell’articolo 29, quello che vieta la censura, si può solo ridere. «Siamo diventati profughi nel nostro Paese», ha scritto Sokolov.
Lasciare la sede, per Novaya Gazeta, significa anche smontare la propria memoria. Nell’ufficio 307 c’era il museo dedicato ad Anna Politkovskaja, uccisa il 7 ottobre 2006 e ricordata con la sua scrivania, il computer, gli occhiali e le lettere; sulle pareti, i ritratti degli altri colleghi uccisi, da Igor Domnikov a Jurij Ščekočichin, da Stanislav Markelov e Anastasija Baburova a Natal’ja Estemirova. «I ritratti dei nostri amici caduti vengono tolti dai muri», ha scritto Sokolov, e secondo il Post molti oggetti saranno regalati ai lettori. Fondato nel 1993 anche con il finanziamento di Michail Gorbačëv, il giornale ha già una seconda vita in Lettonia, dove dal 2022 lavora Novaya Gazeta Europe, nata dai due terzi della redazione che hanno lasciato la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. A Mosca, promette il comunicato, uscirà un ultimo numero.