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Il primo film di Joachim Trier si trova su YouTube ed è un video di lui da ragazzo che fa skate con gli amici
Abbiamo tutti il cuore spezzato per la storia di Punch, il cucciolo di macaco abbandonato da sua madre e scacciato dal suo branco Lui e il suo orango peluche sono diventati gli animali più famosi e amati di internet, con milioni di persone che negli ultimi giorni hanno condiviso l'hashtag #HangInTherePunch.
La paura di essere sostituiti dall’AI è ufficialmente una malattia e adesso ha anche un nome, “disfunzione da sostituzione dell’AI” I sintomi possono essere ansia, insonnia, paranoia, perdita di identità e possono manifestarsi anche in assenza di altri disturbi psichiatrici.
L’esposto che ha portato all’arresto del principe Andrea lo ha fatto un gruppo di attivisti che vuole abolire la monarchia inglese Il presidente del gruppo, Graham Smith, ha presentato la denuncia il 9 febbraio. Dieci giorni dopo, l'ex principe è stato arrestato.
Si è scoperto che una casetta in mezzo alle montagne vicino a Barcellona è in realtà un’opera di Antoni Gaudì Giusto in tempo per la ricorrenza dei 100 anni dalla morte del grande architetto catalano.
Nel suo nuovo video Lana Del Rey “omaggia” Sylvia Plath con una scena in cui mette la testa nel forno Dandoci un indizio dei rimandi nascosti in Stove, il possibile titolo dell'album che dovrebbe uscire tra poco più di tre mesi.
Anche il Papa ha rifiutato l’invito a unirsi al Board of Peace di Donald Trump La Città del Vaticano ha ricevuto l'invito a unirsi al Board alla fine di gennaio, ma ha già reso note le sue intenzioni di declinare cortesemente.
Stephen Colbert ha detto che il suo editore, la Cbs, gli ha censurato un’intervista a un politico democratico per non far arrabbiare Trump Intervista che poi Colbert ha pubblicato sul canale YouTube del suo programma, aggirando il divieto che gli era stato imposto dalla rete.

Macaulay Culkin è tutta un’altra cosa

Dopo il successo, 25 anni di onorata non-carriera, e ora un nuovo progetto: un sito di wellness situazionista che è una parodia di Goop.

28 Marzo 2018

Ci sono quelle star che hanno accompagnato la tua infanzia, che poi finiscono nel dimenticatoio e che a un certo punto riemergono quasi dal nulla, magari per un ritorno sulle scene, per un fatto di cronaca (leggi: gossip) o qualche operazione nostalgia. E poi c’è Macaulay Culkin. Lui è, beh, tutta un’altra cosa. L’ultimo suo film di successo risale a un quarto di secolo fa: Richie Rich – Il più ricco del mondo è del 1994 (lo hanno trasmesso su Italia1 venerdì). Macaulay Culkin, si diceva, è tutta un’altra cosa, perché la sua Carriera con la C maiuscola sarà anche finita 25 anni fa, però lui non è mai scomparso. Lui, l’ex bimbo biondo di Mamma, ho perso l’aereo, di Papà, ho trovato un amico, e del video di “Black or White” di Michael Jackson, lui, il fu cherubino è sempre rimasto nel nostro inconscio collettivo.

Negli ultimi 25 anni di onorata non-carriera, Macaulay Culkin ci ha sempre dato una buona ragione per sentire parlare di lui. Per fare qualche esempio: le apparizioni in Will e Grace (erano i primi anni Duemila, e nel frattempo sono diventati vintage pure quelli), l’autobiografia, e la lunga storia con Mila Kunis, se otto anni vi sembran pochi. Poi ci sono la sua band di rock demenziale Pizza Underground e quel video del 2013, perché la pizza è un fil rouge, dove Macaulay mangia una fetta di margherita, e non è ben chiaro se sia la cosa più triste o più geniale di sempre.

Ci sono le collaborazioni con Adam Green, quell’Adam Green, ex Moldy Peaches, un altro Millennial invecchiato che non si capisce bene se sia il re dei babbi o un genio. Nel 2011 Culkin recita nel primo film sperimentale di Green, The Wrong Ferrari, girato con l’iPhone e scritto sotto Ketamina. Nel 2016 recita, insieme a Zoe Kravitz e Alia Shawkat (l’avete vista in Arrested Development e Transparent), nel secondo film sperimentale di Green, Aladdin, pure quello una follia totale. E, ancora, il dissing, che poi un dissing non era, con Ryan Gosling: per chi se lo fosse dimenticato, correva l’anno 2014 e Gosling, che ancora brillava della luce di Drive (2011) ma non era ancora il Gosling di La La Land (2016), fu fotografato mentre indossava una T-shirt con Macaulay Culkin in una foto di Life e due giorni dopo Macaulay Culkin twittò una foto di se stesso con una maglietta con la foto di Gosling con la maglietta di Macaulay Culkin e poi Ryan Gosling si fece fare una foto in cui… Probabilmente voi o qualcuno dei vostri contatti commentò quel glorioso momento-meta scrivendo qualcosa come: «G-e-n-i-o, questo è un g-e-n-i-o».

Da quando Macaulay Culkin ha svestito i panni del cherubino di successo, la sua cifra è questa: la demenzialità con qualche velleità artistica. E il suo ultimo progetto non fa eccezione. È il sito Bunny Ears, una parodia di Goop. Il sottotitolo rende l’idea di quel miscuglio di citazionismo generazionale e trollaggio che è il mondo di Macaulay Culkin: «Beetlejuice, Beetlejuice, Beetlejuice». Che è un riferimento a un film di Tim Burton che ha contribuito al’educazione sentimentale degli americani nati nei primi anni Ottanta, e che tra l’altro lanciò Winona Ryder (in Italia uscì col titolo orrendo Spiritello porcello e non assunse mai lo status di film di culto che ha negli Usa), ma, ovviamente, è anche uno sfottò alla fissa salutista per i succhi detox. Bunny Ears offre guide ragionate alle uova (bollite, di Pasqua, strapazzate, lanciate sulla finestra), spunti di design «per gente molto depressa», ha intervistato Dracula in quanto “icona di lifestyle”, e ci invita a chiederci se i pianeti hanno dei sentimenti. È un sito di wellness situazionista.

Da quando Macaulay Culkin ha svestito i panni del cherubino di successo, si diceva, è sempre stato in bilico sul confine sottile tra decadimento triste e autoironia brillante, tra il delirio incontrollato e la mossa giusta. Praticamente tutti i suoi progetti suscitano la stessa reazione: non si capisce mai se è la cosa più triste o più geniale di sempre, se lui è il re dei babbi o una mente finissima. Quel genere di cose che si prestano, fin troppo bene, all’essere postate sui social con il commento, inflazionatissimo: «g-e-n-i-o, questo è un g-e-n-i-o». Quel genere di cose che ci fanno sentire intelligenti – eh, io si che ho capito – senza soffermarci a chiederci se abbiamo capito effettivamente. Perché stiamo ridendo? Di chi stiamo ridendo? Chi è lo scemo qui?

Qualche tempo fa Dan Hitchens, un commentatore conservatore, ha scritto di questo equivoco su First Things. «Siamo nell’era delle Crocs di Balenciaga, dove si lascia sospeso se lo scherzo sia sul designer o su chi le indossa, è l’età dei meme, l’età di Lego Movie, un tessuto di battute auto-referenziali, a partire dal fatto che un film che parla di un nanetto che si batte contro un Leviatano è una gigantesca campagna pubblicitaria per una multinazionale». Citando il celebre saggio di David Foster Wallace su televisione e ironia, Hitchens si domanda se, a furia di congratularci su quanto siamo intelligenti a cogliere i trollaggi e le battute autoreferenziali, abbiamo raggiunto un punto in cui non concepiamo più che qualcosa non sia ironia: non si può chiedere se qualcuno intende veramente dire quello che ha detto perché «sarebbe una banalità». Macaulay Culkin è una mente sopraffina o il re dei babbi? Ci è o ci fa? Domandarglielo «sarebbe una banalità». Il dubbio è che lui un genio lo sia per davvero, ma che molti di quelli che gli danno del g-e-n-i-o, sentendosi dei piccoli geni pure loro, non lo siano affatto.

Foto in evidenza: Getty
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