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07:47 sabato 20 giugno 2026
Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

La rinascita della Mostra del cinema di Venezia

Per qualche anno se n'è parlato pochissimo, oggi è tornata a essere un riferimento nell’immaginario popolare, italiano e non solo.

29 Agosto 2018

Quattro anni fa, alla Mostra del cinema di Venezia – di cui da oggi 29 agosto fino all’8 settembre si tiene l’edizione numero 75 – il Leone d’oro lo vinse Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Era un bel film di un bravo regista (Roy Andersson, svedese): ma oggi qualcuno, fuori dal Lido, se lo ricorda? Tre anni fa trionfò, va detto con merito minore, Ti guardo dell’esordiente Lorenzo Vigas, venezuelano. Due anni fa The Woman Who Left di Lav Diaz, filippino: fece parlare (ma chi?) perché durava quattro ore, nelle sale italiane non è nemmeno uscito. L’anno scorso il vincitore è stato La forma dell’acqua di Guillermo del Toro. Parecchi cinéphile lagunari hanno storto il naso: mica sarà grande cinema, questo. Sei mesi dopo quel film avrebbe vinto quattro premi Oscar, tra cui la statuetta per il miglior film e quella per il miglior regista. Conta? Non conta? Non importa. Certo è che il pubblico questo Leone se lo ricorda. Solo in Italia il film ha incassato più di otto milioni e mezzo di euro, quasi duecento nel mondo.

Questa premessa non serve a commentare gli esiti dei festival. I premi li assegnano le giurie, che sono ogni anno composte da artisti messi insieme a caso: il risultato è, per forza di cose, soggettivo e imprevedibile. Serve, piuttosto, a raccontare un’inversione di marcia. La Venezia che qualche anno fa sonnecchiava ora è tornata un riferimento nell’immaginario popolare. O almeno così sembra. Conta? Non conta (ai fini del discorso prettamente cinematografico)? Neanche questo importa. Importa la fotografia della sua creatura che il direttore Alberto Barbera vuole consegnare oggi: un happening a forte impronta cinefila ma anche un palcoscenico blindato per le grandi major (i poteri forti!), un luogo per i puristi del cinema d’essai (a patto che esista ancora) ma non alieno alle nuove possibilità dell’audiovisivo (leggi: Netflix. Ci arriviamo subito).

La locandina di Roma di Alfonso Cuarón, prodotto da Netflix.

Questa fotografia pare oggi più nitida che mai. Il presidente della giuria di quest’anno è Guillermo del Toro, premiato nell’ultima edizione, appunto. In concorso c’è il suo connazionale (e amico: conflitto d’interessi!) Alfonso Cuarón, con un’operona intitolata Roma (Virginia Raggi non c’entra niente: è una saga famigliare nella Città del Messico degli anni Settanta). Il film è prodotto da Netflix, ragion per cui (pare) a maggio è stato escluso dal cartellone di Cannes: il direttore Thierry Frémaux l’ha data vinta ai distributori ed esercenti francesi, impegnati a salvare le loro sale di fronte al dilagare dello streaming. Questi pochi gradi di separazione confermano una sinergia che pare ormai sottesa alla Mostra di Venezia, un territorio per autori nati fuori dai circuiti mainstream, cresciuti con il cinema indipendente, amati dai cinefili, che oggi sono diventati grandi nomi della cultura pop e pezzi cruciali dell’industria hollywoodiana. Di più, hanno fatto il giro: vengono addirittura finanziati dai nuovi network che mettono in crisi la produzione e la distribuzione tradizionali.

Barbera, di certo anche in risposta al protezionismo del rivale Frémaux, l’ha detto chiaro e tondo: non si può arginare la Storia. Che oggi è fatta di nuovi attori sul mercato. Tradotto: se un regista come Cuarón viene sovvenzionato da Netflix, un festival non dovrebbe forse prendere il suo ultimo film? Per quale motivo? Non fa forse Cinema (maiuscolo) come lo si intendeva una volta? Sono domande retoriche, ma non per tutti. Pure i distributori e gli esercenti italiani si sono lamentati di questa massiccia presenza della casa di Ted Sarandos al Lido. Vale a dire sei titoli, di cui tre in concorso: oltre a Cuarón, 22 July di Paul Greengrass, sulla strage di Utoya, e il western The Ballad of Buster Scruggs, diretto da – udite udite – i fratelli Coen (fuori concorso c’è invece l’inedito di un regista minore: Orson Welles). Ma, a differenza della potentissima gilda dei colleghi francesi che riesce a mettere in scacco un festival, quelli di casa nostra restano gnègnè da corridoi romani: qui al Nord non arrivano, o almeno si finge di non ascoltarli. A Venezia non si usa. Si va avanti verso la contemporaneità, anche perché si è capito che è la strada più furba e fruttuosa da percorrere.

La locandina del film di apertura: First Man di Damien Chazelle con Ryan Gosling

Accanto ai nuovi colossi della produzione, c’è la buona vecchia Hollywood, che si arrabatta come può per sfornare film che il grande pubblico voglia andare a vedere: film che non siano supereroi con la tutina o spin-off di Star Wars, s’intende. Apre la settantacinquesima Mostra Il primo uomo di Damien Chazelle, con Ryan Gosling nel ruolo di Neil Armstrong. Chazelle è stato consacrato a Venezia due anni fa con La La Land, glorioso intrattenimento d’autore che più classico non si può, di quei titoli che fanno contenti critici e pubblico e che poi sbancano la cosiddetta Awards Season (sei premi Oscar). Conta? Non conta? Stavolta la risposta è: sì. Per un festival, oggi, conta eccome. Contano i film con Lady Gaga (debuttante alla Mostra con A Star Is Born di Bradley Cooper), contano le prime puntate dell’Amica geniale (produzione Hbo più Rai) mostrate ai giornalisti di tutto il mondo, contano i tappeti rossi con Emma Stone e Natalie Portman, Jake Gyllenhaal e Jude Law. Contano, perché solo così si può tenere in piedi tutto il resto. I piccioni svedesi, le opere prime venezuelane, i mélo filippini: non sarà Guillermo o chi per lui a toglierveli, state tranquilli. Né tantomeno Netflix, che anzi questi autori, per così dire, esotici è sempre più interessato a produrli. E conta l’Hotel des Bains che riapre quest’anno dopo quasi un decennio, e cioè il grande albergo vista laguna di Morte a Venezia di Luchino Visconti. La morte a Venezia c’era davvero, adesso forse si può stracciare il testamento biologico.

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