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L’istinto di Matilda De Angelis

Incontro con una delle più promettenti attrici italiane.

05 Ottobre 2018

La sera prima di incontrare Matilda De Angelis (1995, Bologna) cerco le sue interviste su YouTube, come faccio ogni volta che devo intervistare qualcuno. Su Instagram la seguo dal 12 giugno, e cioè da quando l’ho vista dimenarsi e cantare usando il phon come microfono nel video di “Felicità Puttana” dei Thegiornalisti. Ho già guardato tre dei suoi film: Veloce come il vento, del 2016, Youtopia e Una vita spericolata, usciti quest’anno. Mi mancano Una famiglia e Il premio (entrambi del 2017). Qualche giorno prima di intervistarla mi prefiggo di sopportare almeno una puntata di Tutto può succedere, la serie Rai che l’ha fatta conoscere al grande pubblico (e si è conclusa proprio questo agosto, dopo tre anni e tre stagioni), in cui Matilda interpreta Ambra, figlia di madre single e aspirante cantante. Lo faccio controvoglia, perché non guardo una serie tv di questo genere dai tempi di Un medico in famiglia (era il 1998). Grave, gravissimo errore: per settimane (ormai sono diventati mesi) trascorro infinite quantità di ore seguendo le disavventure della famiglia Ferraro.

Tornando alle interviste su YouTube: ce n’è una a Berlino, abbastanza recente, in cui Matilda dice che uno dei ruoli che le piacerebbe interpretare è quello di un maschio. Quando la incontro, a Milano, in un’afosa mattinata di luglio – lei è fresca come una rosa, con una pelle da bambina e i capelli scarmigliati – le chiedo se ha sentito parlare del caso di Scarlett Johansson. Risponde di no, allora riassumo: Johansson doveva interpretare una donna che diventa uomo nel film Rub and Tug. Ma la comunità trans è insorta: secondo loro, sarebbe stato corretto dare la parte a un vero transessuale. Johansson ha detto «avete ragione» e ha deciso di ritirarsi. Per criticare la scelta dell’attrice si è scomodato perfino Bret Easton Ellis, che sulle pagine di Vanity Fair ha scritto un pezzo dal titolo “Scarlett, dovevi resistere”.

Pur non avendo letto l’articolo di BEE, Matilda commenta usando più o meno le stesse parole dello scrittore: «Sono convinta che, per un attore, la sfida sia proprio quella di interpretare un ruolo con cui non si ha nulla a che fare. È un lavoro di empatia, immedesimazione. Certo, esiste anche un cinema “verista”: voglio un tossicodipendente, vado in un centro di recupero a prenderne uno. Ma il lavoro dell’attore è un’altra cosa, è sempre e comunque un’arte della metamorfosi. Osservare una donna che più donna non si può, come Scarlett Johansson, trasformarsi in un uomo sarebbe stato molto interessante e affascinante. Credo che molte persone non abbiano ancora capito bene qual è il senso del mestiere dell’attore. Spesso i giornalisti mi chiedono “cos’hai in comune col tuo personaggio?”, come se io non facessi, ogni volta, un lavoro di trasformazione! Certo, può capitare che la persona che interpreto abbia qualcosa che mi somigli, ma il mio compito è interpretare: in realtà, col mio personaggio, spero sempre di avere in comune il meno possibile».

In Tutto può succedere Matilda interpreta la parte di una ragazza grintosa e intelligente, con un temperamento da artista. Non vorrei farla arrabbiare suggerendo che, forse, a quel personaggio somiglia davvero. Allora mi metto a parlare di Instagram. Fino a poco tempo fa gli attori e i cantanti venivano paparazzati e raccontati dai giornalisti, ora sono chiamati a diventare narratori di loro stessi. Nei suoi post Matilda fa un po’ la sexy, con quell’eleganza innata e quasi ruvida che la contraddistingue. Ma le sue Storie sono spontanee e divertenti (non ricorda dove ha parcheggiato la macchina dopo una serata / balla da sola in una camera d’albergo / il cane le ruba una ciabatta infradito e se la porta via). Le chiedo se qualcuno la aiuta col suo profilo. «Nessuno, lo gestisco da sola. Penso che uno dei lati positivi dei social sia che hanno facilitato la comunicazione con quelli che prima erano dei divi. Una delle caratteristiche fondamentali del divismo era proprio l’inaccessibilità. Questo è buono, perché è ora di smettere di mitizzare i personaggi pubblici: spesso ci si dimentica che la loro è una professione, che al di là di quello sono esseri umani. D’altra parte, però, uno strumento così bello, così democratico, dà la possibilità a tutti i più coglioni del mondo di esprimere la loro opinione, di venire da te, e ti senti invaso, è come se qualcuno entrasse in casa tua e iniziasse a spaccare tutti i mobili e…». La interrompo: «Il problema è che non hai nemmeno il diritto di incazzarti: la porta di casa l’hai lasciata aperta tu». «Infatti, è proprio così», si ricompone (si era un po’ infervorata). «Devo dire che prima ero molto più istintiva, adesso ho capito come funziona: intervengo solo se leggo commenti gravemente offensivi, altrimenti lascio perdere».

Recentemente ha postato un video in cui canta, ricordando ancora una volta che ha una voce incredibile. «Da piccola volevo diventare una cantante. Non ho mai pensato di voler fare l’attrice. Il mio momento d’oro è arrivato a 16 anni, quando ho iniziato a cantare con i Rumba de Bodas, a Bologna. Eravamo in otto, giravamo l’Europa con un furgoncino giallo – un Iveco scassato del ’98 – io ero l’unica femmina. Facevo il liceo scientifico e a un certo punto sparivo. Il professore chiedeva ai miei compagni: “Ma De Angelis?”, e loro: “È in tour col gruppo!”. Non volevo diventare famosa… mi piaceva – mi piace – cantare, tutto qui. È quello che amo fare».

Dopo i Rumba de Bodas (che esistono ancora), Matilda è riuscita a coniugare la musica con il suo lavoro di attrice: «Posso farlo perché continuo a trovare persone che me ne danno l’opportunità. Il mio personaggio in Tutto può succedere era già una cantante (la serie è un adattamento dell’americana Parenthood, nda). Quindi la parte musicale c’era fin dall’inizio, ma dopo avermi conosciuto i produttori e gli sceneggiatori hanno deciso di darle molto più spazio». Il brano che ha cantato per Veloci come il vento è stato candidato ai David di Donatello, quello che interpreta nel Premio di Alessandro Gassmann («ma lì c’è anche Wrongonyou, un musicista romano, bravissimo», ci tiene a specificare) è stato candidato ai Nastri D’Argento.

E a proposito di musica e di cantanti: Tommaso Paradiso. Sono in molti a pensare che si sia “venduto”. «Credo che i primi due album dei Thegiornalisti siano due perle della musica indipendente italiana. Ma non penso assolutamente che dopo di quelli Tommaso si sia snaturato: ha semplicemente dato spazio a una parte che era già dentro di lui e lo rende felice. Non è facile essere pop, e lui ci riesce». «Ma è così antipatico come sembra?» (non riesco a trattenere questa domanda: forse dovevo evitare). «È un ragazzo timido, e spesso la timidezza viene confusa con la superbia. Io lo capisco perché è stata la mia piaga, al liceo. “Se la tira”, dicevano. No, mi facevo i fatti miei: sono una persona riservata. Per farti capire com’è Tommaso, ti dico solo che per propormi di fare il video ha fatto una cena a casa sua e ha cucinato per tutti».

«Quindi il tuo sogno sarebbe fare un disco?», azzardo. «Mi piacerebbe molto fare un disco. Chissà, magari lo farò… ma i progetti a cui mi sto dedicando oggi mi appassionano: sono concentrata sul presente». «E allora qual è il tuo sogno?» – fissata con questa storia del sogno – «ci sarà pure un regista che ti fa fantasticare». Lei ride: «È che lo dico in tutte le interviste… spero che almeno apprezzi la mia tenacia». La fermo: «Aspetta. Voglio provare a indovinare». «Dunque, la volta in cui abbiamo avuto meno gradi di separazione è stato in Youtopia. Il mio personaggio vive una doppia vita, reale e virtuale. È innamorata di questo avatar che si chiama Hiro. Ecco la sua voce è quella di Antoine Olivier Pilon, il protagonista di Mommy», «Xavier Dolan!», grido io. «Oh, sì, Xavier!», grida lei con gli occhi chiusi, sorridendo al soffitto. Qualcuno interrompe il nostro momento di estasi: devono truccarla per lo shooting. Obbediente, si abbandona alle mani degli esperti. Ma i suoi occhi continuano a brillare di entusiasmo, all’idea di Xavier.

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