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LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

La rinascita della Mostra del cinema di Venezia

Per qualche anno se n'è parlato pochissimo, oggi è tornata a essere un riferimento nell’immaginario popolare, italiano e non solo.

29 Agosto 2018

Quattro anni fa, alla Mostra del cinema di Venezia – di cui da oggi 29 agosto fino all’8 settembre si tiene l’edizione numero 75 – il Leone d’oro lo vinse Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Era un bel film di un bravo regista (Roy Andersson, svedese): ma oggi qualcuno, fuori dal Lido, se lo ricorda? Tre anni fa trionfò, va detto con merito minore, Ti guardo dell’esordiente Lorenzo Vigas, venezuelano. Due anni fa The Woman Who Left di Lav Diaz, filippino: fece parlare (ma chi?) perché durava quattro ore, nelle sale italiane non è nemmeno uscito. L’anno scorso il vincitore è stato La forma dell’acqua di Guillermo del Toro. Parecchi cinéphile lagunari hanno storto il naso: mica sarà grande cinema, questo. Sei mesi dopo quel film avrebbe vinto quattro premi Oscar, tra cui la statuetta per il miglior film e quella per il miglior regista. Conta? Non conta? Non importa. Certo è che il pubblico questo Leone se lo ricorda. Solo in Italia il film ha incassato più di otto milioni e mezzo di euro, quasi duecento nel mondo.

Questa premessa non serve a commentare gli esiti dei festival. I premi li assegnano le giurie, che sono ogni anno composte da artisti messi insieme a caso: il risultato è, per forza di cose, soggettivo e imprevedibile. Serve, piuttosto, a raccontare un’inversione di marcia. La Venezia che qualche anno fa sonnecchiava ora è tornata un riferimento nell’immaginario popolare. O almeno così sembra. Conta? Non conta (ai fini del discorso prettamente cinematografico)? Neanche questo importa. Importa la fotografia della sua creatura che il direttore Alberto Barbera vuole consegnare oggi: un happening a forte impronta cinefila ma anche un palcoscenico blindato per le grandi major (i poteri forti!), un luogo per i puristi del cinema d’essai (a patto che esista ancora) ma non alieno alle nuove possibilità dell’audiovisivo (leggi: Netflix. Ci arriviamo subito).

La locandina di Roma di Alfonso Cuarón, prodotto da Netflix.

Questa fotografia pare oggi più nitida che mai. Il presidente della giuria di quest’anno è Guillermo del Toro, premiato nell’ultima edizione, appunto. In concorso c’è il suo connazionale (e amico: conflitto d’interessi!) Alfonso Cuarón, con un’operona intitolata Roma (Virginia Raggi non c’entra niente: è una saga famigliare nella Città del Messico degli anni Settanta). Il film è prodotto da Netflix, ragion per cui (pare) a maggio è stato escluso dal cartellone di Cannes: il direttore Thierry Frémaux l’ha data vinta ai distributori ed esercenti francesi, impegnati a salvare le loro sale di fronte al dilagare dello streaming. Questi pochi gradi di separazione confermano una sinergia che pare ormai sottesa alla Mostra di Venezia, un territorio per autori nati fuori dai circuiti mainstream, cresciuti con il cinema indipendente, amati dai cinefili, che oggi sono diventati grandi nomi della cultura pop e pezzi cruciali dell’industria hollywoodiana. Di più, hanno fatto il giro: vengono addirittura finanziati dai nuovi network che mettono in crisi la produzione e la distribuzione tradizionali.

Barbera, di certo anche in risposta al protezionismo del rivale Frémaux, l’ha detto chiaro e tondo: non si può arginare la Storia. Che oggi è fatta di nuovi attori sul mercato. Tradotto: se un regista come Cuarón viene sovvenzionato da Netflix, un festival non dovrebbe forse prendere il suo ultimo film? Per quale motivo? Non fa forse Cinema (maiuscolo) come lo si intendeva una volta? Sono domande retoriche, ma non per tutti. Pure i distributori e gli esercenti italiani si sono lamentati di questa massiccia presenza della casa di Ted Sarandos al Lido. Vale a dire sei titoli, di cui tre in concorso: oltre a Cuarón, 22 July di Paul Greengrass, sulla strage di Utoya, e il western The Ballad of Buster Scruggs, diretto da – udite udite – i fratelli Coen (fuori concorso c’è invece l’inedito di un regista minore: Orson Welles). Ma, a differenza della potentissima gilda dei colleghi francesi che riesce a mettere in scacco un festival, quelli di casa nostra restano gnègnè da corridoi romani: qui al Nord non arrivano, o almeno si finge di non ascoltarli. A Venezia non si usa. Si va avanti verso la contemporaneità, anche perché si è capito che è la strada più furba e fruttuosa da percorrere.

La locandina del film di apertura: First Man di Damien Chazelle con Ryan Gosling

Accanto ai nuovi colossi della produzione, c’è la buona vecchia Hollywood, che si arrabatta come può per sfornare film che il grande pubblico voglia andare a vedere: film che non siano supereroi con la tutina o spin-off di Star Wars, s’intende. Apre la settantacinquesima Mostra Il primo uomo di Damien Chazelle, con Ryan Gosling nel ruolo di Neil Armstrong. Chazelle è stato consacrato a Venezia due anni fa con La La Land, glorioso intrattenimento d’autore che più classico non si può, di quei titoli che fanno contenti critici e pubblico e che poi sbancano la cosiddetta Awards Season (sei premi Oscar). Conta? Non conta? Stavolta la risposta è: sì. Per un festival, oggi, conta eccome. Contano i film con Lady Gaga (debuttante alla Mostra con A Star Is Born di Bradley Cooper), contano le prime puntate dell’Amica geniale (produzione Hbo più Rai) mostrate ai giornalisti di tutto il mondo, contano i tappeti rossi con Emma Stone e Natalie Portman, Jake Gyllenhaal e Jude Law. Contano, perché solo così si può tenere in piedi tutto il resto. I piccioni svedesi, le opere prime venezuelane, i mélo filippini: non sarà Guillermo o chi per lui a toglierveli, state tranquilli. Né tantomeno Netflix, che anzi questi autori, per così dire, esotici è sempre più interessato a produrli. E conta l’Hotel des Bains che riapre quest’anno dopo quasi un decennio, e cioè il grande albergo vista laguna di Morte a Venezia di Luchino Visconti. La morte a Venezia c’era davvero, adesso forse si può stracciare il testamento biologico.

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