Cultura | Pop

Cosa ci piace dei Vip sorpresi a rubare

Da Marco Carta a Winona Ryder, perché l'idea che anche le star possano provare il desiderio di impossessarsi di qualcosa è così confortante.

di Clara Mazzoleni

Un frame del famoso filmato del furto di Winona Ryder

Anche chi non ha mai prestato particolare attenzione alla discografia di Marco Carta ne avrà sentito parlare. Venerdì 31 maggio, Milano: il cantante 34enne, vincitore di Sanremo, è stato fermato insieme a una donna di 53 anni mentre usciva dalla Rinascente. Con loro avevano 6 magliette a cui era stato tolto l’antitaccheggio, ma non la placchetta flessibile (motivo per cui hanno suonato all’uscita). Carta è stato rinviato a giudizio, la donna è stata arrestata. Nella sua borsa è stato trovato un cacciavite (usato per togliere l’antitaccheggio). Il valore totale della refurtiva era di circa 1200 euro.

Parliamo del fascino legato al gesto del furto vizioso e ricreativo: appropriarsi di oggetti senza pagarli non per il reale bisogno di possederli (non per fame o necessità, quindi) ma per il mero desiderio di farlo. «Mi piace avere senza pagare mi piace rubare / criminale / e prendo quello che voglio se non mi faccio beccare», cantavano i Prozac+ in “Criminale“, ma c’erano anche i Punkreas con “Sosta“, un pezzo che ruota intorno alla possibilità di un furto andato male. La seconda è del 2000, la prima del 2002. Erano appena finiti gli anni ’90 e comportarsi da fuorilegge continuava ad andare di moda.

Nel 2010 Jennifer Egan cominciava il suo Il tempo è un bastardo (vincitore del premio Pulitzer nel 2011) con la descrizione di una donna cleptomane, Sacha, braccio destro di Bennie Salazar, ex musicista punk divenuto poi un famoso discografico. Per Sacha la cleptomania è un problema, certo, ma anche una delle caratteristiche di una personalità complessa e affascinante. Per certe generazioni – compresa la mia – il furtarello era un rito di passaggio: per godersi quel momento di adrenalina, per potersene vantare con gli amici o darsi un’aria un po’ maudit, anche soltanto con se stessi. Saper rubare qualcosa era un po’ come saper saltare i tornelli della metro: dimostrava una certa dimestichezza col mondo. Grande era l’ammirazione, durante i miei anni all’Accademia d’Arte di Brera, per un compagno di corso ladro seriale di costosi cataloghi di arte e fotografia. «L’ho rubato», diceva lasciandolo sfogliare a noi tonti, che pagavamo ogni libro. I suoi occhi brillavano di orgoglio.

Riportando la vicenda di Marco Carta quasi tutti hanno citato Winona Ryder: nel 2001 (l’anno tra “Sosta” e “Criminale) era stata arrestata per aver rubato merce da Saks Fifth Avenue a Beverly Hills. Circa 5000 dollari di refurtiva. Ryder era stata condannata a tre anni di libertà vigilata, al pagamento di quasi 10mila dollari di multe e 480 ore di volontariato. Il furto di Winona è rimasto impresso nella memoria collettiva, ma non è certo l’unico: si parlò molto anche di quello di Lindsay Lohan, star borderline per eccellenza, che nel 2011 venne accusata di aver rubato una collana in una gioielleria a Venice (California) del valore di 2.500 dollari. E si parlò molto anche di quelli di Britney Spears, dalla parrucca rubata in un sexy shop (qui il resoconto del Daily Mail) ai quattro cappotti spariti durante la sua festa di compleanno (era il 2007, aveva 26 anni), per un totale di circa 28.000 dollari. Si va poi dalla confezione di pile rubata dall’attrice Bai Ling all’aeroporto di Los Angeles ai 24 bicchieri da cocktail tempestati di Swarovski (circa 4000 dollari) e l’abito Pucci (9000 dollari) presi in prestito e mai restituiti da Sarah Jessica Parker nel corso della lavorazione del sequel di Sex and the city.

La psichiatria definisce la cleptomania un’ossessione, una specie di feticismo. Secondo la psicoanalisi, invece, le cause del gesto sarebbero da ricercare non tanto nel piacere e nella gratificazione, ma nel desiderio di ricevere una punizione. Fabiana Muscas, la donna incriminata per il furto delle magliette alla Rinascente, è un’infermiera professionale. Giovedì 30 maggio, finito il suo turno all’ospedale Brotzu di Cagliari, prendeva un aereo e raggiungeva Carta a Milano. La loro amicizia, scrivono i giornali, è nata grazie all’insistenza di lei, fan accanita del cantante. Non è chiaro, quindi, se si tratti del furto di un personaggio famoso o di una persona comune (possibile che lui non si sia accorto di nulla?).

Confessiamolo: quanto ci piace quando i famosi vengono scoperte a rubare? È una delle forme più sane e più pure di Schadenfreude, la gioia per le disgrazie altrui. Nietzsche la definiva la «vendetta dell’impotente», aggiungendo, «veder soffrire fa bene. Cagionare sofferenza ancora meglio. È questa una dura sentenza, eppure un’antica, possente, umana – troppo umana sentenza», mentre per Schopenhauer, decisamente più severo, la Schadenfreude era «l’indizio più infallibile di un cuore profondamente cattivo». La storica culturale Tiffany Watt Smith – già autrice del bell’Atlante delle emozioni umane l’ha recentemente esplorata in un delizioso libro pubblicato da Utet. Secondo lei è proprio nei difetti che si rivela gran parte di ciò che siamo e di ciò che ci rende umani: il godimento che proviamo per le piccole sfighe degli altri non poi è così ignobile come sembra (lo scriveva anche Annalena Benini sul Foglio).

Quello che ci affascina dei Vip che rubano non è soltanto il modo in cui mettono in crisi l’idea che “hanno tutto”, sottolineando la relatività del concetto di soddisfazione (comportandosi da ladri dimostrano che il loro immenso potere d’acquisto non è abbastanza). È anche il piacere nel constatare l’efficacia della legge. Per quanto tu sia famoso, in uno spettro che va da Winona Ryder a Marco Carta, se ti dimentichi di staccare le placchette flessibili verrai certamente fermato all’uscita. L’allarme è democratico, non guarda in faccia a nessuno: suona per tutti, e questo è confortante. Ma soprattutto, c’è il gusto che si prova nel fantasticare sui motivi di un gesto simile: magari un improvviso, irragionevole desiderio di sentirsi persone comuni, proprio come noi.

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