Cultura | Pop

La vendetta di Lindsay Lohan

È iniziato su Mtv il reality sul suo stabilimento balneare a Mykonos.

di Clara Mazzoleni

L'ex-attrice in un'immagine promozionale del reality Lindsay Lohan's Beach Club

È il caso di ricordarlo: anche se dimostra 54 anni, Lindsay Lohan è nata nel 1986. È il caso di ricordare anche che prima di diventare un fenomeno da baraccone, un pagliaccio trash-generatore automatico di meme e contenuti virali, Lindsay Lohan era un’attrice e una cantante. Anche noi abbiamo sfruttato le sue involontarie qualità comiche, e più di una volta. Come poter ignorare, ad esempio, un aneddoto che può essere riassunto con questo titolo: “Lindsay Lohan ha provato a rubare un bambino, si è presa un pugno in faccia e ha filmato tutto su Instagram“? Spesso mi chiedo che fine avrebbe fatto questa mia quasi coetanea se fosse stata una donna sana di mente. Come sarebbe il viso di Lohan se non fosse impazzita? Forse la sua pelle delicatissima, chiara e lentigginosa, avrebbe ceduto un po’. Ma come dimostra Julianne Moore, c’è modo e modo, per le rosse naturali, di lottare contro il tempo. È evidente che Lohan, il tempo, voleva proprio distruggerlo.

Incarnazione Vip del disturbo borderline di personalità (non a caso la sua linea di moda si chiamava 6126, come la data di nascita di Marilyn Monroe, altro punto di riferimento hollywoodiano per tutte le ragazze interrotte del mondo), Lindsay non ha mai nascosto il suo tormento, anzi, l’ha esibito non appena ha potuto, gridandolo nei ritornelli del suo secondo disco pop-rock, A Little More Personal, 2005 (il primo, altrettanto brutto, è Speak, del 2004). A recitare, però, era brava. Forse. In realtà non abbiamo avuto modo di scoprirlo, non veramente. Dobbiamo a Robert Altman la sua prima e ultima interpretazione in un film decente: Radio America (2006) l’ultima opera del regista che parla di un ultimo spettacolo. Volendo proprio essere generosi, potremmo aggiungere Bobby di Emilio Estevez (stesso anno). Che attrice sarebbe oggi Lindsay Lohan se non si fosse persa?

Lindsay Lohan appare nella home del sito Lawyer.com, una piattaforma di ricerca che aiuta a trovare il migliore avvocato per ogni esigenza

Per trasformarsi in quello che è ora – «un boss, un’imprenditrice, una donna manager», ripete mille volte nello show – riciclando per la sigla un suo mostruoso singolo del 2008, Bossy («I’m just a little bossy / I like it how I like it when I like it») –  Lindsay è passata per l’alcolismo, i disturbi alimentari, l’aborto, i problemi con la legge, il carcere (14 giorni vabbè), l’auto-esilio a Dubai, ma ha anche imparato a utilizzare importanti strumenti di sopravvivenza come l’autoironia e l’autorappresentazione – dalla scritta “Fuck U” sulle unghie alle particine in Machete e Bling Ring, fino al capolavoro supremo: il ruolo di testimonial per il sito di avvocati Lawyer.com. Una trentaduenne che si è reinventata e reinterpretata così tante volte che ormai dovrebbe avere la saggezza e la stanchezza di una novantenne.

E invece no: come ha dimostrato la prima puntata di Lindsay Lohan’s Beach Club, trasmessa da tutti i canali Mtv del mondo l’8 gennaio, la ragazza è ancora piena di risorse e di energie. Si è trasformata in una businesswoman. Oppure è finalmente diventata un’ottima attrice. Fatto sta che nel reality veste i panni del manager esperto (c’è perfino una ridicola posta del cuore a tema “lavoro”), e insieme al socio in affari – tale Panos Spentzos – istruisce un gruppo di aspiranti “Vip host” americani. Il loro obiettivo: imparare a comportarsi da professionisti, sopportare le angherie di Miss Lohan, garantire ai facoltosi ospiti dello stabilimento da lei diretto un’esperienza impeccabile, diventare famosi a loro volta.

Lindsay Lohan al Vanity Fair Oscar Party, 2006, West Hollywood, California (Evan Agostini/Getty Images)Presentato come uno stabilimento «esclusivo e sofisticato» – si narra che per il design di lettini e ombrelloni la proprietaria abbia consultato Karl Lagerfeld – il Lohan Beach House pare il paradiso dei coatti. Aperto nel mese di giugno a Mykonos, lo stabilimento aveva immediatamente catturato l’attenzione del New York Times, che aveva dedicato alla neo-imprenditrice e al suo progetto uno splendido articolo-reportage. Nell’intervista, Lohan confessava di essere andata a vivere a Dubai per trovare “pace e silenzio” e si lamentava di non essere mai stata compresa dal pubblico: «Nonostante decenni di persecuzione da parte dei paparazzi, la gente non ha mai capito chi sono veramente. Stanno iniziando a capirmi soltanto adesso, grazie ai miei nuovi progetti». «Il successo è la migliore vendetta», aveva aggiunto.

Non è la prima volta che l’ex attrice accetta di trasformare la sua vita in uno show televisivo. Nel 2014 andò in onda il documentario Lindsay, pagato molto caro da Oprah Winfrey e distribuito dal suo canale personale: un prodotto sempre in bilico tra finzione e realtà che sguazzava nel disturbo di cui soffriva l’attrice, costretta – in primo luogo da lei stessa – a interpretare la parte della matta fuori controllo. Se quello che emergeva dal film di Oprah era un ritratto impietoso di una Lohan confusa, irresponsabile, alcolizzata e senza speranza, quello che viene fuori da questa scintillante schifezza è l’immagine di una donna ferita, ostinata, vincente: un mito, un genio del male. Quando poi spiega che a Dubai, dove ha scelto di trascorrere la sua vita, scattare fotografie senza il consenso del soggetto fotografato è assolutamente illegale, tutto diventa chiaro. Più che cercare riparo dallo sguardo invadente delle telecamere, Lohan voleva avere la possiblità di controllarlo completamente.

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In tutta la sua stupidità, il reality riesce a sollevare questioni sulla reputazione (cosa costruisce la nostra identità pubblica e perché è così difficile modificarla?), il modo in cui il passato ci lacera e ci dà forma, la smania di successo e il modo in cui trasforma gli altri in scalini sui quali salire per arrivare più in alto. Lo stabilimento è soltanto la cornice e la star decaduta è l’esca: lo scopo dello show è far conoscere a poco a poco i vari personaggi. La direttrice Lohan spia ogni loro movimento, pronta a punire gli errori. «Tutti hanno sempre guardato me, adesso sono io a controllarli: la telecamera è girata dall’altra parte», afferma sadica.

Secondo una bella recensione del Washington Post lo show è un’esperienza di visione profondamente triste. Non sono affatto d’accordo: il mio entusiasmo è allineato con l’intervista pubblicata da Variety. Estremamente consapevole della sua reputazione, Lohan continua a ripeterlo: i suoi problemi sono dietro di lei. Adesso ha «un marchio da proteggere»: è puntuale, sobria, di Hollywood non vuole neanche parlare. Eppure non rinuncia all’antico gusto per il dramma, e riesce a infilarlo anche in questa prima puntata. Essendo un caso borderline da manuale, la sua vita sentimentale è sempre stata uno schifo: è proprio su una spiaggia di Mykonos che, nel 2016, Lohan viene aggredita dal fidanzato Egor Tarabasov sotto lo sguardo dei paparazzi. È qui che arriva la parte migliore: «Invece di piangere o incazzarmi», racconta, «mi sono detta: un giorno sarò la proprietaria di questa spiaggia». Chi mai potrebbe partorire un pensiero così assurdo e meraviglioso, riuscire a trasformarlo in realtà, e trasformare la realtà in un reality? Poco importa che l’aneddoto sia vero o falso: è il modo in cui lei ha deciso di raccontarsi. Alla giornalista di Variety, che nell’ultima domanda le chiede se si considera femminista, l’ex attrice risponde: «Sono soltanto Lindsay Lohan. Qualunque cosa significhi».

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