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Il prezzo del desideratissimo Royal Pop di Swatch e Audemars Piguet è già crollato ma era assolutamente prevedibile Molti reseller stanno dunque scoprendo solo ora che passare ore in fila ad aspettare forse non è stata la più sensata delle decisioni.
Cate Blanchett produrrà l’adattamento cinematografico di Fashionopolis, il famosissimo libro-denuncia sul fast fashion di Dana Thomas Lo farà con la sua società di produzione, Dirty Films. Il film verrà scritto (e co-prodotto) dalla stessa Dana Thomas e diretto da Reiner Holzemer.
La Presidente irlandese Catherine Connolly ha detto di essere orgogliosa di sua sorella Margaret, medico di bordo della Global Sumud Flotilla arrestata dalle forze armate israeliane Lo ha detto durante un incontro con re Carlo a Buckingham Palace. E ha aggiunto di essere anche «molto preoccupata».
Sta per uscire un gioco da tavolo in cui interpreti un lavoratore che deve sopravvivere alla vita in ufficio senza andare in burnout Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
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Le città di pianura è tornato al cinema ed è di nuovo uno dei film che sta incassando di più Tornato in sala dopo il trionfo ai David, il film di Francesco Sossai è attualmente quinto al botteghino e ha incassato più di 2 milioni di euro.

M. Night Shyamalan ci è o ci fa?

Il regista di Split torna al cinema con Old, l'ennesimo film in cui ci racconta una storia completamente diversa da quella che credevamo.

25 Luglio 2021

In un’intervista concessa a Vulture nel 2019 M. Night Shyamalan racconta com’è nato Split: nessuno voleva saperne niente di un film con dentro psicopatici, travestiti, cannibali, ragazzine rapite e traumatizzate, la storia comincia così. «Scommetto che vi state sbagliando tutti, io posso trasformare questa roba in una storia di auto-realizzazione in cui la cosa che ti spaventa di più, una volta superata, diventa la cosa che ti rende libero», disse il regista. Scommise circa dieci milioni di dollari suoi, ne vinse quasi trecento al botteghino mondiale e diede il là al suo stesso Rinascimento (lo Shyamalanaissance), la fase tre di una carriera in cui era già stato celebrato come il nuovo Spielberg dai caratteri cubitali della copertina di Newsweek e poi irriso da Mark Wahlberg (dite quello che volete de L’ultimo dominatore dell’aria, ma questo è più umiliante). E questo è tutto quello che c’è da sapere su M. Night Shyamalan, sui film che ha fatto finora e sul film in sala dal 21 luglio, Old.

In mano a un altro regista (facciamo Robert Eggers, quello di The Witch e di The Lighthouse), Old è un filosofo esistenzialista che riflette sulla caducità della vita, sulla mortalità dell’uomo. Le premesse ci sono tutte, a partire dall’opera da cui il film è tratto: il fumetto Castello di Sabbia, scritto dal parigino Pierre Oscar Lévy e disegnato dal ginevrino Frederick Peeters, bande dessinée che più bande dessinée non si può (in Italia lo ha pubblicato Coconino Press). In breve: un gruppo di vacanzieri si ritrova su una spiaggia misteriosa in cui il tempo scorre velocissimo (mezz’ora lì dentro vale un anno là fuori) e dalla quale è impossibile scappare. Un tumore impiega mezza giornata a passare dal diametro di pochissimi millimetri al peso di un cocomero, una gravidanza dura meno del concepimento, la vecchiaia lascia giusto il tempo dell’addio, la gioventù sembra ieri perché letteralmente era ieri, a una coppia sull’orlo della separazione (Guy, interpretato da Gael García Bernal, e Priska, la bravissima Vicky Krieps) basta una giornata per riconciliarsi, riappacificarsi, invecchiare insieme. Riflessione tramite reificazione dell’oggetto della riflessione e tutto quel che serve per un film serio per gente seria, insomma.

Fino a quando il fumetto non arriva nelle mani di M. Night Shyamalan e lui decide che questa è una storia di gente che «si ritrova su un’isola in cui succedono cose da isola» come dice la “Trophy Wife” Chrystal, interpretata da Abby Lee, rivolgendosi alla generazione di Lost ma anche a quella dell’Isola di Gilligan, a quella di J.J. Abrams e di Gene Roddenberry. L’innocenza, l’ingenuità con cui Shyamalan trasforma qualsiasi storia in un’altra storia è la quintessenza del suo fascino: è dal 1999 che gli studiosi cercano di capire se si tratti di un enfant prodige o di un idiot savant, ancora nessuno ha certezze. Nella sua bio Twitter il regista scrive che sul suo Monte Rushmore ci sono Kubrick, Kurosawa, Hitchcock e Ray: registi che piacciono alla gente che piace. Ma Shyamalan è anche quello che descrive il suo lavoro come «prendere una storia da B-movie, affrontare temi da B-movie, e portare un approccio, una troupe, degli attori, dei princìpi da film di serie A». E com’è che si fa il migliore dei B-movie? Con un umorismo consapevole che faccia capire che sullo schermo non c’è nulla da prendere così sul serio. Come in Blob, dice Shyamalan.

E in effetti Old è un film che fa ridere, che evidentemente vuole fare quello. Fa ridere come fanno ridere i classici dell’orrore (a meno che non si sia idioti dell’orrore), le pietre miliari degli anni ‘70 come Terrore dallo spazio profondo: un’inquadratura dedicata all’espressione inorridita della psicologa Patricia (Nikki Amuka-Bird) è ridicola a meno che non si veda l’omaggio a quella faccia di Donald Sutherland nel film di Philip Kaufman. Shyamalan si è spesso sentito dire che il mestiere di dialoghista non fa per lui: è vero, i suoi personaggi parlano come alieni impegnati a studiare gli esseri umani, come intelligenze artificiali che cercano di imparare la parola parlata. Tocca scegliere: ma lui ci è o ci fa? Da questo punto di vista, Shyamalan è il più democratico, il più popolare dei registi: fate di me quel che volete, stavolta come quella precedente e come la prossima. Se decidiamo che Shyamalan ci è, l’infermiere Jarin (Ken Leung) che annuncia «le nostre cellule invecchiano molto velocemente!» è ridicolo. Se scegliamo che ci fa, l’infermiere Jarin che annuncia «Il cane è morto!» fa ridere (molto, anche). Se ci è, il fatto che Shyamalan dia al rapper interpretato da Aaron Pierre il nome di Mid-Sized Sedan è imbarazzante. Se ci fa, il fatto che Mid-Sized Sedan sia un rapper figlio di dentista e avvocato è segno che Shyamalan segue abbastanza l’hip hop da sapere che Kanye è un borghese (e che prendere per il culo Kanye fa ridere). Se ci è, ridurre la malattia mentale del chirurgo Charles (Rufus Sewell) all’ossessione per il titolo del film in cui Marlon Brando e Jack Nicholson hanno recitato assieme è una scemenza. Se ci fa, Shyamalan sta dicendo di essere malato di mente e sta insinuando che probabilmente lo sono anche io, perché lui lo sa che non riesco a smettere di pensare al titolo di quel film. Se ci è, il film è goffo, impacciato, sconclusionato. Se ci fa, Old è buffo, simpatico, spassoso.

Resta il fatto che approccio, troupe, attori e princìpi sono da film di serie A. Shyamalan si impegna più di tutti: riuscita o no, efficace o no, ogni immagine è composta, ogni movimento della cinepresa è pensato, ogni attore riesce a dire la più fessacchiotta delle battute con la faccia che serve a farla sembrare parte di una quasi-conversazione semi-verosimile. C’è una frenesia in lui che gli permette di arricchire il linguaggio del fumetto, ricco di per sé perché meno costretto di quello cinematografico dai limiti dello spazio e del tempo, della materia e della fisica. Eppure lui riesce ad aggiungere angoli e punti di vista, movimenti e posizioni: la cinepresa non sta ferma un attimo e, anche quando si ferma, i “pezzi” sono disposti nell’immagine in una maniera che costringe l’occhio a continuare a muoversi. Se ci è, il film dà ai nervi. Se ci fa, Old è ansiogeno. Anche qui, tocca scegliere: punirlo perché esagera, premiarlo perché si sbatte. In questo sbattersi lo aiutano anche le percussioni della colonna sonora di Trevor Gureckis e, soprattutto, la fotografia di Mike Gioulakis, uno che attraverso David Robert Mitchell (It follows), Jordan Peele (Us) e Shyamalan comincia a lasciare una traccia riconoscibile nell’horror contemporaneo.

Shyamalan ci è o ci fa? La mia risposta è questa: nel passaggio tra il primo e il secondo atto del film, Priska chiede a suo marito Guy se sa che libro lei stia leggendo. Guy risponde di no. Priska sta leggendo una biografia “doppia”, quella di Jean-Paul Sartre e di Simone de Beauvoir (per i più giovani: i Ferragnez dell’esistenzialismo). Mentre guardavo il film, avendo letto il fumetto da cui è tratto, mi chiedevo “Ma lo sai che storia ti sta raccontando?” e mi rispondevo “No, non lo so”. Ecco, nello spazio in cui una storia che conosco già diventa una storia di cui non so niente, nel momento in cui una storia di vita e morte diventa una storia di vite e di morti, c’è il lavoro di M. Night Shyamalan. Che ci fa, ovviamente.

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