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13:24 martedì 10 marzo 2026
Il bilocale che fu la prima casa di Pasolini a Roma è diventato un museo e si può visitare L'appartamento fu acquistato nel 2024 dal produttore Pietro Valsecchi, che lo ha poi donato al Ministero della Cultura.
Diecimila scrittori hanno pubblicato un libro vuoto per protestare contro le aziende che “rubano” le loro opere per addestrare le AI Si intitola Don't steal this book e tra i firmatari ci sono anche Kazuo Ishiguro e Mick Herron, l'autore di Slow Horses.
Milena Gabanelli è diventata meritatamente virale per aver detto che «Dio non ci ha ordinato di metterci a 90 gradi» davanti agli Usa Lo ha detto durante un collegamento con il TgLa7 di Enrico Mentana, rimasto anche lui piuttosto sorpreso dalla severissima uscita della collega.
L’Unione europea ha scorte di petrolio sufficienti per tre mesi e c’è chi inizia a essere seriamente preoccupato Con il petrolio che ha superato i 100 dollari al barile e lo Stretto di Hormuz chiuso, l'Europa inizia a guardare con una certa inquietudine alle sue riserve energetiche.
Un bambino di 9 nove anni ha presentato la sua collezione couture alla fashion week di Parigi Si chiama Max Alexander, ha quasi 6 milioni di follower su Instagram, Sharon Stone come cliente, e in sogno ha scoperto di essere la reincarnazione di Guccio Gucci.
Tutti i teatri dell’opera del mondo stanno massacrando Timothée Chalamet, compresa la Scala di Milano L'attore ha detto che «a nessuno importa del balletto e dell'opera». Il teatro ha risposto con un video piuttosto piccato.
L’Iran ha fatto un altro cortometraggio in stile Lego The Movie per dare tutta la colpa della guerra a Usa e Israele Era già successo nello scorso giugno, durante i precedenti attacchi di Usa e Israele. Anche in quel caso, i protagonisti era Trump, Netanyahu e Satana.
Il video del nuovo singolo di Olivia Rodrigo è un montaggio di video fatti dai bambini di Gaza, del Sudan, dell’Ucraina e dello Yemen Lo ha pubblicato su Instagram per promuover l'uscita del disco di beneficienza Help(2), per il quale ha realizzato una cover di "The Book of Love".

Il social network più noioso del mondo ha un futuro?

Linkedin testimonia una divisione antropologica tra chi ci trova il lavoro e chi si chiede: "Ma qualcuno qui trova lavoro?". Cambierà qualcosa ora che è stato comprato da Microsoft?

16 Giugno 2016

Nella vita del giornalista scalcagnato non capita spesso, ma quando, a un evento sociale, il professionista/manager sfila lo smartphone dalla giacca – invariabilmente migliore della tua, a volte in gessato – e dice: «Ti aggiungo su Linkedin», un brivido ti corre lungo la schiena. Linkedin l’ho aperto l’ultima volta sei mesi fa, non lo aggiorno da due anni, nel frattempo ho cambiato il cellulare e non mi sono nemmeno ricordato di reinstallare la app. Mentre il professionista/manager digita il tuo nome nella barra di ricerca, cerchi di ricordare freneticamente qual era la foto di profilo – è un social network per professionisti, preghi di non aver fatto lo scemo e di non aver messo qualcosa di imbarazzante – e ti chiedi qual è l’ultimo impiego che hai inserito nel curriculum, che definizione hai dato di te stesso (giornalista, freelance, disoccupato?), se c’è ancora l’indirizzo di quel blog di cui adesso ti vergogni ma che hai dimenticato di cancellare. Il professionista/manager invece è perfettamente a suo agio. Lui su Linkedin ha migliaia di collegamenti e coltiva il suo profilo con costanza, piccolo specchio digitale di una carriera in ascesa. Usa Linkedin come un’efficiente annuario professionale, perché su Linkedin non si diventa “amici” ma ci si “mette in contatto”, e tutti i giorni riceve notifiche da persone, altri professionisti/manager, che confermano le sue competenze, cioè gli dicono pubblicamente che è bravo a fare qualcosa.

LinkedIn Next Wave

Il fatto è che Linkedin porta al suo interno la testimonianza plastica di una divisione antropologica: i profili degli utenti possono essere un inno alla produttività e al self improvement, oppure cimiteri di vecchi impieghi e certificati di lingua inglese ottenuti alle scuole medie. Questa divisione, che magari è soltanto italiana, si fonda su una differenza essenziale: tra chi su Linkedin trova lavoro e chi no. Microsoft, che Linkedin se l’è appena comprato, punta ovviamente a chi trova lavoro.

L’equazione è stata semplice, i due erano fatti l’uno per l’altro: per 26,2 miliardi di dollari, somma record, il gigante della Silicon Valley più noioso del mondo ha comprato il social network più noioso del mondo. Microsoft, che l’ultima volta che ha dato un brivido ai suoi milioni di clienti affezionati è stato quando Bill Clinton era ancora presidente, ha sborsato 196 dollari ad azione per conquistarsi Linkedin, che un brivido ai suoi milioni di clienti affezionati forse non è mai riuscito a darlo. I due si piacciono e sono pronti a lavorare insieme: Microsoft è ormai diventata una società di servizi per il business, il suo Ceo Satya Nadella sta compiendo una conversione che è anche un ridimensionamento, ma che salverà l’azienda di Bill Gates; Linkedin è la più grande rete professionale al mondo, così recita il motto ufficiale, e se vuoi sbancare il settore business può fare comodo. Ci sono mille altre ragioni per l’acquisizione, il tesoretto di dati personali in dote al social e le caratteristiche dell’assetto azionistico, ma in poche parole il succo è questo, e non ha solleticato la fantasia degli analisti. Gli approfondimenti della stampa nazionale ed estera davanti al megadeal dell’anno sono stati freddini, nessuna interpretazione geniale, nessun articolo immaginifico dal titolo: “Così l’accordo tra Microsoft e Linkedin cambierà il modo in cui usate i social”. La ragione, forse, è che appunto né l’una né l’altra parte suscitano emozioni di rilievo, almeno non tra la platea di chi scrive gli articoli immaginifici, per colpa appunto di una certa divisione antropologica.

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Esiste un’intera metà del mondo che si è iscritta a Linkedin e l’ha abbandonato prematuramente. E che adesso, tutte le volte che legge del “social network per trovare lavoro”, si chiede scettica: «Ma c’è davvero qualcuno che su Linkedin trova lavoro?». Per loro, la sorpresa più grande è scoprire che effettivamente sì, c’è. Gente che grazie a quelle pratiche apparentemente insensate, alla conferma delle competenze (ancora adesso leggere la notifica: «Tizio ha confermato una competenza per te: Giardinaggio», lascia interdetti), alla costruzione di non meglio precisati network riesce a ottenere risultati anche eccellenti. Certo, bisogna padroneggiare un’alchimia complessa e un po’ ridicola, presa direttamente dalle pagine dei manuali americani di comportamento organizzativo e gestione delle risorse umane, in cui il linguaggio del team management, del team building, dei satisfaction index si fonde con la retorica dei manuali del self improvement e dell’autoaiuto. «Così puoi dare una svolta alla tua carriera e migliorare la tua vita», postano gli utenti di successo di Linkedin. «Il destino è nelle tue mani!». «Ecco 10 ragazzi che sono diventati milionari prima dei trent’anni». Chi conosce gli eccessi di entusiasmo, e di lingua inglese, del linguaggio corporate, e magari ci crede, perché sa che queste tecniche, per quanto singolari, spesso sono efficaci, naviga su Linkedin con destrezza. Tutti gli altri schioccano la lingua e chiudono la scheda del browser pensando: americanate.

Comprando Linkedin, forse, Microsoft vuole far capire che da ora in poi si rivolgerà a una parte specifica di mondo. Quella che quando sente dire «forecastare» o «matchare» non ti guarda strano. Significa, per Microsoft e il suo Ceo, ritirarsi in una nicchia confortevole e redditizia dove tutti parlano come gli addetti al personale di Redmond, e organizzano grigliate aziendali a cui tutti partecipano ma in cui nessuno sembra divertirsi. Linkedin è un po’ così, visto da fuori la bolla. Ma meglio aggiornare il profilo, non si sa mai.

Immagini tratte da Linkedin Next Wave manifestazione organizzata all’Empire State Building, a New York nel settembre 2015 (Joe Kohen/Getty Images for LinkedIn).
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