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15:25 venerdì 17 aprile 2026
Lana Del Rey ha fatto una canzone per 007 ma non il film, il videogioco Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.
In Germania hanno lanciato un motore di ricerca che serve a scoprire se i propri parenti erano dei nazisti Lo ha realizzato il Die Zeit in collaborazione con l'Archivio federale nazionale: contiene 10,2 di tessere di iscritti al Partito nazionalsocialista.
Sembra che Zohran Mamdani e Rama Duwaji non parteciperanno al Met Gala di Anna Wintour pagato da Jeff Bezos Secondo le prime indiscrezioni, Mamdani e consorte avrebbero rifiutato l'invito all'evento perché finanziato dal miliardario.
Il governo di Pedro Sánchez rischia di cadere per colpa di Guernica di Picasso Tutto inizia con la richiesta del governo della comunità autonoma dei Paesi Baschi di portare l'opera a Bilbao. Richiesta negata dall'esecutivo Sánchez.
Cosa sappiamo del nuovo film di Sean Baker, a parte che si intitolerà Ti amo! e che sarà molto, molto italiano Il titolo scelto dal regista è di Anora per il nuovo film è Ti amo!, con il punto esclamativo. Secondo le indiscrezioni, potrebbe venire a girarlo in Italia.

13 Reasons Why, parliamone

La serie Netflix tratta di suicidio, stupro, e della cultura in cui crescono gli adolescenti. Senza voler dare risposte definitive, stimola discussioni importanti.

13 Aprile 2017

Hannah Baker si è tagliata i polsi e si è lasciata morire in una vasca da bagno a diciassette anni. Non ha scritto nessun biglietto di commiato ai suoi genitori né agli amici più stretti, al contrario di quanto suggeriscono i manuali di psicopatologia in casi simili, ma ha invece registrato tredici audiocassette (di quelle che si ascoltano nel walkman e che nessuno usa più), le ha numerate con uno smalto blu, ficcate in una vecchia scatola di scarpe e spedite alla prima persona di una lista. Quella persona le ha ascoltate tutte, ha capito di essere una delle ragioni per cui Hannah ha fatto quello che ha fatto, infine ne ha rispettato il volere, recapitando il pacchetto al protagonista della seconda cassetta. E così via fino all’undicesima, quando il macabro meccanismo s’inceppa sul timido e dolce Clay Jensen, che non si capacita del perché ci sia anche lui, in quella lista. Questo l’antefatto di 13 reasons why, la serie tv tratta dall’omonimo romanzo di Jay Asher (Mondadori, 2008) e prodotta da Selena Gomez, che ha debuttato poco più di una settimana fa su Netflix, diventando lo show più visto del network.

La storia, costruita sull’alternarsi delle voci di Hannah e Clay, nell’adattamento televisivo si allontana in molti punti da quella raccontata da Asher nel libro, per diversi motivi. Le cassette sono rimaste, sebbene possano sembrare una scelta bizzarra per un adolescente di oggi, ma ci sono anche i social network, dove corrono i pettegolezzi e le foto che distruggono e/o cementano le reputazioni, in alcuni casi le vite. Nel romanzo, Clay non è il classico nerd ma al contrario un ragazzo piuttosto popolare, la sua non è l’undicesima cassetta ma la settima, non ci mette un’inspiegabile quantità di tempo ad ascoltare tutti i nastri ma una sola notte; Hannah, infine, non si uccide in quel modo, in una scena così difficile da guardare da essersi procurata diverse critiche. La sostanza, però, è la stessa. 13 reasons why tocca argomenti come il suicidio, lo stupro (anche qui, mostrato nella sua interezza, più volte), l’isolamento, l’ansia sociale e la depressione. Lo fa utilizzando tutti gli strumenti narrativi che ha a disposizione, dalla classica struttura del teen drama, fatta di balli della scuola, triangoli amorosi e brutali pettegolezzi, a quella del murder-mystery, la stessa utilizzata in The Affair o Big Little Lies, dove lo spettatore è a conoscenza sin dall’inizio della morte di uno dei personaggi, e scoprirà solo in corso di chi si tratta o come è successo.

In qualche modo è anche una storia di formazione e nel suo snodo centrale, ci racconta come Clay (e con lui i suoi compagni di cassette) sbatta per la prima volta contro la morte e cosa ne farà di quella nuova consapevolezza. È successo a tutti, in fondo. Nel “naturale” corso dell’esistenza, gli anni del liceo prevedono molto spesso che ci si confronti con la morte di qualcuno, accidentale o meno: un familiare, un amico, un ragazzo della classe accanto che muore in un incidente stradale. Il suicidio, però, è un caso a sé, anche e soprattutto perché Hannah non ne vuole sapere di biglietti vaghi o consolatori, ma al contrario ha un elenco dettagliato di persone (e motivi) che l’hanno spinta verso quella vasca da bagno. Sa bene qual è il momento preciso in cui la sua vita ha iniziato ad accartocciarsi su se stessa e lei non ha saputo – o voluto – più sbrogliarla. La prima imputata è lei stessa, meglio specificarlo, perché sarebbe troppo facile appellarsi a quell’autoindulgenza tipica della personalità del suicida. Molte delle persone in quella lista, comprensibilmente, lo fanno: le affibbiano l’etichetta di “drama queen” (dopo averle dato della puttanella da viva), le rimproverano, seppur con disperazione, la sua continua ricerca di attenzione. E trovano consolazione, alla fine, nel non poter conoscere per davvero i motivi dietro quel gesto così assoluto. Hannah è una vittima? Sì, senza ombra di dubbio. L’ambiente e le persone intorno a lei hanno contribuito al suo suicidio? Sì, e su questo 13 reasons why non si tira mai indietro.

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La scelta di allungare i tempi in cui Clay ascolta tutte le cassette è allo stesso tempo di metodo – dà modo alla storia di adattarsi al format televisivo – ma anche, in un certo senso, militante. È una lunga e dolorosa presa di coscienza collettiva sugli effetti dei nostri comportamenti quotidiani sugli altri, ci dice senza troppi mezzi termini che, quella volta, avremmo dovuto fare qualcosa di più. Riesce bene a raccontare, pur avvalendosi di molti cliché e di un ritmo non sempre all’altezza del pregevole intento, la cultura in bilico in cui crescono gli adolescenti, oggi come ai tempi di Popular dei Nada Surf.

Si è parlato molto di “bro culture” e “slut-shaming” e il fatto che sia difficile tradurre efficacemente queste espressioni non significa che gli adolescenti italiani ne siano immuni, come dimostrano i numerosi programmi di prevenzione sul cyberbullismo attivi nelle nostre scuole. Certo, 13 reasons why non è uno show privo di difetti, spesso si avvita su storyline stereotipate e inutili ai fini del racconto e non riesce a fare un buon utilizzo degli adulti, che sembrano sempre troppo drammaticamente incapaci di capire cosa succede ai loro figli, ma grazie anche alla performance dei due protagonisti (Dylan Minnette e Katherine Langford, infatti, riescono a rimanere autentici anche quando lo script si fa meno credibile), ha il merito di porsi delle domande sacrosante. Perché insegniamo alle ragazze che devono piacere per forza a tutti? Perché diciamo ai ragazzi che devono sempre prendersi tutto quello che vogliono? Come si fa a capire quando una persona è depressa? No, 13 reasons why non offre delle risposte esaurienti e rischia anche di impantanarsi in una seconda, scivolosa, stagione, ma forzandoci al binge-watching è riuscita a stimolare una discussione attorno a questi temi, e questo non è poco.

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