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Luigi Bisignani, una verissima vita immaginaria

17 Giugno 2011

In un piccolo libro, tra i meno noti e i più borgesiani della sua produzione, intitolato La letteratura nazista in America, Roberto Bolaño impila una sull’altra una serie di biografie, tutte rigorosamente inventate, di altrettanti scrittori; esponenti fittizi di una frangia della letteratura sudamericana, questa sì verissima, che al culmine dell’ultradestra europea intrattenne rapporti disinvolti con gerarchi, scrittori, poeti e intellettuali tedeschi, compreso il Fürher in persona. Il gioco, insieme ironico e invettivo, regge perché le vite inventate di questi letterati suonano in definitiva più autentiche di qualunque biografia ufficiale di scrittori realmente esistiti. Nonostante le infinite iperboli, anzi proprio per queste. Bolaño, scrivendo, operava secondo un principio fondamentale: non c’è niente di più verosimile che esagerare il verosimile.

In Italia lo sappiamo perfettamente.

Prendete Luigi Bisignani, 58 anni ben portati, statura modesta, occhiali da vista con montatura “Prima Repubblica”; da ieri indagato per aver messo in piedi – si legge nelle carte: “un’associazione segreta mantenuta in vita allo scopo di commettere un numero imprecisato di reati contro l’amministrazione pubblica e contro l’amministrazione della giustizia”.

Prendete Luigi Bisignani e la sua biografia, una delle tante incredibili, iperboliche, sconnesse biografie da potente italiano che è sempre vissuto nell’ombra. ‘Una storia italiana’, sì. Una storia che si riassume da sè, nella grande fotografia che il Corriere della sera gli dedicava ieri al centro di pagina 2. Una foto di inizio anni ’90 presumibilmente. Ritrae Bisignani alla scrivania, seduto un po’ di traverso. Sul tavolo di fronte a lui ci sono due libri: uno è Ma tu che libri hai letto? di Enzo Siciliano, l’altro – apprendiamo dalla didascalia – è: “il suo romanzo, Nostra Signora del Kgb, fu recensito da Andreotti”.

Fu recensito da Andreotti.

Non male per uno che aveva iniziato, molto più umilmente, come reporter dell’Ansa che firmava anche articoli di bassa manovalanza (un titolo su tutti? “Roma, caput mundi della pipa”). Ma un giovane milanese di buona famiglia (il padre era un pezzo grosso di Pirelli), a Roma, a fine anni ’70, non ci impiegava molto a costruire la propria fortuna, specie se sapeva capitalizzare contatti ed entrature sempre più importanti e così, in breve, Bisignani mise piede fuori dall’Ansa e divenne portavoce di un ministro DC: Gaetano Stammati, economista, ministro del tesoro e delle finanze sotto Andreotti e Moro, enormemente influente all’interno dell’IRI. Si scopre poi che Stammati è uno dei 920 iscritti alla Loggia P2. In quell’elenco c’è anche – uno tra i più giovani – il nome di Bisignani. Ha 28 anni e la tessera 203 (1).

Dopo la pubblicazione della lista P2, Stammati esce di scena, Bisignani no. Si capisce, è giovane e “tiene ancora molto da fare”. Così manda a memoria la lezione e riprende a tessere la sua tela di contatti, solo stando più attento a non esporsi troppo. Perché, come scriveva ieri Gianni Barbacetto su Il Fatto Quotidiano:

Non ama apparire […] ritiene che l’esibizione sia, oltre che di cattivo gusto, anche nemica del potere vero. Così, lui che ha tanti amici fedeli nei giornali e nelle società di pubbliche relazioni (quelle che contano), non li attiva mai per una citazione, per una notizia su di sé. Anzi, è difficile trovare negli archivi perfino qualche sua fotografia da pubblicare. È ben altro quello che chiede, quello che ottiene.

Gli anni ’80 lo vedono così muoversi, diciamo tra le linee, destreggiarsi abilmente tra residui DC e grandeur socialista, diventando ancora più intimo con tutti gli attori del potere che contano. Nel mentre trova però anche il tempo di dedicarsi alla letteratura: nel 1988 esce per Rusconi il suo primo romanzo. Si intitola Il Sigillo della porpora ed è “una spy story a sfondo fantapolitico” che ruota intorno a faccende di economia vaticana. “Faccende” che Bisignani conosceva bene e conoscerà sempre meglio, avendo – pare – ampi accessi alle tasche dello IOR. Accessi che rappresentano a lungo il cuore del suo peso politico. A tal proposito, sempre sul Corriere di ieri, Sergio Rizzo scriveva: “Il libro Vaticano Spa descrive come alla Banca del Vaticano, “Gigi” fosse di casa: al punto da riuscire ad aprire nell’ottobre del 1990 un conto riservatissimo intestato a una fondazione americana che sarà al centro di un vorticoso giro di denaro”

Tornando alla letteratura, pare che Ferrara abbia letto il Bisignani all’epoca, e abbia giubilato: “abbiamo trovato il Ken Follet italiano!”

Bisignani comunque prosegue a portare avanti le sue carriere parallele, di lobbista e scrittore; e gli anni ’90 si aprono con novità importanti per entrambe. Nel 1992, come tutti, finisce invischiato in Mani Pulite. Finanziamento illecito ai partiti nel quadro dell’inchiesta per la maxi-tangente Enimont (di cui fu il “postino”). Si costituisce nel 1994. Lo condannano a 2 anni e sei mesi nel 1998. La conferma definitiva della sentenza nel 2002 lo fa radiare dall’ordine dei giornalisti. Quando si costituisce il Corriere apre la notizia così:

L’ ultimo sberleffo gli e’ arrivato da Umberto Bossi. “Bisignani? Una volta mi diede un suo libro, si intitolava “Nostra signora di…nostra signora di non so che”. Ci fece pure una dedica: “Al presidente del consiglio del futuro”. La solita scemata che mettono tutti”. È lo schiaffo in diretta tv a Luigi Bisignani, l’ uomo che scriveva storie di spionaggio e che è finito in una trama superiore ad ogni immaginazione: l’ Enimont. L’ uomo che ha portato i 93 miliardi della maxitangente nella banca del Vaticano. L’ uomo che e’ sfuggito in modo inquietante alle polizie di mezzo mondo con una doppia latitanza.

Il titolo del libro che Bossi non ricordava era Nostra signora del Kgb . Un libro che ad Andreotti piacque talmente da volerlo recensire positivamente in prima persona. Ecco riassunta la trama in una delle poche recensioni che si trovano in rete:

La storia di un ragazzo polacco e delle sue traversie in due momenti particolari della storia del suo paese: prima durante la dittatura di Jaruzelski e poi dopo le prime elezioni libere, in piena perestrojka. Passando dalla lotta politica in clandestinità al raggiungimento dei posti di potere in un paese ancora dilaniato da lotte tra il vecchio regime ed il nuovo, che ancora non ha costituito una struttura solida per controllare la nazione, il protagonista scopre la difficoltà di avere rapporti “normali” in una Polonia in continuo cambiamento, dove amicizia e amore sono spesso strumenti del potere.

Nonostante l’avvincente metafora della storia personale del suo autore e della storia tutta del paese, il libro non sfonda. Bisignani comunque ha altro a cui pensare. Per esempio come restare a galla dopo i guai di Tangentopoli. La cosa gli riesce facilmente e anzi il suo prestigio aumenta al punto che qualcuno inizia a definirlo uno degli “uomini più potenti d’Italia”, uno che sa gettare ponti tra “mondi”: politica, economia, giustizia, ministeri, amministrazioni locali e governi. Un tessitore, che starebbe addirittura alle spalle di un altro instancabile – seppur più alla luce del sole – tessitore della politica italiana: Gianni Letta. Uno dei pochi potenti, per davvero. Un lobbista autentico, di quelli che in America quando riescono a uscire puliti dal fango, riempiono – a volte – le prime pagine di Fortune.

Questo fino a ieri.

Il garantismo impone di sospendere qualunque giudizio sull’inchiesta in corso. Resta il fascino “perverso” di un tipo di personaggio per cui – in Italia – sembriamo possedere il brevetto.

(1) non si capisce perché il pure ben informato Barbacetto continui ad attribuirgli la numero 1689

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