Cultura | Politica

Ma poi com’era il libro di Paolo Savona?

Abbiamo letto il libro del ministro, causa del grande scontro istituzionale con Mattarella, e abbiamo scoperto che si ispira alla Recherche.

di Arnaldo Greco

Italys European Affairs Minister Paolo Savona presents his new book with the title 'Come un incubo e come un sogno' (Like a Nightmare and Like a Dream) during a press conference for the foreign press in Rome on June 12, 2018. (Photo by TIZIANA FABI / AFP) (Photo credit should read TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

Temo sia stata una coincidenza, ma mi piacerebbe immaginare che l’incredibile vicenda di Paolo Savona fosse solo uno stratagemma per lanciare questo libro, Come un incubo e come un sogno, memoralia e moralia di mezzo secolo, Rubbettino editore. Per giorni tutti siamo andati alla ricerca degli articoli e delle interviste di Paolo Savona che fioccavano da fogli sempre più carbonari. Gli esperti del settore ci dicevano fosse stato ormai messo ampiamente da parte, ma la politica ce lo mostrava come l’unico uomo in grado di spaventare Draghi e Merkel, il nemico numero uno dell’Euro, il flagello di Bruxelles. Si rincorrevano voci di un piano B per l’uscita dall’Euro, forse pubblicato su un sito di economia mai sentito nominare prima o di cui forse esisteva qualche slide nel deep web, ma – fortuna! – presto sarebbe uscito un libro. Ed ecco, infatti, che l’editore anticipava qualche stralcio. In uno la Germania della Merkel era diventata la prosecuzione del Terzo Reich solo con l’Euro al posto dei panzer. In un’altra anticipazione la Russia di Putin era diventato un Paese placido e tranquillo che reagisce solo quando viene attaccato. Quanto bastava a vellicare l’immagine di un pamphlet incendiario in grado di smuovere gli indolenti italiani perché, per dirla con Savona, «non esiste un’Europa, ma una Germania circondata da pavidi». Così lo spread saliva, Di Maio minacciava l’impeachment e quegli italiani convinti d’essere scafati (dunque tutti) esaltavano il nuovo Governo in pubblico, ma di nascosto cercavano un modo per proteggere i propri risparmi.

Solo che poi – in una notte? in un pomeriggio dalla D’Urso? non sappiamo neanche poi bene quando – Salvini e Di Maio hanno deciso che non conveniva rinunciare all’occasione della vita per un ex-Ministro del Governo Ciampi – quello che ci ha portato nell’Euro – e Savona era stato relegato agli Affari europei. Prima senza la delega ai Fondi europei (affidata al Ministero per il Sud di Barbara Lezzi del M5S) e adesso senza neanche la delega per discutere del bilancio europeo, che pare andrà al ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi.

Chi ha sostenuto Savona ne è dispiaciuto, dice che, a questo punto, quello di “ministro” è solamente un titolo onorifico. Può essere, è comunque un titolo onorifico perfetto per delle magnifiche presentazioni del libro con inviti su carta intestata e in saloni con boiserie di ottima fattura. Che è un po’ quanto sarebbe comunque accaduto se, per due settimane, non fossimo tutti rimasti abbagliati dal giochetto del Davide controcorrente contro Troika Golia. Peccato poi che il libro sia tutt’altro rispetto a quanto appariva in quelle giornate confuse. Innanzitutto non è agile, perché supera le 300 pagine, ma soprattutto non è un pamphlet. Sono, invece, le confessioni di un ottuagenario scritte spesso col tono – ed è la cosa più curiosa – di chi tira le somme della propria vita. Di chi pensa di tornare a Itaca, tanto che Itaca di  Kostantinos Kavafis è la poesia che chiude il libro. Savona stesso, insomma, deve averle raccolte quando non immaginava che la vita gli avrebbe regalato questo svolta inattesa.

Ecco un passaggio molto chiaro a proposito a pagina 251: «La mia intenzione è continuare a vivere ufficialmente fuori dal contatto fisico con il prossimo, non per rinunciare alle battaglie, ma per farle bene, finché mi sarà possibile. Anche se il viaggio non è terminato approdo finalmente a Itaca, con barche ideali, di fantasia. Un grande amico e un ancor più grande sociologo mi manda a dire che questa mia scelta è un regresso. Capisco quale sia la sua valutazione, anche se non la ritengo all’altezza dei tempi. Rinuncio a una vita confusa e poco meditativa in un habitat fisico e sociologico negativo per viverne una, almeno così spero, dove l’ambiente è più sano e la società più accogliente. Roma è infetta fisicamente e moralmente».

Non sembrano proprio le parole di uno che ha appena giurato in un Governo che punta a durare cinque anni attaccando quotidianamente Ong, organi di informazione, migranti, minoranze etniche, scrittori, eccetera, eccetera. Ma a parte questo, si tratta memorie iperdettagliate e ipertecniche che, presumo, diranno molto agli specialisti, ma la cui lettura è molto faticosa per chi non riesce a scovare la vita dietro la nascita di un centro studi che faccia competizione a quello della Banca d’Italia o nel dibattito sul funzionamento del sistema monetario internazionale. (Immagino ci sia, ma non si vede. Qui si “vedono” solo uffici, bottiglie di acqua Ferrarelle, belle scrivanie e tanta pelle. È immaginabile che quando si decide di scrivere un libro di questo tipo ci si trovi davanti alla scelta di svelare quanto non era ancora emerso e cioè l’elemento biografico, il racconto delle passioni, gli errori o perfino gli screzi personali che ci sono stati dietro le decisioni che hanno segnato la storia d’Italia, magari raccontare perfino qualcosa piegandolo alla propria versione oppure, in alternativa, provare a raccontare le vicende come osservatori esterni di se stessi e lasciare solo un documento che potrà essere studiato da altri. Ecco, Savona propende totalmente per la seconda ipotesi. Ciò che per lui conta di più è l’immagine di uomo integerrimo e saggio e in anticipo sui tempi che un giovane ricercatore si farà di lui il giorno in cui gli assegneranno una ricerca su Paolo Savona.

Perfino il racconto della sua vita avviene nella maniera più schematica possibile («14 principali esperienze», «56 ricerche») o addirittura incasellata in paragrafi: «2.3.3 Al board della Federal Reserve a Washington» o «2.4 La cattedra e la Confindustria» o «2.5.3 La Chinese Eisenhower fellowship e il viaggio di studio a Taiwan»… una trovata che realizzata coscientemente da autori più letterari verrebbe salutata come ottima soluzione postmoderna. Ciò che invece non manca sono le considerazioni di tipo morale. Savona rivendica spesso la sua passione umanistica accusando gli altri economisti di aver rinunciato alla comprensione dell’uomo se non attraverso le chiavi dell’economia. Rivendica il valore dell’istruzione, dice delle cose molto interessanti sul fatto che l’Europa dovrebbe essere prima un progetto culturale che economico; e che il fallimento dell’élite europea è lì, nel fatto che per noi l’Europa sia innanzitutto la moneta comune e non un progetto politico. Ciononostante non vuole tornare indietro. Vorrebbe più Europa, non meno.  Ma anche queste accuse come quelle al modo di fare degli italiani, alla nostra passione per l’intervento statale e per l’assistenzialismo, al nostro disprezzo delle regole così come le citazioni ripetute di Flaiano tipo che l’Italia viva «coi piedi saldamente poggiati sulle nuvole» cozzano, per esempio, col fatto che sia in un Governo che si regge grazia alla schiacciante vittoria ottenuta nel Meridione con la promessa del più grande piano assistenzialista di sempre. Per non dire dell’alleanza con tutti gli antieuropeisti del continente.

Resta quindi la curiosità di come quest’esperienza da ministro si integrerà nel percorso di una vita che, descritta così, sembrava condurre proprio da un’altra parte. Ma è molto probabile che la realtà si adeguerà alla sicurezza che l’autore sembra possedere intimamente: quella di essere dalla parte giusta. In ogni caso è lo stesso Savona a rivelare nelle Conclusioni:  «Per la mia festa di laurea un collega mi regalò l’elegante prima versione italiana della Recherche di Proust edita per i tipi della Einaudi. È anch’essa la descrizione di un viaggio della conoscenza che, contrariamente a quello dell’Ulysses di Joyce, che si esaurisce nell’arco di un giorno, dura dalla fine del XIX secolo alla Prima guerra mondiale. In quel momento avevo ben altro per la testa, poiché stavo elaborando il mio progetto razionale di vita ma, incuriosito dalla sollecitazione, intrapresi l’impegnativa lettura, […] Il mio percorso temporale si è svolto in senso contrario a quello di Proust: è iniziato con la guerra ed è finito con la pace (almeno in Europa), ma ho incontrato come lui una varietà di personaggi che hanno animato il palcoscenico della rappresentazione, alla quale ho assistito, andata in scena nel corso di mezzo secolo». Esiste un ristretto gruppo di persone per cui questo genere di vanità letteraria è molto più grave di qualsiasi intenzione bellicosa sull’Euro.

 

Foto Getty

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