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Nonostante abbia vinto il premio per l’Album dell’anno, a Bad Bunny è stato vietato di esibirsi dal vivo ai Grammy Stavolta non c'entra la politica ma un grosso concerto che Bad Bunny terrà l'8 febbraio durante un evento piuttosto importante.
TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.

La stand-up comedy può sopravvivere a Louis CK?

Un viaggio tra le migliori personalità comiche in circolazione dopo la caduta del più acclamato dai critici.

06 Dicembre 2017

Nel gergo dei comici americani, quando uno va sul palco e strappa grasse risate al pubblico si dice che ha “ucciso” (“to kill”). Il contrario sarebbe “bombing”, che invece suggerisce il pesante atterraggio di ogni battuta nel silenzio generale. Si capisce già dal tono di queste metafore che la relazione tra chi fa stand-up e il pubblico è un malsano odio-amore, una co-dipendenza nata dal conflitto e dalla voglia di essere amati da sconosciuti. Non mi interessa entrare nel profondo della questione in questa sede (magari guardatevi Misery Loves Comedy su Netflix), ma è interessante partire da qui. E da questa domanda: ha senso dire che Louis CK ha ucciso la stand-up comedy? Fino a qualche settimana fa un’affermazione del genere avrebbe significato solo che il comico vivente più acclamato dai critici aveva raggiunto livelli tali da rendere la competizione inimmaginabile: non solo stand-up e tour mondiali sold-out, ma una serie Hbo entrata nella storia e progetti autoprodotti e visionari come Horace and Pete, sperimentali anche a livello di produzione e distribuzione. Insomma, un comico rinascimentale.

Se diciamo che Louis CK ha ammazzato la stand-up oggi, invece, ci riferiamo alla delusione generale causata dallo scandalo a sfondo sessuale in cui si è infilato. Dopo Cosby, e sulla coda di Weinstein, lo scandalo ha assunto connotazioni sistemiche: si parla insomma non solo del Louis CK uomo (la cui fallacia, per quanto innegabile, può stupirci fino a un certo punto), ma della struttura sociale e di potere che, secondo molti osservatori e addetti ai lavori d’oltreonceano, mantiene il mondo della stand-up comedy un “boys’ club. A prescindere da qualsiasi domanda rispetto al futuro di Louis come personaggio pubblico, quindi, c’è l’ingombrante delusione nei confronti di un artista che, tra quelli della sua generazione, sembrava riconoscere e apprezzare il valore non solo delle donne nella sua vita (ha due figlie), ma anche delle sue colleghe di cosiddetto sesso debole.

Mi vengono in mente due esempi. C’è una scena di Louie in cui il nostro è a Las Vegas a fare uno show di quelli “difficili”, che decide di mollare. Incontra però Joan Rivers, che nel mondo della stand-up è stata un’apripista per tutte le Sarah Silverman e le Amy Schumer contemporanee. La Rivers gli dà una lezione di umiltà e professionalità e Louis, dopo aver deciso che tornerà al lavoro, le salta addosso per baciarla. Ai tempi la scena era facile interpretarla come un riconoscimento da parte del Louie-uomo al contributo di un’artista che si è costruita lo status di leggenda senza fare pompini e dimostrando una costanza e una longevità invidiabile. Anche se sono sicuro fosse quello il caso, vedere il clip adesso è un po’ imbarazzante.

Più o meno un anno dopo Tig Notaro, comica lesbica professionalmente solida, ma non mainstream, registra un album molto intenso al Largo di Los Angeles, in cui parla quasi esclusivamente di un tumore appena diagnosticato (ai tempi ne avevo scritto proprio qui su Studio). Louis CK dimostra così tanto entusiasmo per il progetto che decide di distribuire l’album in esclusiva sul proprio sito, cosa che nel post-scandalo appare un po’ sospetta (Notaro ha poi preso le distanze dal comico, nonostante sia produttore esecutivo del suo nuovo show). Insomma, la delusione di media, fan e colleghi che segue allo scandalo di Louis CK è proporzionale a quanto lui, specialmente se consideriamo l’ambiente dal quale è emerso, fosse non solo il migliore, praticamente sinonimo dell’arte stessa, ma anche uno dei più femministi in circolazione.

The New York Comedy Festival and The Bob Woodruff Foundation Present the 10th Annual Stand Up for Heroes Event

Riguardo a questo ambiente, faccio una parentesi. Louis CK viene dalle scene di Boston e New York, palestre brutali per una generazione di comici che si è fatta le ossa tra tardi anni ’80 e anni ’90, insomma dopo il boom della stand-up che aveva visto comedy club spuntare come funghi in tutti gli Stati Uniti. Gente come Louis CK, Bill Burr o Marc Maron, per fare solo alcuni esempi, hanno iniziato a raccogliere tardi nella propria vita: l’era in cui una comparsa fortunata da Carson ti risolveva la carriera era finita, quella della regalìa di speciali su Comedy Central e Netflix (e dei folli numeri di YouTube) doveva ancora cominciare.

Se consideriamo il periodo successivo agli scioperi dei comici del Comedy Store nel 1979 (descritto nel bellissimo I’m Dying Up Here, recentemente diventato una serie) possiamo dire che si tratta degli anni in cui la figura dello “struggling comedian” viene sdoganato come stile di vita: costantemente in cerca del “kill” sul palco e di una donna al bar, costretto a tour continui davanti a pubblici spesso ostili, rosicante sul divano davanti all’ennesima apparizione in Tv di un collega mentre l’opportunità tarda ad arrivare. Sono gli anni del comico incazzato alla Sam Kinison, che chiama a casa il rivale Bobcat Goldtwaith live da Sterne per bullizzarlo, visto che secondo lui gli ha rubato la carriera cinematografica.

Ma anche anni in cui si consolida una comunità: sono leggendari gli aneddoti riguardo a palazzine scalcinate di proprietà dei comedy club, dove i comici si conoscono e le serate degenerano tra gli eccessi. Un ambiente che quindi ha creato uno spirito e una cultura comuni, anche se forse eccessivamente romanticizzati, dai quali sono usciti alcuni dei comici migliori della storia, tipo Bill Hicks o Doug Stanhope. Ma dove si è anche consolidato un settore prevalentemente maschile e prevalentemente bianco, fomentato in parte dal mito del comico brutto e sfascione, autoironico ma a suo modo alpha male.

Quest’ethos e questa mitologia non hanno contribuito solo a programmi eccellenti come Green Room with Paul Provenza o Tough Crown with Colin Quinn, ma anche all’aggressività anti-Pc di Howard Sterne e all’ambiente cameratesco da spogliatoio di Opie & Anthony. Un aspetto positivo di quegli show era la convivenza bonaria di personaggi politicamente distanti ma affini proprio perchè parte di quella cultura (comici liberal come Louis CK e Marc Maron insieme a gente come Nick Di Paolo e Artie Lange), meno positiva l’uniformità ormonale. Questo video, anche se recente, magari rende l’idea del mood di cui sto parlando.

Eppure sono tempi strani per chi si è appassionato alla stand-up grazie a quella generazione. Ora che persino Jerry Seinfeld si lamenta dei college troppo politically correct (e continua a riciclare materiale nei suoi “nuovi” special) e Dave Chappelle difende nonostante tutto l’eredità culturale del Bill Cosby attivista, è sempre più chiaro come gli artisti che hanno definito il genere negli ultimi decenni stiano iniziando a perdere rilevanza. Louis CK sicuramente non si esclisserà nell’infamia come Cosby, suo grande ispiratore, ma il suo caso rappresenta l’opportunità per una presa di coscienza culturale all’interno dell’ambiente.

The 2017 New Yorker Festival - Jerry Seinfeld Talks With The New Yorker's David Remnick

Le reazioni dei contemporanei di Louis CK allo scandalo sono state varie. Bill Burr ha parlato dell’argomento per 5 minuti sul suo podcast, seguiti però da 10 riguardo alle cougar che lo approcciano inappropriatamente ai propri show; Marc Maron apre invece molto di più alla presa di coscienza, pur difendendo la propria amicizia con il collega. Quanto a Louis CK, una volta ammesse pubblicamente le colpe ha annunciato che si prenderà del tempo per ascoltare. Ma ascoltare chi?

È innegabile che una grande fetta dei comici migliori in circolazione vengano da un certo ambiente e un certo stile di vita. Non che l’ambiente sia necessariamente sinonimo di molestie sessuali o misoginìa, ma bisogna riconoscere che l’idea stessa di essere un comico tende a coincidere con un certo tipo di mitologia che favorisce certe narrative piuttosto di altre. Come appassionati, se vogliamo mantenere una certa fiducia nella stand-up comedy come forma d’arte capace di rinnovarsi, o perlomeno di moltiplicarsi, come esercizio possiamo iniziare a familiarizzare con quello che già esiste fuori dal mondo di cui parlavo prima, quello cioè del dick swinging tipico dei backstage da club. Insomma, sarebbe utile rendersi conto della molteplicità di voci che già stanno emergendo da un po’, anche se magari con ritardo rispetto ai processi sociali che li hanno resi possibili.

Innanzitutto, contrariamente al mito, ci sono un sacco di donne divertenti. Non parlo solo dell’umorismo dark che contrasta il viso angelico di Sarah Silverman, oppure lo sbracamento orgoglioso di Amy Schumer, ma gente che oltre a saper stare su un palco scrive benissimo e sviluppa personaggi non banali. Parlo di Ali Wong, per esempio, protagonista di un ottimo special su Netflix registrato in piena gravidanza che fa leva sul suo essere asiatica e quasi-mamma, ma non in modo scontato. Un’altra bravissima performer è Rachel Feinstein, amica di Amy Schumer ma molto più sottile nel raccontare la propria femminilità e il proprio rapporto con gli uomini (e sua madre).

Sull’altra sponda c’è invece Cameron Esposito, che affronta il proprio orientamento sessuale in maniera molto più dettagliata e personale rispetto alla già citata Tig Notaro, ma non così camp come Margaret Cho. Un occhio andrebbe buttato anche al salvadoregno Julio Torres, membro di un collettivo queer vegano di Brooklyn (che a sua orgogliosa ammissione incarna tutte le paure dell’alt-right) con uno stile deadpan e surreale simile a quello di Demetri Martin.

Point Honors Los Angeles 2016

Ci sono anche un numero crescente di comici con background culturali poco rappresentati sui media, ma anche meno tolleranti rispetto alle generazioni precedenti per quanto riguarda le etichette. Se gli stand-up neri o latini fanno molto spesso leva sui registri e i linguaggi delle proprie comunità di riferimento (anche se le cose cambiano per tutti), le nuove leve con radici in India o Pakistan sembrano preferire un approccio più soft al proprio background culturale, celebrandolo meno ma rispettandolo evitando gli accenti (che avevano invece fatto la fortuna di Russell Peters, comico indiano-canadese ultra famoso che però in America non ha mai attecchito in maniera mainstream).

Per esempio, il pakistano Kumail Nanjiani, ve lo ricordate sicuramente come il timido smanettone di Silicon Valley piuttosto che per il suo special Beta Male, ma nonostante il suo ruolo da nerd rientri tra gli stereotipi “brown” più comuni la sua recente performance da protagonista nella commedia romantica The Big Sick si accoda al virtuoso trend già iniziato da Aziz Ansari, quello cioè di provare a immaginare situazioni tipiche da film vissute da protagonisti che non somigliano a Ryan Gosling.

Sempre in tema di cliché, quando non si cimenta in dick jokes femministiil brooklynite indiano-americano Hari Kondabolu lavora a progetti come questo documentario su Apu, il personaggio dei Simpson che per un sacco di tempo ha rappresentato l’unico riferimento all’India nei media mainstram americani. Ma se la politica è un argomento particolarmente urgente per gli immigrati di prima o seconda generazione, come dimostra Hasan Minhaj, Aparna Nancherla invece preferisce parlare di ansia, autostima e depressione nella sua stand-up, giusto per stare su di morale. Ovviamente i comici e le comiche citati qui sopra sono solo alcuni esempi, ma sono interessanti proprio perché approcciano temi come sessualità ed eredità culturale in maniera spesso critica, ma naturale e non facilona. Il conflitto c’è, visto che la stand-up non è proprio nota per nutrirsi di bei sentimenti, ma accenti e differenze tra “noi” e “loro” (tipici della comicità “etnica”) cedono il posto a punti di vista più sfumati.

L’ironia è che stilisticamente e a livello di contenuti Louis CK ha capito quanto sia importante riconoscere il ruolo e il privilegio di essere un comico maschio bianco in un’industria pilotata in gran parte da comici maschi bianchi, perlomeno meglio di tanti suoi coetanei, ma purtroppo a livello umano non è stato sempre all’altezza dei valori che professa. Qualunque sia il suo contributo e qualunque sia il peso della delusione, comunque, Louis CK non ha ucciso la stand-up. La stand-up è viva e vegeta e, soprattutto di questi tempi, fa bene ascoltarla.

Foto Getty (Louis CK, Jerry Seinfeld, Cameron Esposito)
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