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Un’artista ha realizzato un film su Luigi Mangione fatto solo di soli post su Luigi Mangione Si chiama «Deny, Defend, Depose», dura trenta minuti e Stanya Kahn ha cominciato a raccoglierne il materiale la mattina stessa dell'omicidio di Brian Thompson, andando avanti per più di un anno.
Abbiamo scoperto che in Avengers: Doomsday c'è anche Sandra Hüller solo grazie a Reddit Marvel non l'ha mai annunciato, ma il profilo di una stuntwoman britannica e un commento su Reddit indicano che l'attrice di «Anatomia di una caduta» è nel cast del prossimo film degli Avengers.
La Norvegia è il primo Paese a vietare l’uso degli smart glasses negli spazi pubblici Niente smart glasses in parchi, spiagge, musei, centri commerciali, scuole, asili, strutture sanitarie, palestre ed eventi pubblici, così ha deciso il governo norvegese.
Quella volta in cui chiesero alla neo Premio Nobel Anne Carson che libri nuovi stesse leggendo e lei rispose che non legge libri nuovi ma solo «libri usciti nel 500 a.C.» E non a caso ha vinto il Nobel per la Letteratura (anche) per il modo in cui è riuscita a costruire «un dialogo giocoso con la tradizione classica».
Maricarmen Abascal è morta a 87 anni in una stanza d’ospedale. Ha passato gli ultimi sei anni della sua vita a lottare per non essere sfrattata dalla sua casa Ci era entrata nel 1956, con il padre e la madre, e aveva sempre pagato l'affitto. Quando le dissero che doveva andarsene, rispose che avrebbe lottato fino alla fine.
Due creator hanno lanciato una app per scoprire tutti i posti strani e inquietanti del mondo prima che spariscano per sempre «Siamo gemelli e vi aiutiamo a trovare destinazioni strane e sconosciute», così i creator Bodhi e Kai hanno presentato Deep Spot, «la mappa più figa del pianeta».

Perché bisogna andare a vedere Macbettu

Ritorna in Triennale a Milano uno dei più celebrati spettacoli teatrali degli ultimi anni.

11 Dicembre 2019

Ritorna a Milano, in Triennale, il Macbettu di Alessandro Serra, premio Ubu 2017 che taglia il traguardo della duecentesima replica. Sarà in scena dall’11 al 14 dicembre prima del passaggio di testimone con Il giardino dei ciliegi (18-21 dicembre), il nuovo lavoro dello stesso Serra che ha debuttato in anteprima nazionale la scorsa estate alla Biennale di Venezia.

All’inizio non ci potevo credere: Macbettu, con la u finale, come uno sketch di Aldo Giovanni e Giacomo. O, peggio, come un tentativo maldestro di calare un velo di sardità posticcia su uno dei testi più potenti di sempre. Dopo Felice mi ha detto «fidati, vieni a vederlo». Lui la forza di questo spettacolo la conosce bene perché l’ha visto nascere e crescere, nei panni di MacDuff. E una volta che lo si vede, questo spettacolo, si ha la sensazione che il teatro sia ancora vivo da qualche parte, dentro la testa e la pancia di qualcuno, che questa arte antica e usurata – anche oggi, ai tempi dei capolavori Netflix da venti minuti a puntata – abbia di nuovo e sempre qualcosa da dire, e abbia trovato una maniera diversa per dirlo.

Shakespeare scompare nel Macbettu di Serra, eppure è sempre lì, perché la parola di Shakespeare è essa stessa teatro, movimento, trama, azione. Al punto che il palco è spogliato di tutto o quasi. Serra lo riempie di soli corpi che si spostano, piegandoli secondo le necessità del testo: talvolta cupi e bestiali, in certi casi ironici e beffardi. Non importa dunque se lo spettacolo è recitato in sardo barbaricino. Questa volta non serve capire, non per come siamo abituati a farlo. È questo il segreto di Macbettu, questo il motivo per cui è stato rappresentato in Giappone, Cina, Argentina, Azerbaigian, ovunque nel mondo con unanime successo di critica e pubblico. Shakespeare in sardo applaudito a San Paolo del Brasile, roba da non credere.

Un’immagine da Macbettu, in scena dall’11 al 14 dicembre

Sul palco un cast di soli uomini, compresa Lady Macbeth, come nel teatro elisabettiano, con al centro un Leonardo Capuano in stato di grazia. La sua interpretazione ha a che fare col sublime, con qualcosa che è bello in maniera tremenda: quando Macbettu entra in scena trasmette una strana sensazione di esaltazione e paura. Serra dialoga con le sue origini e la Scozia diventa Sardegna, incredibilmente, senza forzature. Questa sua Barbagia immaginaria diventa lo sfondo perfetto per rappresentare il mistero di certe profezie, il soprannaturale che l’uomo, il mortale, non è in grado di accogliere. Diventa lo scenario ideale per rappresentare la lotta per il potere e tutto ciò che gli uomini – e le donne – sono disposti a fare per conquistarlo.

«Macbettu è da dove vengo, Čechov è dove sono diretto», ha detto Serra in una recente intervista al Corriere della Sera. Lontano dalle sponde che ne hanno decretato il successo internazionale, verrebbe da dire; perché se Macbettu è tutto azione, Il Giardino è tutto parola. Nulla accade se non l’inevitabile, e Checov non ha il timore di farcelo sapere sin dalle prime battute. Due mondi così lontani che pure si parlano attraverso il segno del regista, la sua voce di autore. E allora ecco di nuovo una scena minimalista, riempita di corpi in movimento e di pochi oggetti, che insieme agli attori a loro volta non stanno fermi più del necessario.

Grazie a una vena visionaria e ispirata, attraverso un utilizzo delle luci che è capace di sorprendere –restringendo o allargando lo spazio dell’azione – Serra compone dei quadri che assomigliano talvolta a dei grandi tableaux, talvolta a un fermo immagine cinematografico. Cose diverse ma sempre belle, che forse rispecchiano lo stato d’animo dei personaggi e forse no: il fatto è che sono così appaganti dal punto di vista estetico, che non viene neanche voglia di cercarglielo un significato. Nel testo di Checov c’è la vita, che nella sua espressione più vera e bella è sempre ridere e piangere. Ed è quello che succede nel vedere questa versione del Giardino. Si piange della disgrazia e della malinconia di cui è portatrice la decadenza di una famiglia, di un ideale di società e di mondo, di una natura violata nel nome del profitto. E delle stesse cose si ride, e assurdamente sembra di rivedere Eduardo, quell’ironia nera di certe commedie, il Totò di Miseria e nobiltà: dentro Checov. Roba da non credere.

Queste due cose sorprendono soprattutto: una forza visiva (e cinetica) che riesce a dare ritmo a una storia senza trama, e una straordinaria sensazione di leggerezza che è capace di arrivare in profondità, di toccare i nervi più scoperti. E viene quasi voglia di maledire tutte le volte che ci siamo alzati dalla platea a metà del primo atto, per certi allestimenti che si sono visti del Giardino. Verrebbe da chiedere i soldi indietro, se non quelli del biglietto almeno quelli spesi nei bar dei foyer, dove siamo rimasti a bivaccare per non rincasare troppo presto.

Da oltre vent’anni Serra allestisce spettacoli con la sua compagnia Teatropersona. Vent’anni di ricerca e lavoro che sono letteralmente esplosi nella rilettura di questi due classici. Una visione, la sua, che ha attecchito in un luogo di frontiera come Cagliari, laboratorio creativo in continua evoluzione ma per forza di cose periferico, che ha saputo proteggere e alimentare – grazie anche al coraggio di Sardegna Teatro che ha coprodotto gli spettacoli – una sperimentazione di cui davvero si sentiva il bisogno.

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