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My Octopus Teacher non ha messo d’accordo tutti

Il documentario sull'amicizia tra un sub e un polpo, vincitore agli Oscar, è manipolatorio o pedagogico?

09 Maggio 2021

My Octopus Teacher è un documentario sull’empatia, sui suoi limiti e sulle proiezioni che facciamo sull’altro. È il dilemma di ogni relazione, cosa vediamo davvero quando proviamo cose per qualcuno o qualcosa? Ovviamente nel documentario la questione si spinge molto in là, perché l’altro è davvero altro, un esemplare di polpo comune, forse la più extraterrestre delle specie viventi, e quindi la scala del problema è: che rapporto è sano avere con gli animali selvatici, in quanto individui e come specie umana? Tema non secondario, dal momento che siamo titolari di un’estinzione di massa in corso. Tutto questo è solo suggerito nel film, che è la storia dell’amicizia lunga un anno tra un sub e un polpo incontrato in una foresta acquatica in Sudafrica, racconta l’addomesticamento emotivo all’affetto, l’attesa, la paura e la perdita tra un uomo smarrito e una creatura aliena che sembra piena di sorprendenti risposte, una specie di versione etologica del Piccolo Principe di Saint-Exupéry, con gli stessi snodi. Forse se potessero parlare si direbbero anche cosa ci guadagni? Il colore delle alghe. È un documentario tenero, visivamente impressionante come l’ecosistema in cui è ambientato e ha vinto un Oscar allo stesso tempo meritato e figlio del senso di colpa, insomma, un classico Oscar contemporaneo. 

Il protagonista è Craig Foster, un documentarista sull’orlo del burnout (che non è il regista del documentario, ma solo personaggio e voce narrante) che inizia a nuotare ogni giorno in un tratto di oceano di difficile accesso (e quindi senza turisti) e qui incontra il polpo. Va a trovarlo ogni giorno, tra i due personaggi si crea un’intimità fisica e sentimentale che ogni tanto fa sentire scomodi, «sono io o questo tizio ci sta provando col polpo?». Il titolo italiano è Il mio amico in fondo al mare (il film è su Netflix), trascura la dinamica dell’insegnamento e sembra quasi voler ribadire: guardate che sono solo amici! C’è stato tutto un filone della conversazione social su questo presunto sottotesto sessuale, ci sono thread sulla teoria queer, gente che si interroga sul consenso del polpo e così via. Craig Foster in realtà è più un allievo del cefalopode, lo elegge a mentore in un momento di fragilità esistenziale, per imparare una serie di nozioni sulla vita, l’adattabilità, la curiosità, la scoperta e la rinascita. I polpi, con la loro intelligenza diversa dalla nostra, i tre cuori e il cervello diffuso su tutto il corpo, si prestano a questo tipo di proiezioni. Altre menti di Peter Godfrey-Smith (Adelphi) è un saggio bellissimo sull’evoluzione, ma si può leggere anche come un manuale trasformativo, il polpo è «una creatura dalle infinite possibilità» e come si fa a non voler essere un po’ così?

È una questione delicata e chi ha fatto il film ne è consapevole. Saggiamente, il polpo non ha mai un nome, è solo il polpo. Quando è in pericolo o in difficoltà il protagonista non interviene, a un livello comportamentale rispetta la neutralità dell’ecosistema. Allo stesso tempo riversa sull’animale pensieri e sentimenti umani, ne trasporta il funzionamento biologico sulla scala della morale e delle scelte, insomma, umanizza la breve favolosa esistenza del polpo e ne fa una macchina da empatia. È una linea sottile, perché le proiezioni sentimentali possono essere dannose, è come quando ci si oppone a prescindere al taglio di un albero nella foresta, anche se l’intervento selvicolturale serve a proteggere l’ecosistema nella sua interezza. La scienza è complessa e i sentimenti umani troppo elementari, primari, per essere accurati, ma la conservazione degli animali è politica e consenso, ambiti che si nutrono di empatia, preoccupazioni e proiezioni. La natura ha un problema umano, ha bisogno di soluzioni umane e quindi le conferiamo un funzionamento umano, come quando in My Octopus Teacher si racconta il polpo come madre eroica che si sacrifica morendo per i figli, come se avesse la scelta di non farlo. 

My Octopus Teacher è più un film sull’immaginazione umana che sulla natura dei polpi, è su di noi e non su di loro, e anche questo va bene, perché siamo noi il problema e perché l’ecologia ha bisogno di immaginazione, della capacità di metterci nei panni dell’altro. È una forzatura e si rischiano sciocchezze, ingenuità e anche errori, sicuramente non sapremo mai come ci si sente a essere un polpo. L’empatia è inesatta e ha dei limiti, ci spinge a scegliere, a fare gerarchie della protezione, i grandi mammiferi carismatici sì e gli insetti meno, e così via, ma è anche un passaggio insostituibile, perché non si entra nel dibattito senza sfondare la barriera emotiva, è uno strumento democratico, con tutti i limiti degli strumenti democratici. Se una mobilitazione collettiva serve, la si raggiunge solo innamorandosi, e ci innamoriamo solo di quello in cui ci rispecchiamo, lo squalo (il «cattivo» della storia) sarà sempre penalizzato nella catena alimentare dei sentimenti. Però Foster, apprendiamo alla fine, ha creato un progetto di protezione chiamato Sea Change dedicato a tutta la foresta di kelp dove è ambientato il film, comprese le specie che non vediamo mai e lo squalo che minaccia la sua amica. Documentari sulla natura come My Octopus Teacher sono manipolazioni a fin di bene, tentano (anche goffamente) l’impossibile, perché il terreno comune tra l’umano e il non umano sarà sempre l’umano. L’empatia è una scorciatoia, forse è lo strumento peggiore per proteggere gli animali, tranne tutti gli altri. 

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