Attualità | Dal numero

Il Metodo Montessori ci può aiutare a ripensare la scuola?

Nel numero in edicola dal 2 ottobre, maestri ed esperti ci hanno spiegato come la lezione della scienziata nata 150 anni fa può aiutarci a immaginare il futuro dell’apprendimento.

di Arianna Giorgia Bonazzi

Settembre 1919: i bambini sviluppano le loro capacità di problem solving in una scuola Montessori (Foto di Davies / Topical Press Agency / Getty Images)

In occasione del centocinquantesimo anniversario dalla nascita di Maria Montessori, che coincide casualmente con l’apice d’attenzione rivolta dai media alle scuole in decenni, l’affermazione migliore che ho raccolto nel giro di voci tra associazioni lombarde fedeli al Metodo è «alla Montessori non piacevano particolarmente i bambini, anzi la annoiavano anche un po’». Mi sembra un ottimo grimaldello per entrare nella biografia di un personaggio che, come racconta il documentario W Maria Montessori di Emanuela Audisio disponibile su Sky, pianse di commozione per la scoperta di Guglielmo Marconi, ma non versò una lacrima rinunciando alla tutela del proprio figlio per girare il mondo, né raccontò una singola fiaba ai nipoti.

Diversa dalla grinzosa maestrina azzurro-viola sulle mille lire che si è fissata nell’immaginario italiano, la Montessori era invece una scienziata il cui oggetto di ricerca era il cervello umano nella fase evolutiva (che questo implicasse un rapporto coi bambini, pare accidentale), un medico femminista in una facoltà di uomini che teorizzavano l’inferiorità biologica femminile, una star acclamata dai divi di Hollywood, una nemica del generale Franco con una scuola dentro la Sagrada Familia, una donna d’affari corteggiata dai banchieri olandesi, che piaceva a Freud e Gandhi, e in India ebbe a disposizione un intero bosco di palme, piantato apposta perché potesse osservare i bambini manipolare banane e argilla.

Io mi sono avvicinata a questa ricerca con la tipica spocchia del genitore non montessoriano, vittima di tutta quella retorica della “serenità” che è fiorita negli anni attorno al mito, e le mie vaghe sovrastrutture New Age si sono dovute sgretolare man mano che cozzavo col rigore di Montessori: una che chiamava i giochi “lavori” e le proposte di attività “comandi”. Sicuramente non sono l’unica ad avere avuto le idee confuse, nell’ondata modaiola che negli ultimi anni ha reso Montessori una hit, con valanghe di scuole ispirate e giocattoli senza certificazione ufficiale: l’ingegnere Mario Valle mi racconta che perfino alcuni maestri oggi travisano il concetto montessoriano di “educazione cosmica” insegnandola come fosse una materia, tipo educazione ambientale, mentre Montessori la intendeva come approccio interdisciplinare al sapere, perché le grandi scoperte scientifiche si fanno mettendo insieme campi che non sembravano interconnessi. Anche gli “esercizi di vita pratica”, che, per lo sbalordimento dei milionari cinesi, consistono nel far fare ai loro figli le faccende domestiche, non avevano a che fare con lezioni d’umiltà, quanto con il rinnegamento della concezione cartesiana, dove il mondo psichico e quello fisico sono separati. Per Montessori, l’apprendimento passa dall’affinamento delle abilità motorie, come hanno confermato molto dopo tutti gli studi di neuroscienze a riguardo.

Questo articolo fa parte dello speciale Reimparare a imparare, che prova a rispondere a un’esigenza che la pandemia ha sicuramente accelerato: e se fosse arrivato il momento di ripensare l’apprendimento e l’istruzione? Dal nuovo numero di Rivista Studio, in edicola dal 2 ottobre.

Il silenzio che caratterizza il clima delle aule deriva dalla concentrazione che i bambini ottengono svolgendo i lavori, che un tempo servì a Montessori per normalizzare i cosiddetti bimbi “oligofrenici”, e che, invece, per noi moderni, assieme all’abolizione dell’orario, di campanelle e materie, diventa sinonimo di meditazione per bambini con agende da manager. Il maestro Andrea Castagna mi racconta che, con la riapertura, la scuola pubblica di via Quarenghi, la più antica di Milano a vantare sezioni Montessori, dove le aule hanno tutte accesso al giardino con stagno e orto, ha ricevuto dal comune una dotazione di tende da camping per lavorare all’aperto; mentre Elena Albieri, direttrice didattica della paritaria di via Arosio, attiva dal 1984, quand’era solo un prefabbricato, si è dotata di verande per le attività in giardino. Anche in questo caso, lavorare all’aperto per Montessori non era sinonimo di fricchettonaggine, ma significava partire dal movimento del corpo nello spazio e dalla sperimentazione, per arrivare a contemplare concetti astratti come verbi o numeri.

«Per introdurre il verbo correre», mi racconta il maestro Castagna, «porto i bambini fuori a correre spiegando loro che il nome è e il verbo fa». Se durante il lockdown questo maestro ha patito la frontalità della webcam, e si è fatto aiutare dai genitori a ricostruire i materiali del Metodo in cartone, col rientro, sebbene sanificabili e in uso, i materiali non saranno la priorità. A guidare sarà, naturalmente, il bambino, ragion per cui a via Arosio hanno provato e accantonato le visiere perché non piacevano ai bambini. Mentre parlavo con gli esperti, volevo per forza irrigidirmi perché il Metodo, in Italia, è rimasto privilegio delle scuole private. Costanza Locatelli, referente della Rete Montessori, mi ha spiegato che, se è vero che la cesura risale alla rottura tra Mussolini e Montessori, e che alcuni limiti alla diffusione del Metodo potrebbero essere legati ai suoi costi, alla base della questione ci sono ragioni filosofiche, prima che storiche o economiche.

Montessori appartiene a un panorama di non direttività, e arriva in un ambiente culturale del tutto sfavorevole. La scuola montessoriana è una scuola positivista diametralmente opposta a quella idealista della riforma Gentile. Sebbene benedetta da più d’un papa, Montessori ha una visione del bambino competente e non bisognoso dell’adulto, incompatibile col bambino cattolico, macchiato dal peccato originale, che è da salvare e da riempire come un vaso. E la maggior parte delle scuole magistrali, in Italia, erano gestite da enti religiosi. Perfino oggi, un sacco di insegnanti, dopo l’università, arrivano a fare formazione montessoriana del tutto digiuni da qualsiasi rudimento, e appena capiscono che devono rimanere in disparte a osservare 25 bambini che svolgono 25 attività diverse, dicono “no grazie”.

La buona notizia, per chi si racconta di aver scelto la scuola pubblica per convinzione, è che la rivoluzionaria idea del bambino di Montessori è penetrata nella scuola tradizionale molto più di quanto si pensi.

Siccome io mi incaponisco a sospettare che i montessoriani siano dei fighetti, Elena Albieri di Arosio mi spiega che le Montessori di Milano non c’entrano niente coi collegi dell’alta borghesia, e che se le scuole paritarie – Onlus, cooperative, fondazioni – non avessero mantenuto in vita il Metodo, oggi non sarebbe nemmeno possibile aprire tutte le sezioni pubbliche che fioccano in città (è successo, grazie all’impegno dell’associazione di genitori MeMo, presieduta da Lavinia Galli, negli istituti Riccardo Massa, Ilaria Alpi, Arcadia e Anna Frank di Cinisello Balsamo). Il merito delle “scolette” che abbondavano a Milano, Bergamo, Brescia è stato quello di essere partite dalla conoscenza diretta con le allieve di Maria e coi suoi discendenti, per tramandarne il pensiero anche quando l’Opera Montessori, l’ente morale da lei stessa presieduto, e così attivo negli anni in cui vi collaboravano le mogli di Aldo Moro e Craxi, smise per anni di fare formazione. Così, su base autonoma, le associazioni portavano avanti la delicata restaurazione di materiali originali montessoriani, come ad esempio l’incredibile striscia della vita che c’è a Bergamo, un lungo cartellone che ripercorre il sorgere delle forme di vita dal trilobite all’uomo è che è stata aggiornata con le recenti scoperte. La buona notizia per chi come noi si racconta di aver scelto la scuola pubblica per convinzione, è che la rivoluzionaria idea del bambino di Montessori è penetrata nella scuola tradizionale molto più di quanto si pensi.

Nei racconti dei docenti, trovavo molti punti in comune con la mia esperienza di genitore della grande scuola del “tutti zitti”: non abbiamo certo l’angolo della psico-grammatica, ma c’è più attenzione allo stato d’animo dei bambini, i sì e no al posto dei voti nelle verifiche, la personalizzazione dei percorsi e il rispetto dei tempi di tutti, che nella classe di mia figlia è rappresentato da un’emblematica tartarugona. Me ne danno la conferma più o meno tutti gli esperti con cui parlo. Il maestro Castagna, per esempio, mi fa notare che le indicazioni nazionali pubblicate l’anno scorso dal ministero dell’Istruzione su Indire, sono letteralmente cucite addosso a Montessori. Diversi metodi a lei coevi (penso alla meno rigida Pizzigoni, di cui a Milano è ancora presente una scuola pubblica con arnie, fattoria e piscina; e alla Goldschmied, l’ideatrice del gioco non strutturato e della cesta dei tesori, che si pratica da sempre nei nidi milanesi), sono stati pervasi dalla medesima fiducia nel bambino. E la maggior parte di scuole sperimentali o tendenze educative sbocciate negli ultimi anni vengono evidentemente da un ammollo nello stesso spirito del tempo. Il laboratorio di Cenci di Franco Lorenzoni, il metodo Bimbisvegli di Giampiero Monaca, le sezioni senza zaino, l’asilo del mare e del bosco, l’educazione diffusa, la peer education, la classe ribaltata, sono tutti ripescamenti più o meno consci dalle scoperte di Montessori.

E alcuni di questi approcci, come la scuola all’aperto, sono stati oggetto della formazione obbligatoria seguita in quarantena dagli insegnanti della scuola materna di Milano con l’Università Bicocca e la Cattolica, come mi racconta Ilaria De Paoli, dell’Ufficio Interventi di Sostegno del Comune; il tutto mentre i genitori dei quartieri si organizzavano in esperienze come “Tutti fuori per la scuola”, dove i professionisti di Dergano spiegavano le diverse materie ai figli disegnando coi piedi nel prato del parco.

Ma per non rischiare di ridurre il Metodo alla genericità del selvaggio felice, vorrei citare un ultimo sostegno scientifico alla sua attualità. Il cervello dell’essere umano non è evoluto rispetto a quando, cinquemila anni fa, Sapiens inventò la scrittura; ma esiste una cosa, chiamata effetto Flynn, per cui ogni decennio il Qi dell’umanità aumenta di 3 punti in conseguenza dell’apprendimento. Mario Valle mi racconta che questo indice si sta abbassando, probabilmente a causa del tipo di stimoli che diamo alle nuove generazioni, e che gli strumenti Montessori, come ad esempio gli incastri geografici, a prima vista così antichi e polverosi, hanno una motivazione cognitiva profonda e facilitano l’acquisizione di capacità spaziali fondamentali nell’ambito di matematica, scienza e tecnologia, incidendo positivamente sul dilagare dei disturbi dell’attenzione nei nativi digitali. Al tempo stesso, Valle, che su questo ha scritto un tomo, mi assicura che Montessori non sarebbe stata nemica delle nuove tecnologie, le quali, a partire da una certa età, sono in effetti integrate nelle sue scuole.

Parlando di tecnologia, mi viene in mente che il messaggio di Montessori non è stato travisato solo in senso New Age, ma anche liberal: è buffo pensare che la sua principale pubblicità oggi ruoti attorno agli inventori di Google, Amazon e Wikipedia. Quando Montessori parlava di successo formativo del bambino, non pensava a quel tipo di successo. E forse dovremmo smettere di associare alla Silicon Valley la donna che, nell’India post-coloniale, formò migliaia di insegnanti nell’ottica di rifondare un Paese democratico nelle mani di cittadini più liberi e uomini di pace. Perché, tornando alla frase d’apertura di Rosa Giudetti, presidente dell’Associazione di Brescia, alla Montessori «non interessavano poi tanto i bambini», perché il suo era un intervento sull’umanità intera.

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