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C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento è che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.
L’Ucraina aiuterà gli Stati Uniti ad abbattere i droni iraniani perché sa già come si fa visto che sono gli stessi droni che usa la Russia Non c'è un esercito in Europa, e forse nel mondo, che conosca i famigerati droni Shahed come li conosce l'esercito ucraino.
Mitski ha organizzato un listening party del suo nuovo disco solo per gatti in un cat café Sul suo canale YouTube c'è anche un video ASMR in cui fa l'unboxing del vinile circondata da gatti incuriositi.
Una ricerca ha dimostrato che i maschi della Gen Z credono che le mogli debbano obbedire ai mariti molto di più dei maschi Boomer E si tratta di una delle più grandi ricerche di questo tipo mai fatte: sono state intervistate 23 mila persone in 29 Paesi in tutto il mondo.

Michaela Coel, l’autrice dell’anno che critica la tv

Poco prima di vincere l'Emmy per I May Destroy You, ha pubblicato Misfits: A Personal Manifesto, un libro su come si raccontano i disadattati partendo proprio dalla sua storia.

22 Settembre 2021

Quando Michaela Coel va a scuola di teatro, una delle prime cose che mettono in chiaro i suoi insegnanti è che nessuno degli studenti avrebbe mai fatto veramente i soldi, che il loro compito era solo di raccontare delle storie, e di farselo piacere. All’inizio l’idea non le dispiace, «tutti noi insieme, mossi dal desiderio di narrare, rasentando la povertà, che urliamo “sì, facciamolo!». Fino a quando, durante una stranissima lezione, agli studenti viene chiesto di correre verso un punto A se i loro genitori hanno una casa di proprietà, e se non ce l’hanno verso B: Coel si trova da sola al punto B. Così torna a casa, apre il suo blog e inizia a scrivere «della forza che nasce dalla mancanza di una rete di salvataggio, di iniziare una carriera senza un terreno stabile sotto di te». Da allora Michaela Coel, afroinglese, racconta proprio quelle storie, di personaggi che di solito non verrebbero mai presi in considerazione e rendendoli persino protagonisti attraverso ruoli che interpreta lei stessa. Lo ha fatto in Chewing Gum (2017), la sua prima serie su una ragazzina cattolica che decide di voler perdere la verginità a tutti i costi, poi con I May Destroy You (2020), che racconta di una blogger londinese che deve fare i conti con uno stupro di cui è appena stata vittima; lo farà in un nuovo capitolo della Marvel. Questi sono i personaggi della televisione del futuro, dice, ma a una condizione: di far rispettare le loro condizioni.

È quello che scrive in Misfits: A Personal Manifesto, il suo primo libro uscito nel Regno Unito questo mese, che dovrebbe essere una specie di lettura obbligatoria per tutti e non solo per quelli che dopo quella serie inglese della E4 (Misfits) continuano a definirsi misfit, disadattato, un po’ sfigato. In realtà il manifesto non è altro che il discorso chiamato “MacTuggard Lecture” che Coel ha tenuto nel 2018 all’Edinburgh TV Festival e che ha poi raccolto in questo volumetto di appena 128 pagine. Perché i momenti in cui Coel sale sul palco e le telecamere la inquadrano sono sempre, in qualche modo, una lezione, come l’altra sera alla cerimonia degli Emmy, in cui ha vinto per la migliore sceneggiatura di una miniserie sbaragliando una concorrenza composta da candidati tutti uomini e tutti bianchi (lei è la prima autrice nera a vincere nella categoria). Sembrava non voler salire sul palco all’inizio, e poi ha parlato meno di tutti, selezionando le parole col contagocce: ma è stata l’unica che, oltre a ringraziare gli amici e i produttori già seduti in sala ha parlato a chiunque la ascoltasse, a chi era nelle ultime file o a casa, quelli che lei chiama tanto amorevolmente “misfits”: «Scrivete la storia che vi fa paura, che vi rende insicuri, che non è confortante, vi sfido».

Come spiega nel libretto, alla definizione canonica di “misfit”, e cioè qualcuno che non appartiene a nessun gruppo, ha aggiunto una piccola variazione: «Il termine “misfit”, disadattato, assume due connotazioni: uno, è disadattato chi guarda alla vita in modo diverso; due, altri, invece, sono resi disadattati perché è la vita che guarda loro in modo diverso». Michaela Coel è una “misfit” autodichiarata, spiega che se ne è accorta quando, da piccola, dalla sua casa all’interno di un complesso residenziale sociale in centro a Londra notava la differenza tra l’abbigliamento di chi le passava davanti per dirigersi alla Bank of England e quello della sua famiglia. Lo è rimasta all’università, prima studentessa nera accettata nel suo corso, fino a quando si è trovata da sola nel punto B alla classe di recitazione. Secondo Coel, essere disadattato è uno stato di grazia, «semplicemente significa non essere interessato al commerciale e non provare attrazione dal mondo convenzionale».

Il punto a cui arriva nel libro è che c’è stato un periodo, fino a qualche anno fa, in cui le loro storie non venivano nemmeno prese in considerazione; serviva una narrazione dominante, nella quale in molti si potessero riconoscere o in cui sognare di vivere, la prestige television. «Ultimamente i canali, le compagnie di produzione e i servizi streaming si trovano a cercare disperatamente i disadattati perché sanno che ora portano profitto», scrive, spiegando come simili personaggi e caratteri che prima venivano trascurati ora sembrano invece risuonare improvvisamente con il momento culturale.

Il problema, però, è che bisogna rendere appetibili queste storie al pubblico di prima: vogliono la narrazione degli outsider, ma vogliono essere loro a raccontarla. Al contrario, nella sua Lecture e quindi nel volume, Coel fa sapere che c’è un’altra strada, che è importante raccontare la propria storia con i propri termini, che rappresentazione e autenticità sono importanti sì, ma non in un discorso collegato alla cultura woke di superficie. Volevano che Chewing Gum, la sua prima serie, la firmasse come ideatrice e non come autrice e produttrice, «ma senza un team di autori e una bella storia, cos’altro c’è sullo schermo a ispirare i disadattati? Ah, Love Island». Per questo il libro si muove tra i mondi della televisione e dell’editoria costruendo una critica all’industria culturale, e soprattutto alla sua pretesa di inclusività e diversità.

In Misfits: A Personal Manifesto c’è Michaela Coel autoriflessiva (è a tratti un memoir e una seduta dallo psicologo), provocatoria (è determinata a cambiare il sistema di rappresentazione televisivo parlando direttamente a chi la televisione la fa), c’è la comica («ho scoperto che dormire non è qualcosa che fai profondamente o ogni sera, ma solo qualche sera, come il sesso anale»), come l’abbiamo conosciuta in I May Destroy You, quando interpretava la blogger disadattata in crisi per il secondo libro. Alla fine il libro l’ha pubblicato, come Michaela Coel, disadattata come il suo personaggio, che alla fine su quel palco ci è salito e ha tenuto un discorso profondamente necessario.

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